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La dissonanza cognitiva che sta dividendo l’Italia

Quando non c’era Facebook o Google era molto più semplice dubitare delle proprie opinioni, soprattutto di quelle più estreme.

Adesso la tecnologia ci consente di trovare (online e offline) continue conferme alle nostre ragioni, cattive o buone che siano, e di proteggere noi stessi dalla dissonanza cognitiva.

 

Cos’è la dissonanza cognitiva

La dissonanza cognitiva è una teoria della psicologia sociale, introdotta dallo psicologo e sociologo Leon Festinger (1919-1989) al termine degli anni ’50, per descrivere il disagio provato da un soggetto, nel momento in cui nella mente si attivano due o più idee tra loro contrastanti e incompatibili, oppure quando le azioni contraddicono le credenze. In letteratura, celebre esempio di tale fenomeno, è rappresentato dalla fiaba La volpe e l’uva composta dallo scrittore greco Esopo (620 a.C. – 564 a.C.) e si esplica allorché la volpe, di fronte alla propria inabilità di arrivare a prendere il frutto, rinuncia al proposito col dire «tanto era acerba». Ampliando il concetto, è possibile affermare, in parole povere, che la dissonanza cognitiva è anche il motivo per cui migliaia di persone nel 2020 possono continuare a credere che la terra sia piatta o che l’Olocausto non sia in realtà esistito.

È la causa principale per cui non esiste più un’unica realtà in Italia e nel mondo ma ce ne sono diverse, e ognuno di noi può scegliere in quale vivere.

Grazie agli smartphone, a internet e alla dissonanza cognitiva, oggi si riesce a schermarsi da tutto ciò che contrasta con le nostre convinzioni pre-acquisite.

Si riesce, meglio del passato, a evitare di dover dubitare di sé stessi, di sentirsi a disagio nel tentativo di giustificare opinioni che non hanno senso.

Un tempo l’uomo osservava la natura e poi raggiungeva conclusioni sulle verità che governavano il mondo.

Oggi l’uomo sceglie prima quali sono le verità che lo fanno stare meglio e poi osserva solo le porzioni di mondo che sono in accordo con queste verità.

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Il pericolo di confrontarsi con il diverso sui social e fuori

Non avrei mai pensato che potesse accadere ma pare che, da un certo punto di vista, i social ci abbiano reso più a-sociali.

Essere sociale vuol dire convivere con persone diverse, con persone che vengono da luoghi diversi e da culture diverse.

Essere sociale vuol dire anche essere in grado di aprire la mente e cambiare le proprie opinioni, nonché capire quando è meglio non avere fiducia nella propria valutazione dei fatti.

Se questa è la definizione di social, non so fino a che punto lo siamo in Italia.

Per quanto si possa provare a schermarsi dal linguaggio violento che ormai spopola su Facebook è impossibile non assistere ad attacchi e insulti rivolti a chi appartiene a un’altra razza, un altro partito o un altro credo.

C’è molta rabbia e frustrazione, insomma, ma da dove viene?

Perché ci sentiamo così minacciati da chi è diverso o la pensa diversamente da noi?

Qual è il vero pericolo?

Personalmente credo che la diversità di ideologia rappresenti, a un livello primordiale, e per alcuni, una minaccia alla loro stessa vita.

Forse c’è una parte di loro, di noi, che vede le persone di diverso pensiero come invasori di un metaforico territorio, invasori che minacciano di rovinare la pace mentale presentando fatti che indeboliscono le convinzioni e l’identità.

Solo così si spiegherebbe una tale aggressività verbale nel panorama socio-politico italiano, solo pensando che l’aggressività è in realtà un atto di difesa preventiva.
 
La dissonanza cognitiva sta spaccando l’Italia, rende quasi impossibile il confronto con chi la pensa diversamente, impedisce di crescere e aprire la mente. (https://terzopianeta.info)

 

La dissonanza cognitiva serve a proteggere la nostra identità

È ovvio, o forse non lo è, che le nostre fragilità stiano venendo maggiormente a galla in questi tempi.

Forse sarà l’ansia provocata da un’economia perennemente in crisi, o la paura di diventare anonimi in un mondo sempre più popolato di persone.

Fatto sta che si vedono persone difendere le loro ideologie come se fossero quello che di più caro hanno nella vita.

Oggi come oggi si difende il proprio credo a discapito del dialogo, di un confronto costruttivo o della verità stessa.

Pare che si preferirebbe continuare a credere in qualcosa che potrebbe ucciderci piuttosto che ammettere sconfitta e considerare ciò che ci sta provando a dire l’altro.

E pare che, per alcuni, l’unico modo di proteggere la propria fragile identità sia di schierarsi con chi alza la voce più degli altri, con chi è sicuro di avere sempre ragione e promette di proteggere dal diverso.

 

Cosa viene dopo la dissonanza cognitiva?

Cosa c’è alla fine delle nostre differenze, di questa lotta eterna tra destra e sinistra, buonisti e cinici, pessimisti e ottimisti, liberali e conservatori?

Cosa ne sarà dei terrapiattisti quando si renderanno conto che la terra non è piatta, o di tutti gli altri quando scopriranno che in realtà lo è?

Cosa accadrà ai negazionisti quando il cambiamento climatico affonderà mezzo pianeta, o dei loro oppositori quando scopriranno che non si poteva fare nulla per evitarlo?

Saremo capaci, almeno lì, di ammettere di aver sbagliato o continueremo a essere ostinati e a difendere a tutti i costi i nostri falsi credi?

Personalmente, credo che la soluzione stia nel mettersi nei panni degli altri, nel diventare persone più compassionevoli e aperte.

Senza compassione l’Italia e il mondo continueranno a essere spaccati in due, tre mille pezzi, divisi in tante piccole isole ideologiche e culturali abitate da persone che non riconoscono la loro stessa umanità nell’altro.

C’è questo dietro tutti i problemi che esistono e che sono sempre esistiti tra gli esseri umani, questa stramaledetta dissonanza cognitiva che ci rende ciechi davanti la verità, che ci impedisce di vedere i nostri stessi limiti.

Ma non potrà essere così per sempre.

Da che mondo è mondo la tensione che aumenta prima o poi spezza la corda.

E quando la corda si spezzerà, mostrando definitivamente chi aveva torto o ragione, quando la natura e la storia indicheranno in modo incontrovertibile dove sta la verità, lì, e solo lì, diventerà inevitabile fare una delle cose più difficili nella vita

ammettere di avere torto e cambiare idea.