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Álvaro Conrado, giovane vittima dell’ingiustizia

 
 
E’ morto in silenzio Álvaro Conrado, il silenzio assordante di chi perde la vita in qualche angolo del pianeta, all’improvviso e senza una ragione, se non quella di stare accanto alla propria gente.

Álvaro Conrado aveva da poco compiuto quindici anni, quando nelle rivolte scoppiate in Nicaragua ha trovato la morte. Era studente del quarto anno all’istituto Loyola, faceva parte della squadra di atletica e come ogni adolescente aveva sogni e passioni; suonava la chitarra, gli piacevano i Beatles, i Queen e da adulto avrebbe voluto fare il poliziotto o il pompiere, racconta la madre Liseth Dávila.

Come sempre accade, il tempo proverà a dimenticarne il nome, così come tenterà di fare con quelli delle altre vittime, 63 secondo la Commissione dei Diritti Umani (CPDH) del paese centroamericano e tra queste, anche il giornalista Angel Gahona, ucciso mentre stava semplicemente testimoniando la violenza degli scontri.

Come lui, Álvaro Conrado non aveva armi, solo acqua da portare agli studenti impegnati nella protesta, la più cruenta da quando, nel 2007, è salito al potere Daniel Ortega.

Tutto è nato all’indomani della controversa riforma annunciata dal presidente, che prevedeva un aumento dei contributi da parte dei cittadini, a fronte di calo delle pensioni del 5%. Le prime proteste, concentratesi maggiormente nella capitale Managua e nei vicini centri abitati, iniziarono nelle università pubbliche per poi crescere con il passare dei giorni, finché lo stesso Ortega si è visto costretto a cancellare la riforma per placare la popolazione.

Adesso, al centro delle contestazioni vi è l’uso eccessivo della forza da parte della polizia, oltre alle vittime infatti, il bilancio degli scontri parla di almeno 160 feriti da arma da fuoco e di 15 dispersi.

Per comprendere cosa stesse accadendo, Conrado chiese al padre cosa ne pensasse di quella riforma e l’uomo, non poté che confermargli che si trattava di un’ingiustizia.

Nella notte del 18 aprile, quando si era appena consumato il primo giorno di scontri, Conrado invia un messaggio ad un suo amico:
“Nuestra tierra pinolera*. Il luogo in cui siamo nati e cresciuti. La nostra bandiera blu e bianca è macchiata dal sangue dei fratelli. Dov’è il rispetto verso la nostra patria? È il Nicaragua, non spazzatura. Siamo nicaraguensi. Noi siamo uno.”

Alle 9:45 del giorno successivo, i genitori ricevono una telefonata con cui vengono informati che loro figlio era stato ferito gravemente e lo stavano trasportando in ospedale.

Álvaro Conrado aveva deciso di scendere nelle strade, avrebbe dato il suo contributo portando agli studenti bottiglie di acqua e bicarbonato sodio, questo perché la loro combinazione, è uno dei metodi più efficaci per contrastare gli effetti dei gas lacrimogeni, così come quelli provocati dallo spray al peperoncino.

Quella mattina Conrado stava correndo verso l’Università di Ingegneria, dove gli studenti erano asserragliati tentando di resistere agli attacchi della polizia, ma un proiettile è stato più veloce di lui e lo ha raggiunto al collo.
 

L’ospedale rifiuta di assistere Álvaro Conrado

Sanguina e fatica a respirare, il colpo gli ha provocato gravi lesioni alla trachea e all’esofago e quando a bordo di un’auto arriva all’Hospital Bautista, è ormai troppo tardi, muore in sala operatoria. Conrado era stato dapprima portato al Cruz Azul, ma il personale medico gli ha negato l’assistenza, un rifiuto che potrebbe essergli stato fatale. Secondo quanto dichiarato dal padre del bambino, i medici del Bautista gli hanno riferito che se fosse stato curato in tempo, si sarebbe salvato.

La dottoressa Ana Quirós, direttrice del Centro di Informazione e Consulenza Sanitaria, ha affermato che l’ospedale Cruz Azul, di proprietà dell’Instituto Nicaragüense de Seguridad Social (INSS), deve rispondere della morte di Conrado. Dato che è compito di ogni medico o struttura di assistenza sanitaria dare aiuto a coloro che ne hanno necessità, indipendentemente dal fatto che siano identificabili e che contribuiscano o meno alla sicurezza sociale.

Álvaro Manuel Conrado Dávila, è la più giovane delle persone decedute durante le proteste e tutte, sono state colpite nella parte superiore del corpo, ragione per cui c’è motivo di credere che l’ordine dato alle forze di governo sia stato quello di uccidere. La polizia afferma inoltre di aver risposto alle pietre lanciate dai manifestanti, con lacrimogeni e proiettili di gomma, ma secondo quanto riferito dai genitori di Conrado, la pallottola estratta dal corpo del giovane era di piombo, esattamente come vanno denunciando varie associazioni per i diritti umani.
 
Álvaro Conrado
 
Daniel Ortega salì per la prima volta al potere nel 1979, quando la Rivoluzione Sandinista pose fine alla dittatura di Anastasio Somoza, il quale godeva anche del sostegno degli Stati Uniti.
Negli anni ’80, il popolo Nicaraguense preso come pedina di una partita a scacchi tra le grandi potenze straniere, Stati Uniti ed Unione Sovietica, sopravvisse a crisi, razionamento e violenza.
Ortega, diventò primo presidente del Nicaragua nelle prime elezioni del 1984 e rimase capo dello Stato fino al 1990, quando venne sconfitto da Violeta Barrios de Chamorro, seconda donna ad essere eletta presidente nell’America Latina, carica che ricoprirà per sette anni.

A lei succederanno Arnoldo Alemán e Enrique Bolaños, finché nel 2007 non tornò Ortega, oggi quindi al suo terzo mandato consecutivo e benché da sempre di idee marxiste, non pochi sostengono che le scelte politiche fatte in questi anni, siano figlie di una retorica di sinistra sostenuta da prese decisionali di destra.

Non v’è dubbio che nel tempo sia riuscito ad accumulare sempre maggior controllo e potere, persino ottenendo che la moglie Rosaria Morillo diventasse vice-presidente, ma se in passato ha sempre trovato un modo di mitigar le proteste, nulla ha potuto contro quelle delle ultime settimane, non solo perché hanno avuto origine in quelle università dove un tempo trovava consensi, ma anche per il fatto che agli studenti si sono unite più fasce della società.

Anche la revoca della riforma sembra infatti non abbia sortito alcun effetto tra i manifestanti, Ortega si è detto quindi disponibile a dialogare e fare altre concessioni, ma il suo governo, accusato di negare la libertà di espressione e di corruzione, è adesso chiamato a rispondere anche delle numerose vittime e la morte del piccolo Álvaro Conrado, non ha fatto che accendere ulteriore rabbia e dolore.
 

 
Ad Álvaro Conrado sono dedicati i versi composti da Marco Bo, poeta astigiano che ormai da tempo, attraverso le pagine di Terzo Pianeta racconta le ‘sue’ periferie del mondo. In Nicaragua si recò nei primi anni ‘90 come volontario, aveva circa 20 anni, ed era responsabile del convitto maschile ed insegnante d’inglese presso Istituto Tecnico Agrario La Inmaculada nella città di Diriamba.

In quegl’anni Marco in Nicaragua conobbe Jazmina e da allora, insieme hanno proseguito nel loro impegno di volontariato a Birmingham Alabama e nel sud del Venezuela. La famiglia di Jazmina come tante altre famiglie in Nicaragua, negli anni della rivoluzione sandinista ha pagato a caro prezzo la lotta contro il dittatore di allora Anastasio Somoza.

“Quando dalla capitale Managua – racconta Marco Bo – tornavo a casa con il bus, lo prendevo al terminal in uno dei mercati e lì vedevo bambini che correndo dietro agli autobus vendevano sacchetti di acqua fresca, a volte a studenti che tornavano a casa. Oggi ho letto la storia di Álvaro Conrado.”
 
 

Tu sed de libertad

Bajo este cielo gris e sin luna
si te pones a escuchar por la noche batir las alas
de las bandadas que van migrado
sin miedo podrás
percibir la esperanza
para una nueva mañana

Pero yo sé que tu nunca volverás a migrar
permanecerás apegado a este pedazito de tierra
que huele a fuego y ramas y agua
como una tortilla recién hecha…

Mirando alrededor en la última parada de autobus
no esperaba verte hoy
y aun yo te escuchè
me dijiste en el viento
“yo allí siempre estaré!”

Estoy tratando de distinguir ahora cada voz
de todos los que en el asfalto han caido

Que daría yo ahora,
todo lo que tengo y soy,
para ver aquel niño a la salida del mercado que
corriendo detrás del autobús
lleno de estudiantes que  van de regreso a casa
grita:
“Agua aqua
agua!
Una bolsita de agua fresca!”

Agua fresca
agua dulce
para saciar tu sed de libertad

 
 


 

La tua sete di libertà

Sotto questo cielo grigio e senza luna
se ti metti ad ascoltare di notte, il batter le ali
degli stormi in migrazione
senza timore riuscirai
a percepire la speranza
per una nuova mattina

Ma io so che tu non migrerai mai più
rimarrai attaccato a questo piccolo pezzo di terra
che odora di fuoco di rami e di acqua
come una tortilla appena preparata…

Guardandomi intorno all’ultima fermata dell’autobus
non mi aspettavo di vederti oggi
eppure io ti ho sentito
mi hai detto nel vento
“Io sarò qui per sempre!”

Sto cercando di distinguere adesso ogni singola voce
di quelli che sull’asfalto sono caduti

Cosa darei adesso,
tutto ciò che ho e sono,
per vedere ancora quel bambino all’uscita del mercato
che correndo dietro l’autobus
pieno di studenti di ritorno a casa
grida
“Acqua aqua
acqua!
Un sacchetto di acqua fresca!”

Acqua dolce
acqua fresca
per placare la tua sete di libertà

 
 


 

Your thirst for freedom

Under this gray and moonless sky
if you start listening at night to the wings beat
of the flocks migrating
without fear you’ll be able to perceive hope
for a new morning

Though I know that you will never migrate again
you will remain stucked to this little piece of land
that smells like fire and branches and water
like a freshly made tortilla…

Looking around at the last bus stop
I did not expect to see you today
and still I heard you
you told me in the wind
“Forever I’ll be here!”

I’m trying to distinguish now each single voice
of all those who have fallen on the concrete

Now I would give everything I have and I am,
to see that child at the exit of the market
running behind the bus full of students on their way home
and shouting:
“Water water
water!
A bag of fresh water!”

Sweet water
fresh water
to quench your thirst for freedom


 
 
 
 

^ Nuestra tierra pinolera