Arte, Ambiente, Cultura e Informazione

Unicef: Un bambino su quattro è vittima di crisi umanitarie

 
 
Bambini, solo bambini, ed uno su quattro è vittima di crisi umanitarie, secondo quanto riportato da Unicef nell’annuale Humanitarian Action Report, una realtà di cui non si ha troppa consapevolezza, ma che richiede un intervento immediato affinché a milioni di vite possa essere quantomeno garantita l’assistenza sanitaria.

Il mondo sta diventando un posto sempre più pericoloso, si legge nel rapporto, sono infatti 51 i paesi colpiti da guerre, epidemie, disastri naturali e come è ovvio, ad essere maggiormente esposti sono i soggetti più deboli e quasi 50 milioni sono i bambini verso i quali è divenuta indispensabile un’azione concreta, perché le crisi non ne mettano irrimediabilmente a repentaglio il domani.

«I bambini non possono aspettare che terminino le guerre – afferma Manuel Fontaine, direttore dei Programmi di Emergenza di Unicef – Le crisi minacciano nell’immediato la loro sopravvivenza e, nel lungo periodo, il futuro loro e di tanti giovani, in misura catastrofica».

Solo a Mosul, in Iraq, meno del 10% delle strutture sanitarie riesce a garantire assistenza e nonostante Unicef abbia riabilitato due centri ospedalieri, fornito celle frigorifere per preservare vaccini in favore di 250mila bambini, la situazione rimane allarmante e la carenza di medicine fa sì che malattie prevenibili e curabili, rappresentino invece un serio rischio e ad oggi, sono ancora 750mila i bimbi la cui sopravvivenza è appesa a un filo.

Dal 12 al 14 febbraio nel Kuwait si terrà la Conferenza Internazionale per la Ricostruzione in Iraq e per il 2018, Unicef ritiene necessari 17 milioni di dollari perché le strutture vengano rimesse in piedi e il quadro non è molto differente in Siria, dove la guerra imperversa ormai da otto anni e dove solo dal 1° gennaio, sono 60 i bambini che hanno perso la vita, mentre l’inasprirsi del conflitto sta costringendo decine di migliaia di persone a lasciare le città cercando rifugio nelle aree rurali e più di cinque milioni, di cui la metà bambini, si sono rifugiati in Egitto, Giordania, Libano e Turchia.

Ma come nel caso dell’area di Ghūṭa, dove nel 2013 ebbe luogo l’attacco chimico del quale tutt’ora non è dato sapere se ne è responsabile il governo o i ribelli, l’ultimo convoglio inviato dall’ONU con gli aiuti, è giunto a fine novembre 2017, quando dal primo febbraio, Unicef ha invece inviato sei camion contenenti beni di prima necessità per 8mila persone, coperte per 25mila bambini e quasi il doppio di loro, ha ricevuto anche un “kit ricreativo”.

Non è solo il Medio Oriente a preoccupare, in Birmania la persecuzione nei confronti dei Rohingya, minoranza etnica di fede musulmana alla quale è negata la cittadinanza con conseguente limitazione di movimento, accesso all’istruzione e alla sanità, ha costretto più di 650mila persone a dirigersi in Bangladesh e secondo le stime, oltre il 50% di questi sono bambini.

Una violenza crescente che anche nella Repubblica Democratica del Congo, ha obbligato quasi due milioni di persone ad abbandonare le loro case e dove la malnutrizione nella sua forma più grave colpisce più di 2milioni di bambini, il 12% del dato mondiale ed è una realtà che si ripete in Etiopia, Kenya, Nigeria, Somalia e Sudan meridionale, dove la guerra ha fatto collassare l’economia del paese esponendo più di 4milioni di bambini a carestia ed epidemie.

Conflitti scaturiti e alimentati anche dai rapporti internazionali, ma che da anni proseguono incessantemente con conseguenze devastanti che si riverberano anche nei paesi non direttamente interessati, senza che la politica, per mancanza di strumenti o volontà, abbia la forza di intervenire e fermare guerre che hanno messo in ginocchio intere popolazioni, la cui sopravvivenza è più che mai incerta ed una di queste è lo Yemen, dove 22 milioni di persone, di cui la metà bambini, dipendono quasi esclusivamente dall’operato delle organizzazioni.

Un paese interamente distrutto in uno scontro che vede protagonista la Lega Araba con i sauditi in testa, gli stessi con i quali Stati Uniti e Italia hanno fatto affari vendendo loro bombe e mezzi bellici, gli stessi che impedendo la creazione di corridoi umanitari hanno di fatto utilizzato epidemie e fame come armi, tanto che sono 16 milioni le persone che non hanno neppure accesso all’acqua potabile.

Ogni anno troppi bambini sono costretti a lasciare la propria terra, troppi che continuano a morire a causa di attacchi, mine antiuomo, attentati suicidi, che subiscono violenze, mutilazioni, oltre 150 milioni sono quelli che cadono vittime di sfruttamento ed in molti casi, i burattinai o comunque a darne una tacita approvazione, sono i colossi dell’industria, della moda e della tecnologia.

Nel 2016, Business & Human Rights Resource Center, pubblicò i primi risultati di un’indagine che portò alla luce le condizioni di sfruttamento di molti rifugiati siriani minorenni, all’interno di fabbriche tessili della Turchia, che assieme ala Cina, è uno dei principali centri di produzione di articoli di abbigliamento destinati ad aziende internazionali.

Dei 28 marchi ascoltati, solo Next e H&M hanno ammesso di aver individuato lavoratori minorenni nelle loro fabbriche di riferimento, adottando però contromisure perché i bambini potessero tornare a scuola, dando anche sostegno economico alle famiglie.

Al 2017, il quadro non è cambiato poi molto e in fondo alla classifica, spiccano marchi quali Gap, Lidl, Mothercare, Nike, Hugo Boss, Puma e Arcadia Group che possiede i brand Topshop, Dorothy Perkins e Burton Menswear.
 

 
Schiavismo che a suo tempo mise sotto i riflettori anche Philip Morris, multinazionale del tabacco detentrice dei marchi Marlboro e Chesterfield, che solo pochi anni fa si trovò nella condizione di dover ammettere la presenza di un centinaio di bambini di dieci anni, costretti a lavorare in condizioni disumane nelle proprie piantagioni e con lei aziende come KYE, Victoria’s Secret, Forever 21 e più recentemente, nel 2016, è Amnesty international insieme a Afrewatch, ha svelare come il cobalto estratto dalle miniere nella Repubblica Democratica del Congo, attraverso lo sfruttamento minorile, finisca negli apparecchi di Apple, Microsoft, Dell, HP, Huawei, Lenovo, LG, Samsung, Sony, Vodafone, Volkswagen e altre ancora.

La pila è la causa di tutto e forse, Alessandro Volta non avrebbe voluto inventarla se solo avesse potuto immaginare che un giorno, il cobalto, sarebbe stato estratto per intere giornate a mani e nude e senza nessuna dovuta precauzione da uomini, donne e bambini.

A livello mondiale, il 40% di cobalto estratto è utilizzato per il catodo, il polo positivo delle batterie, cosa che secondo gli esperti lo porterà ad avere un valore superiore dell’argento e tutto il materiale estratto dal sottosuolo della sopracitata nazione africana, di cui ne è particolarmente ricca, finisce nelle mani della cinese Huayou Cobalt, dopo di che, viene lavorato e venduto alle cinesi Ningbo Shanshan e Tianjin Bamo e alla sudcoreana L&F Materials, produttrici di batterie per auto e smartphone che a loro volta, riforniscono le aziende di prodotti elettronici.

A seguito dell’inchiesta, la Huayou Cobalt si è realmente adeguata ai criteri internazionali per il rispetto dei diritti umani, dimostrando che quando c’è la volontà, è possibile invertire la rotta, ma delle 29 aziende prese in considerazione nel rapporto di Amnesty International, quelle cioè che acquistano cobalto in Congo, Apple è ad oggi praticamente l’unica ad essersi mossa per andare a soddisfare i requisiti richiesti, anche spronando i propri fornitori a denunciare, ponendo conseguentemente rimedio a eventuali violazioni. L’azienda di Cupertino è ancora lontana dall’aver compiuto una svolta definitiva, ma altri colossi quali Huawei, Microsoft, Lenovo o aziende produttrici di veicoli elettrici come Renault e Daimler, sono ancora del tutto ferme.

Oggi non è però solo responsabilità dell’industria, è forse giunto il momento che anche i consumatori, giochino un ruolo decisivo nelle leggi di mercato, prendendo coscienza della realtà, selezionando e facendo anche quelle rinunce che è normale aspettarsi dai produttori.