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Violenza sulle Donne e Prevenzione

 
 
L’amore è spesso più forte del dolore, dolore che dalla cute arriva alle ossa, fino a mischiarsi proprio con quell’amore al quale non si riesce a chinare la testa.
Fin quando tutto, si trasforma in paura.

Migliaia di donne sono quotidianamente vittime di violenza, conducono una vita stretta da un silenzio dovuto anche all’incomprensione e alla vergogna che la società scaglia loro addosso, senza nessuna consapevolezza e senza troppa distinzione di sesso.

Di fronte agli abusi domestici, lo stupore che proviamo nella mancanza di un’immediata reazione, dovrebbe far riflettere anche sulla nostra capacità di amare.
Amare e perdonare, amare incondizionatamente. Come forse solo le madri riescono.
Fossimo in grado di comprenderne il significato, riusciremmo forse a capire tutto in modo più diretto, senza sorprenderci troppo.

“Amore”, sostantivo che invece aggettiviamo in mille modi e ognuno dei quali secondo necessità, quando finanche il termine incondizionatodovrebbe non significare o aggiungere nulla.

Sovente, è proprio il “carnefice” a capirne la portata e a far leva su di esso.

Quand’anche la donna è vittima inerme, i luoghi dove cercarne le cause possono esser infiniti: immagini, suoni e rumori clandestini, ricordi vivi e silenti tra le maglie della mente.

I colpi diventano insopportabile umiliazione dell’anima prima che della carne e la paura diviene terrore del “dopo”. Il pensiero va ai figli, alle ripercussioni che può originare una denuncia, un arresto e una condanna che prima o poi finirà.

Troppe volte in quel medesimo istante, termina anche la libertà di una donna che ha trovato forza di reagire, ribellarsi all’uomo come a se stessa e alla società intera, ma che non trova uno Stato con leggi che riescano a proteggerla.

Nonostante ci si riempia la bocca con il termine “femminicidio”, continua ad essere altissimo il numero di donne che non si rivolge alle forze dell’ordine e quando questo avviene, frequentemente l’arresto sopraggiunge solo dopo una serie di denunce; e l’eventuale condanna – quand’anche scontata per intero – non è incomparabile con il reato.

Al momento della scarcerazione l’azione preventiva è praticamente nulla, perché non venga meno la sicurezza e la serenità della donna, è praticamente nulla, non può andare oltre a un ordine di allontanamentoper una durata predeterminata; legge entrata in vigore nel 2001 e che proibisce al soggetto violento di avvicinarsi alla casa e ai luoghi frequentati abitualmente dalla vittima, senza previa concessione del giudice.

Il controllo è chiaramente impraticabile, tanto che fu introdotta per far fronte a lievi episodi di stalkeraggio, dunque del tutto inadatta a contrastare ulteriori azioni violente e a tutelare quindi la salute psico-fisica della donna.

 

Violenza e Braccialetto Elettronico

 

Dopo una prima fase di sperimentazione, nel 2003 il Ministero dell’Interno firma l’accordo con Telecom come unica fornitrice, senza nessuna gara d’appalto e al costo di 9 milioni di euro all’anno, cifra nettamente superiore rispetto ad altri paesi come Stati Uniti e Germania.

 
braccialetto elettronico la violenza
 

I braccialetti potrebbero invece rappresentare una soluzione concreta, dal 2013 infatti, la legge consente l’utilizzo del dispositivo anche per stalker e violenti, a differenza del passato che li voleva ad uso esclusivo di arresti domiciliari.

A fronte della spesa il numero i braccialetti in dotazione sono 20 e a gennaio 2017 un solo magistrato ne ha disposto l’utilizzo, tanto che la Corte dei Conti e la Polizia ne hanno più volte denunciato lo spreco.

L’impressione quindi, è che nulla si voglia davvero cambiare, la violenza sulle donne rimane un mondo sommerso, aspetti del nostro “credere” forse persino scomodi da svelare.

Una società non abbastanza severa con se stessa, per ammettere e di conseguenza tentare di colmare lacune e punire gli errori, una società che non riesce a scrollarsi di dosso quella prima ed immediata reazione alla violenza, guardando l’accaduto da una prospettiva maschile – e a farlo sono anche le stesse donne – altrimenti ponendo l’accento sul “comportamento” della vittima, un abito, la scelta di una strada, quasi che l’episodio violento, sia il normale epilogo al quale si sia “auto-esposta” la donna.

Unpensiero comuneche si riversa nei titoli di giornali e persino nelle sentenze; come avvenne nel 2010 quando fu annullata la condanna a 8 mesi di carcere ad un uomo che da tre anni vessava la moglie, ma che secondo il giudice «non era intimorita», quanto piuttosto semplicemente «esasperata».

Non meraviglia quindi che a inizio 2017, la Corte Suprema di Strasburgo chiamata in causa da una donna sopravvissuta ad un tentato omicidio, abbia condannato l’Italia perché «non agendo prontamente in seguito alla denuncia di violenza domestica» ha creato «una situazione di impunità che ha contribuito al ripetersi di atti di violenza», violando così gli articoli per la tutela del “diritto alla vita” e il “divieto dei trattamenti inumani“.