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Influecer, essere o apparire? Intervista con Bianca Oro

 
 
L’attuale stile di vita, per numerosi uomini e donne, trasversale alla fascia d’età ed all’estrazione sociale, è quotidianamente caratterizzato da un compulso utilizzo del cellulare, per immortalare momenti tramite fotografie di vario tipo, caricandone in seguito i contenuti sui social Network e condividendo, con personale e variegata frequenza, i propri vissuti con centinaia (se non migliaia o più) di persone, portando talvolta un pezzo della propria esistenza in giro per il globo.

Questa modalità di vivere, così effimera e costantemente sotto i riflettori d’una virtuale vetrina, costituisce terreno fertile sul quale l’influencer, ovvero colui che desideri, per l’appunto, influenzare abitudini d’acquisto, decisionali o comportamentali, ha negli ultimi anni acquisito uno spessore professionale in costante crescita.

In un mondo in cui, non di rado, l’apparenza primeggia sulla sostanza, queste nuove figure che si affacciano con autorevolezza nel mondo mediatico, divengono spesso i punti di riferimento primi per i giovani e non solo. Millesimali saranno infatti, in percentuale, coloro che non hanno mai effettuato almeno un accesso sulla piattaforma YouTube per visionare un contenuto a piacimento o per avvalersi del consiglio d’un tutorial riguardo al make-up, alle differenti modalità d’acconciatura o a pareri lifestyle su vari fronti, navigando fra i quali, può capitare d’imbattersi in influencer che, in aggiunta ai propri suggerimenti, si siano cimentati nella scrittura.

Uno fra questi è Giulia De Lellis, modella e personaggio televisivo, con quattro milioni di follower sul profilo Instagram, autrice de Le corna stanno bene su tutto. Ma io stavo meglio senza, libro da cui è scaturito un mediale dibattito, oltre all’interrogativo su quale sia potuta essere la motivazione che ha condotto l’influencer, tra le più in voga del momento, alla stesura d’un romanzo: al fine di dimostrare una recondita capacità scrittoria, in aggiunta al proprio magnetismo che attira brand e fruitori finali, o per condurre alla conclusione che dietro la semplice immagine vi è ulteriore sostanza?

Sorge spontaneo ulteriore quesito: ma l’importanza di avere un’immagine adeguata è caratteristica solo dei nostri tempi?

Domanda alla quale, per rispondere, è necessario andare a ritroso nel tempo.

Basti pensare a Ovidio.

Egli ci ha tramandato la celeberrima storia di un giovane, di nome Narciso, che si percepiva talmente bello da respingere ogni pretendente che s’innamorasse di lui. Un giorno, specchiandosi in una fonte nei pressi di un bosco, in cui si era fermato per bere, scorse riflessa l’immagine di un giovane di cui s’innamorò. Nel tentativo di raggiungere colui che non riconobbe come sé stesso, Narciso annegò in quell’acqua che non riconobbe come specchio e morì.

Lo stesso Leonardo da Vinci, scrisse che è con lo specchio che il buon pittore deve misurarsi ed è dai riflessi che deve apprendere, nel percorso che lo condurrà a rappresentare con esattezza le bellezze del mondo.

Gli uomini ai tempi di Ovidio e Leonardo, hanno trascorso molto tempo a specchiarsi e riflettersi, creando un’immagine tale che rispecchi, ma, allo stesso tempo, rassicuri il prossimo.

Questo concetto di creazione di un’identità estetica e delle modalità con le quali si mostra il proprio corpo per comunicare, rimane, oltre tempo, una questione che mai conoscerà tregua o condurrà a pace.

Prima dell’avvento dei social network e dell’esposizione mediatica, attraverso la fotografia si cercava un’immagine che divenisse copia della propria persona, non pensando alle sue implicazioni nelle relazioni.

Con la fotografia dei nostri tempi, maggiormente accessibile ed immediatamente migliorabile, la bellezza è divenuta una conformazione in stile ‘uno, nessuno e centomila’, nel tentativo di omologarsi solo a se stessi. Se non tutti, in molti vorrebbero raggiungere un piccolo momento di celebrità, motivo per cui gli scatti effettuati ripropongono immagini che non appagano completamente. Questo crea un interrotto flusso di persone quasi sempre insoddisfatte. Ma, a differenza del passato, in cui la gratificazione d’un autoritratto conseguiva alla somiglianza, al presente la mera conformità non appaga, se la bellezza conforme ai canoni proposti non si fa accessorio primo.

Un’immagine che rappresenta dunque la realtà effettiva, ma che concretizzi l’idea di come si vorrebbe essere, in aggiunta alla percezione che si desidera da parte del mondo esterno osservante, difficoltoso traguardo per giungere al quale è necessario ricorrere a tutti i trucchi possibili ed immaginabili.

Inevitabile e conseguente, scatta la molla del selfie, ormai una moda divenuta quasi necessità, attraverso la quale si rischia di perdere la propria identità, nel tentativo d’uguagliarsi a quello che la gente vorrebbe vedere. È in tal contesto che molti inseriscono gli influencer, percependoli spesso come i portatori di tutto ciò che è necessario per tentar di raggiungere l’eccellenza e preziosi consiglieri ai quali riferirsi per affrontare ogni avvenimento in condizioni ottimali come, ad esempio, un’eccellente presenza fisica per intraprendere un colloquio di lavoro, con un look adeguato al contesto, in particolar modo nel ruolo dell’insegnamento dove, ad un look accattivante non deve corrispondere un stile volgare o eccessivamente esuberante, al fine di entrare in relazione con i propri allievi nella maniera più adeguata.

Una strada che a volte può condurre alle porte d’una sindrome simile a quella del personaggio Zelig, colui che vive nello straordinario film di Woody Allen e che finisce per farsi abbondanti iniezioni di narcisismo, come anestetico alla sentita magrezza quotidianità.

Ci si addentra pertanto in un mondo inconscio, affidandosi a questi guru di bellezza affinché sappiano modellare, su ognuno, un’identità limpida e prossima all’inappuntabilità. Le attuali tendenze sembrerebbero portare in una sorta di “Zelig di massa”, in cui, perenne, resta il dubbio di non possedere un’estetica impeccabile, con il rischio di privarsi di un’identità che sia degna d’essere condotta all’esterno.

I selfie privi della fantomatica perfezione che si rincorre, riportano allo stesso atteggiamento di Narciso che, invece di riflettere se stesso, riflette il volto del proprio animo.

Si può dunque evincere che riferirsi a queste figure coincida con il soffrire d’un “narcisismo digitale”?

Lo stesso viene definito come «un disturbo della personalità i cui sintomi principali sono egocentrismo patologico, deficit nella capacità di provare empatia verso altri individui e bisogno di percepire ammirazione». Ovvio è che la sfumatura patologica investirà una minima parte dei casi, senza riguardare la totalità degli stessi, dove, seppur in ricerca d’ammirazione, nel fisiologico esporsi si prediliga condividere il meglio della propria vita e non il riflesso della stessa.

Per sondare il parere degli influencer, se davvero vi sia solo un’immagine riflessa od altro, ho rivolto alcune domande a Bianca Oro, blogger molto seguita e considerata icona di tendenze.

In un mondo in cui, non di rado, l’apparenza primeggia sulla sostanza, chi sono gli influencer? Queste nuove figure che si affacciano sul sistema mediatico diventando spesso punti di riferimento. (https://terzopianeta.info)

Ci parli un po’ di lei al di fuori della sua attività di influencer

Premetto che mi considero più un’influencer del concetto di bellezza, empowerment e di messaggi positivi, piuttosto che di fashion o make-up. Al di fuori di ciò sono una libera professionista, una donna forte e fragile come tante, con innumerevoli sogni nel cassetto.

 

Davvero bellezza fa rima con frivolezza?

Dipende. Bellezza fa rima con consapevolezza, spensieratezza. La bellezza è determinazione, percezione di sé stessi. Sono queste le caratteristiche che plasmano una donna. Se per frivolezza si intende lasciarsi andare alla spensieratezza per un attimo, allora sono frivola. Posso truccarmi in modo frivolo, mettere un profumo dalla fragranza frivola, ma non sarò mai una donna frivola, intesa come superficiale o vuota.

 

Cosa è per lei la bellezza e quale concetto di vuole trasmettere alle sue seguaci?

Come spesso sottolineo nei miei articoli, la bellezza nasce nel momento in cui si decide di essere sé stesse, come affermava l’iconica Coco. Quindi il concetto di bellezza parte da dentro, dal momento stesso in cui acquistiamo consapevolezza di noi stesse. L’empowerment ne è la diretta conseguenza: è puntare a migliorare, giocando con le imperfezioni e sfruttando la meravigliosa energia che possediamo. Non a caso il mio blog prende spunto proprio da questo. Adoro mettermi in gioco, migliorarmi, sfoggiare me stessa in diverse versioni, osare, essere dinamica, cadere e rialzarmi, liberarmi dai pregiudizi, sentirmi libera. È questo che sprigiona la vera “bellezza”.

 

Quanto conta per lei essere belle nella vita di tutti i giorni?

La bellezza indubbiamente conta nella vita di tutti i giorni. Se sfruttiamo bene i nostri alleati, il passo ad essere belle è istantaneo. Un buon make-up, un nuovo taglio di capelli, un outfit che rispecchia il nostro mood e una ventata di sorriso.

 

La bellezza interiore deve essere un completamento di quella esteriore?

Credo che questa risposta sia già contenuta nelle altre.

 

Non si rischia di scadere nell’eccessivo narcisismo seguendo troppo bellezza e moda?

Non condivido il narcisismo e l’estrema tendenza alla perfezione. Trovo più affascinante e seducente un’imperfezione. Seguire la moda e avere come punto di riferimento un “canone” di bellezza è molto stimolante, ma personalmente non mi ostino a seguirlo ad ogni costo. Trovo divertente realizzare outfit con i vestiti, anche vintage, che trovo nel mio armadio. Li riadatto a qualche nuovo trend, improvviso un nuovo stile (adoro combinare il vintage con il moderno), creo i miei look e almeno in questo posso ritenermi assolutamente originale.

 

Cosa rappresenta per lei un selfie?

Un selfie è l’espressione di uno stato d’animo, un messaggio da comunicare. Ogni foto cattura una parte di noi e gli osservatori più sensibili e attenti riescono a intravederla. Nel selfie non pubblicizzo solo un gioiello o il nuovo rossetto, ma ciò che essi suscitano in me, qual è la nuova percezione di me. Se c’è una cosa che adoro fare nei selfie è mostrare le mie imperfezioni, perché sono proprio questi i dettagli che ci distinguono e ci rendono originali. E poi è risaputo, la perfezione non esiste.

 

Si sente una guida?

Non mi sento di essere una guida e nessuno dovrebbe sentirsi tale. Come nessuno dovrebbe farsi guidare da qualcuno. Ognuno di noi ha una personalità. Farsi ispirare e consigliare li ritengo ottimi mezzi di confronto e crescita. Ma “farsi influenzare” lo ritengo decisamente diverso, soprattutto per quanto riguarda una scelta di vita o aspetti importanti di essa.

In un mondo in cui, non di rado, l’apparenza primeggia sulla sostanza, chi sono gli influencer? Queste nuove figure che si affacciano sul sistema mediatico diventando spesso punti di riferimento. (https://terzopianeta.info)

Parole profonde, quelle di Bianca, concetti espressi dove l’utilizzo dell’abito, del trucco, della pettinatura, vengano intesi come accessori di un sé il cui nucleo interiore rimanga unico ed irripetibile, un modellarsi attraverso il look per migliorarsi esteticamente, senza che questo arrivi a coincidere con l’essere schiavi della bellezza ad ogni costo. Una bellezza che Bianca vive in equilibrio fra la propria interiorità ed il mondo esterno, passando un messaggio positivo e solare, quasi che i suoi consigli fossero raggi da abbinare ognuno al proprio sole, rendendolo più splendente, senza per questo oscurarne le peculiarità.

Un viversi nella vita, un affidarsi a proposte d’abbigliamento o di make-up che Bianca dona al di fuori delle classiche imposizioni calate dall’alto, ma come fossero un ponte da percorrere insieme fra chiacchiere e un cambio d’abito.

L’equilibrio, qual miglior veste da indossare e plasmare ad ogni scelta, finché l’abbigliarsi, l’incipriarsi, l’ingioiellarsi, il profumarsi, altro non siano che scelte da attuare in armonia con il proprio ego, leggerezze da indossare e mostrare al mondo sulle proprie imperfezioni, semplicemente valorizzate, mai annullate.

La perfezione, quale peggior trappola per l’umanità, quale prigione più costrittiva, quale pozzo più angusto nel quale precipitare nella sua ricerca, stoltamente inconsapevoli del fondo che mai giunge poiché inesistente e logorante nell’incessante rincorsa di ciò che non esiste in realtà.

«Non condivido il narcisismo», afferma Bianca Oro, nell’incantevole consapevolezza che l’inseguire la bellezza è un gioco per affinarsi, arricchirsi, piacersi, mai azzerarsi. Una condivisione onesta e sincera con i propri follower, la stessa che probabilmente si sussurra fra le pagine dell’opera di Giulia De Lellis, dove il racconto e la rielaborazione d’un tradimento amoroso, agganciano il lettore sulle vicissitudini della vita, a volto scoperto.

Ecco dunque che l’influencer, come la stessa Bianca, degno è di pregiarsi di tale nome qualora riconosca la specialità dell’esser diversi gli uni dagli altri, rifuggendo l’utopia delle perfette sembianze e sgranando gli occhi di fronte allo spauracchio dell’omologazione.

I begli occhi delle donne, quelli che un rimmel rende ancora più intensi, ma la cui profondità non ha bisogno di trucco, così come un rossetto renda carnosità alle labbra, senza nulla potere alla passione d’un bacio od ancora un profumo, la cui fragranza avvolga, senza aver possibilità di vittoria sull’essenza d’ogni pelle, in un abbraccio.

Influenzare, quel fluente influĕre, del meraviglioso latino medievale che è giunto a noi come vocabolo in tutto il suo portentoso significato di passaggio, trasporto, un impareggiabile confluire conoscenza da un animo all’altro, riconoscendo il valore primo della spiritualità sulla fisicità, del cuore sulla pelle, dello sguardo sulle ciglia.

L’assenza di difetti nella bellezza è di per sé un difetto.
Henry Havelock Ellis