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L’invasione degli zombi nell’era del consumismo

 
Tutte le parole che hanno il suffisso -ismo indicano che si tratta di fenomeni che interessano buona parte di una popolazione. Se questo suffisso segue la parola “decadente” ne deriva un senso di inefficienza, di declino e altre negatività collettive. Nella seconda metà dell’Ottocento l’Europa era pervasa da un movimento letterario e artistico definito Decadentismo. Per certi versi aveva molte similitudini con la crisi collettiva dei nostri tempi: visione negativa del mondo, percezione della mancanza di leader capaci di porsi a guida d’una popolazione e assenza di “grandi” progetti per il futuro.

Il pensiero che le generazioni a venire possano definire la nostra epoca Decadentismo è avvilente e purtroppo, quanto andiamo scrivendo. Il decadent-ismo odierno, come allora, rispecchia la profonda crisi nella visione del mondo e della società, non si manifesta però come quello dell’Ottocento nell’arte e nella letteratura. Paradossalmente questo decadentismo moderno, che non ha le stesse origini e nemmeno le stesse cause, affonda la sua genesi nel benessere materiale, ed è aggravato, anche, dal sistema commerciale dell’usa e getta. Sistema che non viene applicato soltanto agli oggetti, ma si è trasferito agli animali, uomo compreso.
C’è da chiedersi come sia possibile che il Sapiens non si renda conto del fatto che la natura sia in antitesi con questa deleteria pratica contro la quale prima o poi si ribellerà. La natura ha bisogno di concedere ad ogni cosa il suo naturale tempo di vita, non accelerato, tantomeno rallentato dal cattivo uso che l’uomo fa delle sue facoltà mentali.

Nell’era odierna buttiamo troppo di ciò che potrebbe essere adoperabile ancora a lungo e riutilizzato in un secondo momento, mentre “ricicliamo” tanto altro che dovrebbe rimanere unica espressione artistica. Il riferimento è a film, canzoni, testi teatrali, eccellenze letterarie, opere, definite capolavori, spesso annacquate con appendici o aggiunta di banali, ed a volte stupide, storie per allungarle fino a farne una serie, che diventa “serio” danno all’opera stessa. Oggetti dismessi, con qualche piccolo accorgimento, possono continuare a svolgere la propria funzione e laddove non siano riparabili, restano fonti di materiali per costruirne altri. Un motivo per cui tutti dovremmo essere più sensibili e provare a correggere questa cattiva abitudine, è l’epiteto di “Civiltà spazzatura” altrimenti accolto senza alcuna reazione.

Qualcuno riterrà essere una visione esagerata, altri considereranno tali pensieri delle fantasticherie, magari adducendo quanto una riduzione dei consumi potrebbe rivelarsi un danno per la crescita della produttività del Paese. Su questo fronte è verosimile affermare che l’incremento della produttività (comunque non infinito) è mantenibile attraverso il consumo di prodotti di qualità; riflettendo sui molti modi di spendere denaro: cultura, viaggi, libri, spettacoli, progetti di grandi opere pubbliche e private, purché resistenti allo scorrere del tempo. Come suol dirsi, pochi ma buoni e più argomenti possono giustificare simile “insistenza”: «l’usa e getta» impone lo sfruttamento di oggetti di livello mediocre, la generazione di montagne di spazzatura e ogni giorno, a ragione, sentiamo definire il mondo con aggettivi come inquinato, sporco e malato, ma è soprattutto ravvisabile, il sentimento di infelicità nella voce e nello sguardo di molte persone. Ovviamente non si può sperare di raggiungere opposta emozione soltanto rivolgendo attenzione a prodotti di maggior pregio, altrimenti ogni benestante dovrebbe provare felicità, e non pare sia così. Il richiamo è a quella “qualità” in grado d’innalzare lo spirito e seppure non sufficiente a donare pura lietezza, capace di portare beneficio, dato ch’è lampante come evitare d’investire su articoli effimeri, dia certamente più appagamento di acquistare materiali il cui basso costo, fa sì che con disinvoltura vengano gettati nonostante ancora ampiamente utilizzabili.

Se oggi il mondo è spesso definito al pari di una discarica, non è certo perché a depositare rifiuti ovunque sono gli extra terrestri. Noi, stiamo riempiendo di spazzatura anche i cieli e non serve tentare lo sguardo troppo in alto e lontano, basta osservare i marciapiedi sotto casa, i bidoni della raccolta mal selezionata, sempre stracolmi e testimonianza di un comportamento errato ed esagerato nei consumi, sono i mobili, gli stipi, gli armadi con i cassetti pieni di oggetti e vestiti semi nuovi, dimenticati i primi e non più utilizzati i secondi perché fuori moda, quella forzata dall’industria, in continuo cambiamento convincendo molti ad accantonare un abito ancor prima che inizi a mostrare segni di usura. A tal proposito scrive il filosofo Umberto Galimberti nel suo libro I miti del nostro tempo: «In una società opulenta come la nostra (in cui l’identità di ciascuno è sempre più consegnata agli oggetti che possiede) ogni invito della moda è un appello alla distruzione. Si tratta di una distruzione che non è la fine naturale di un prodotto, ma il suo fine, perché, sopravanzando le sue creazioni, la moda rende obsoleti i suoi prodotti, la cui fine non segna la conclusione di un’esistenza, ma fin dall’inizio ne costituisce lo scopo».

Probabilmente non era ammissibile nemmeno il sistema dei tempi passati, quando i capi diventati stretti si passavano ai fratelli più piccoli e laddove per qualche motivo non era possibile farlo, le sante mani delle madri trasformavano un cappotto in un pantalone e viceversa, rivoltando la stoffa affinché l’esterno, più liso e sbiadito, finisse all’interno. Attualmente sarebbe intollerabile e anche allora non era altro che un dovere a cui sottostare, ma oggi l’eccesso è smodatamente al contrario. Se dubbi a riguardo vi fossero, a scioglierli sono i contenitori collocati lungo le strade adibiti alla raccolta di abbigliamento, anch’essi quasi sempre traboccanti di indumenti raramente davvero usurati, al pari di quelli riposti negli scatoloni stipati nelle soffitte e nei garage di tante abitazioni.

Il problema è nell’eredità che lasceremo ai nostri figli. Quale giustificazione testamentaria escogitare a nostra discolpa? Potremmo lasciar detto che eravamo costretti da una guerra? No! In quanto l’opulento occidente non sta vivendo simili disastri e, se anche fosse, un conflitto non consegna spazzatura data da eccessivo consumo, quanto piuttosto fame, morti e dolore. Potremmo allora inventare una carestia? No! Perché rimarrà documento la realtà di un’epoca in cui un grave problema è stata la sovrabbondanza di cibo, con diete d’ogni genere pensate per mantenere peso oppure dimagrire. Serve quindi fantasia, ma prima proseguire chiedendo soccorso all’immaginazione, è necessario scomodare una grande anima del passato, Lucio Anneo Seneca, eccelso filosofo e scrittore latino, che a riguardo sosteneva: «Non è mai poco quello che basta, e non è mai molto ciò che non basta».

Non essendo «mai molto ciò che non basta», al fine di giustificare l’enorme quantità di rifiuti trasmessa alle future generazione, magari sarebbe plausibile il racconto di un’invasione di zombi, una scusante d’acchito nient’affatto attendibile e banale da smascherare, però a ben guardare non sarebbe proprio un pretesto; zombi affamati di vita e dunque concentrati a produrre a dismisura per poi sfruttare a volontà e infine gettare, tra il moltissimo e il molto, quello che avanza. Esseri a cui non basta mai nulla. In fondo è ciò che compiamo ogni giorno: ottenere più di ieri e consumare meno di domani. Quindi nessuna fantasiosa menzogna, quanto piuttosto una, se non l’unica, spiegazione attendibile e persino saggia.

Siamo già soffocati dalle conseguenze di un continuo dissipare e la quantità, nonché qualità, di rifiuti creata nei pochi recenti decenni, è superiore a quella procurata dai nostri antenati in molti secoli e su di noi v’è l’aggravante di scarti molto più difficili da smaltire, eppure sembra serpeggiare l’idea che a riparare il danno e risollevare la Terra da una tale situazione, spetti alle generazioni future; alquanto stramba dimostrazione d’amore verso i figli.

Come precedentemente accennato, troppe persone guardano al domani con estrema preoccupazione, sono infelici nonostante facciano parte di una società privilegiata dall’abbondanza e spesso, non percepiscono il reale e giustificato sconforto di coloro che sopravvivono in condizioni di grave precarietà economica, costretti di conseguenza a sacrifici, fra i quali la scelta obbligata di puntare su pochi e modesti quando non pessimi prodotti. Ma la vorace ingordigia e avidità del nostro tempo spesso accecano e a chi molto possiede, sovente impediscono persino di riflettere sugli ultimi accettando di sottrarsi quel poco che, pur essendo per lo stesso irrisoria privazione, immensamente prezioso sarebbe per individui in condizioni disagevoli.