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Viaggio sul treno della Musica (cap.5)

Il blues racconta sempre una storia. 
E ogni strofa di quel blues ha un significato.
John Lee Hooker

Fu a Kosciuko, capoluogo della contea di Attala in Mississippi, stato il cui simbolo floreale fa capo alla profumata magnolia ed alle cui acque correnti vivace guizzo di pesci gatto dona movimento, che l’incantevole armonicista blues Charlie Musselwhite, capacità di fiato al pari del bluesking Sonny boy, mise radici vitali nel Gennaio del 1944, intraprendendo quel percorso musicale che alla musica stessa avrebbe donato immenso valore artistico ed umano. Abilità paterna al mandolino, fu all’armonica ch’egli posò fiato appena tredicenne, originando quell’empatia fra corpo e strumento che ne guiderà il passo in ulteriore e futura unione a corda di chitarra, la cui cassa vibrerà rimbombo di pathos intriso a note vissute, ancor prima che suonate. 

Cresciuto a Memphis e giunto a cavallo della maggiore età in quel di Chicago nel 1962 ed accalappiato saltuario impiego lavorativo, assidua frequentazione di locali ove dai palchi calava la magia del blues, fra i cui incantatori il rivoluzionario Little Walter, ne permise in breve tempo la virata a ruolo di musicista, esibendosi egli stesso su invito del memorabile Muddy Waters, arricchendo la propria esperienza sulla scia di numerose collaborazioni che ne affinarono le capacità e conducendolo, nel 1966, alla pubblicazione del suo primo album, Stand Back! Here Comes Charlie Musselwhite’s Southside Blues Band, con notevole e primaria acclamazione di critica in ammirazione al blues bianco. Alla volta della California, passione, indole di bluesman e prezioso spirito cooperativo intra ed extra band, ne aprirono le porte della notorietà in completezza, ossia quella fama che si confà allo spessore dell’uomo nella concretezza d’animo in supporto all’abilità artistica e viceversa, in una sorta di credo personale che si leghi alla musica abbandonandosi ad essa ed in reciproca miscela di sentire che renda un tutt’uno il suonare e l’essere. 

Dennis Brown, Ben Harper, Jack Johnson, Charlie Musselwhite, Josh Turner ed Eddie Vedder, sono i protagonisti della 5° avventura a bordo del treno della musica. (https://terzopianeta.info)

Una ventina abbondante d’album all’ugola e mezzo secolo di carriera ininterrotta, in Musselwhite l’avanzar dell’età è semplice crescita anagrafica in netto contrasto alla classica concezione della senilità concepita come lento decadimento; si fa egli fantino in cavalcar della vita attraverso la sua musica, in perenne arrangiamento di nota, in instancabile accordatura di genere ed in arzillo apprendimento senza fine, spirito umile del musicista vero, leale, appassionato, suonatore genuino e cantore del vivere, che nel condividersi con più artisti assimilò esperienza restituendo beltà.

Fra le collaborazioni più emozionanti, ecletticità, profondità e finezza di sentire hanno rappresentato, nella figura del cantante e chitarrista Ben Harper, l’elegiaco connubio, di cui il carismatico ed ipnotico solista blues John Lee Hooker percepì presto tempo la potenzialità, stimolando Ben e Charlie all’union di plettro e canto, nella spinta all’unisono che li porterà alla registrazione di numerosi brani, perle indimenticabili nel panorama di genere, oltre che stimolo primo alla riflessione sulle dinamiche del mondo nelle mani dell’uomo. Percezione di storia che in Charlie si fa blues al di fuori del genere, in personalissimo stile che di musica divien fede e sangue da sciogliersi in destino, fato le cui orme si ricalcano in Train To Nowhere, vital locomotiva in viaggio esistenziale verso un nulla che si vorrebbe comprendere onde evitar deragli, persi fra la rassegnazione d’un divin disegno incomprensibile e la flebile speranza di poterne variar positivamente l’esito finale. 
 

Train I ride goes God knows where
I don’t know, I don’t care
Train I ride goes God knows where
I don’t know, I don’t care
Ain’t got money then don’t despair
You don’t have to pay no fare
Please now brother don’t you ride this train
Ride the wrong rails, live your life in vain
Please now brother don’t you ride this train
Ride the wrong rails, live your life in vain

 
Traccia inserita nell’album Sanctuary del 2004, Musselwhite vi reinterpreta l’omonimo testo dei Savoy Brown (gruppo di supporto ad Hooker nelle trasferte britanniche) che, in Blu Matter del 1969, ritmarono il proprio blues anglosassone di sfumatura rock, incalzando Train To Nowhere fra tromboni e grancassa. Nella cover di Charlie, in maggior pacatezza di sound, soffio d’armonica dona seducente taglio melodico al brano, i cui vocaboli sussurrati rendono l’ascolto un’esperienza da vivere, sullo sfondo d’un LP fra i più significativi in cui purezza di blues ed esperienza si fondono in un capolavoro ammaliante. Michael Jerome Jared Nickerson a percussioni, batteria, basso e Charlie Sexton alla chitarra, completano l’eccellente opera il cui elaborato è frutto d’instancabile ricerca, indagine, dedizione, straordinarietà di componimento che scioglie nel brivido, in richiamo alle primordiale radici di genere.

I neri hanno vissuto accanto ai binari della ferrovia 
e i treni hanno scosso le loro case durante le notti.
Da bambino pensavo: voglio fare una canzone che abbia questo effetto.
Little Richard

Nell’annata precedente la pubblicazione di Sanctuary, dannato treno sfreccia in title track sui quattro minuti di Long Black Train, prima traccia in LP del cantante country statunitense Joshua Otis Josh Turner, canzone ove chitarra acustica, violino, pedal guitar e percussioni, s’uniscono a ritmo che rimembri il movimento di locomotiva a vapore.

Nato nel 1977 nella devota cittadina di Hannah, nel Sud Carolina, impronta cristiana fu in lui impressa come nella maggior parte degli abitanti lo stesso suolo, sebbene, dopo primissimi passi in stile gospel, la passione che fin da quinquenne lo avvicinò tramite canti corali alla musica, direzionò prestotempo il suo interesse al genere country, inclinazione da lui stesso ritenuta mistico richiamo divino con il quale testimoniare il proprio credo. Voce baritonale da cardiopalma, di profondità quasi incompatibile a freschezza di volto e limpidezza di sguardo, poliedricità artistica ed indiscusso controllo vocale, si fecero fulcro della notevole fama che in lui mai assopì la profonda devozione cristiana, trasmettendone i valori all’interno del nucleo familiare e rivolgendo interesse ai giovani in primo passo di carriera attraverso una fondazione, la The Josh Turner Sholarship Fund, al fine di supportarne il finanziamento iniziale.

Dennis Brown, Ben Harper, Jack Johnson, Charlie Musselwhite, Josh Turner ed Eddie Vedder, sono i protagonisti della 5° avventura a bordo del treno della musica. (https://terzopianeta.info)

Fedelissimo estimatore del magnetico ed angustiato Hank Williams, del quale ascoltava le canzoni in biblioteca non potendosene permettere l’acquisto, alla di lui The Devil’s Train Turner s’ispirò nel partorire in scrittura Long Black Train, testo originato da una giovanil riflessione sulla vita nella sua parte maligna, ovvero immaginando un treno metaforicamente portato a simbolo di tentazione alla quale sforzarsi di resistere in ogni modo. Demoniaca allegoria che scaturì in Joshua una fase di spirituale raccoglimento, nel tentativo di comprendersi sullo sfondo dell’esistenza e ricordando, nella carica religiosa del brano, l’infernale sfumatura musicale di Johnny Cash, animo tormentato che di cristianità e filantropia fece missione, in contemporanea resistenza ai propri demoni interiori.

Canzone a Joshua molto cara ed indelebile al petto, l’ammonimento ch’egli rivolge al prossimo sfiora il fanatismo, credendosi egli stesso messaggero di Dio nell’invito ad aggrapparsi al Santo Padre, rinunciando al viaggio sul diabolico treno e resistendo al seducente fascino del suo fischio, bellezza ingannevole quanto traditrice, destinazione verso il nulla che solamente la vittoria nel Signore sarà in grado di virare al bene.
 

Cling to the father and His holy name
And don’t go riding on that long Black Train
Well I can hear the whistle from a mile away
It sounds so good
But I must stay away
That train is a beauty making everybody stare
But its only destination is the middle of nowhere
But you know there’s victory in The Lord I say
Victory in The Lord

 

Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto
la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, 
e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante
nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno.
Luigi Pirandello

E’ in un sobborgo di Chicago, Evanston, che il piccolo Edwards Louis Severson III Eddie Vedder viene alla luce nel 1964, anno precedente la separazione dei genitori. Responsabilità della sua crescita fu in responsabilità al secondo sposo, del quale Edward prenderà il cognome Mueller, sostituendolo successivamente con quello della madre, a causa dei cattivi rapporti con il patrigno, peraltro da lui creduto padre biologico fino alla rivelazione della scioccante verità, con danno alla beffa nell’impossibilità di non poter conoscere il proprio padre in quanto perito prima della triste rivelazione.

Poco più che ventenne, intrapresi differenti lavori in San Diego, acerba passione di chitarra, strimpellata dall’età di dodici anni, divenne sperimentale bozza artistica all’interno di prime band, fino al ricevimento d’una demo, da parte di Jack Irons dei Led Zeppelin, contenente brani musicali di un gruppo di Seattle appena formatosi, i futuri Pearl Jam, alla ricerca di un frontman. Scrittura, incisione e rispedizione del nastro, convinsero i mittenti dello stesso a contattare Vedder ed accalappiarsene la profonda voce baritonale, arricchendosi in futuro della sua competenza polistrumentista, coltivata nel tempo con particolare accento sull’ukulele.

Dennis Brown, Ben Harper, Jack Johnson, Charlie Musselwhite, Josh Turner ed Eddie Vedder, sono i protagonisti della 5° avventura a bordo del treno della musica. (https://terzopianeta.info)

Vissuti personali e ferite d’animo, caratterizzeranno gli scritti di Edward d’introspettività e riservatezza, elementi sputati in canto nel primo singolo del 1991, Alive, dove tristezza di verità, rassegnazione e senso d’impotenza vagheranno fra termini ben precisi, fracassanti sui timpani da tredicenne nell’apprender una piccola storia raccontata troppo tardi.
 

Son, she said
Have I got a little story for you
What you thought was your daddy
Was nothin’ but a
While you were sittin’
Home alone at age thirteen
Your real daddy was dyin’
Sorry you didn’t see him
But I’m glad we talked
Oh I, oh, I’m still alive

 
Sostenitore, insieme al proprio gruppo, di cause eco-ambientaliste, diritti civili e libertà, l’amicizia con lo storico radicale Howard Zinn, allor professore al Boston College, fu di facile nascita, titolo della cui autobiografia Eddie farà verso di canzone in Down, You can’t be neutral on a moving train, uno stimolo ad alzarsi sulla vita in movimento, quasi fosse impossibile rimanere neutrali sull’esistenzial convoglio che sfreccia l’esistenza fra alternanza di stati d’animo, sconquassati tra la voglia di farcela e la rassegnazione di fronte allo stato del nulla ove par finisca tutto.
 

Life is in motion. I’m stuck in line.
Rise. You can’t be neutral on a moving train.
One day the symptoms fade. Think I’ll throw these pills away.
And if hope could grow from dirt like me. It can be done.
Won’t let the light escape from me.
Won’t let the darkness swallow me

 
Amore d’ukulele si riverserà nell’album Ukulele Songs del 2011, chicca in brevità di disco nella quale Eddie scioglie intimità a dismisura fra baritono e vibrazion d’hawaiana chitarra, scelta di sound in cristallina liricità, finemente arricchito, in Tonight You Belong To Me, dalla rauca, malinconica e penetrante voce della cantante statunitense Cat Power, in union di romanticismo che rende l’ascolto sublime esperienza e coccola al cuore.

Voglio capovolgere l’intera faccenda.
Troverò le cose che dicono non possano essere trovate.
Condividerò questo amore che trovo con tutti.
Canteremo e balleremo per le canzoni di madre natura.
Non voglio che questa sensazione se ne vada.
Jack Johnson

E’ sulla tratta ferroviaria fra Parigi ed Hossegor che il surfista, musicista, chitarrista e cantante australiano Jack Hody Johnson scioglie in inchiostro la sua Breakdown, brano inizialmente scritto per il documentario ecologista A Brokedown Melody, alla diretta del quale, nel 2004, lo stesso Johnson e l’amico di cinematografia Chris Malloy, manifestarono intento benefico a favore della Kōkua Hawai’i Foundation, miscelando varietà musicale nella colonna sonora e proiettando riprese di surf in numerose località del mondo. Navigando su differenti tavole è nei protagonisti del filmato la speranza di trasmettere l’amor per l’onde alle nuove generazioni. 

Hawaiano di nascita, DNA paterno da surfista e musicale inclinazione, vi è in Johnson lo spirito del fantino di mare, ch’egli ebbe a domare in cavalcata dopo un incidente quasi mortale durante una gara, abbandonando la competizione, ma non il mondo del surf, unendo in tal modo amor marino ed ambientale a bontà d’animo, nel promuovere cause benefiche di rispetto ambientale.

Dennis Brown, Ben Harper, Jack Johnson, Charlie Musselwhite, Josh Turner ed Eddie Vedder, sono i protagonisti della 5° avventura a bordo del treno della musica. (https://terzopianeta.info)

Ripubblicato come singolo, è in Breakdown spinta riflessiva al tempo che sfugge sugli eccessivi impegni degli uomini, una vita in vorticosa velocità rappresentata in binario da un treno che lo stesso Johnson, ritornando da un tour e posando lo sguardo sulle bellezze al di fuori del finestrino, avrebbe desiderato che si rompesse per poter camminare ed assaporar pausa di contemplazione in ricongiungimento fra uomo e natura. Nella limpidezza del suo messaggio, John fa di eccessivo impiego zavorra da mollare in volo, levando tentacoli dalle menti talvolta incapaci di percepirsi in un vortice che mastica futuro non risputando presente, nel grido d’un sogno americano che sposta il traguardo a lontananze eccessive, talvolta inaccessibili, pertanto frustranti. La rivelazione del superfluo nella sua ingannevole essenza si fa pietra sul respiro ed affanno sui battiti, material intreccio da sciogliere in saggezza nel ritorno alla natura, madre prima e sorella confidente dai consigli più preziosi. 
 

Old train to breakdown 
Oh, please just 
Let me please breakdown
I wanna break on down 
I can’t stop now 
Let me break on down
But you can’t stop nothing 
If you got no control 
Of the thoughts in your mind 
That you kept in, you know
You don’t know nothing 
But you don’t need to know 
The wisdom’s in the trees 
Not the glass windows 
You can’t stop wishing 
If you don’t let go 
The things that you find 
And you lose and you know
You keep on rolling 
Put the moment on hold 
The frame’s too bright 
So put the blinds down low and
I need this here

 
Animo ambientalista, spirito benefico e passione per la musica che in Johnson si son legati fra canto, chitarra ed amicizia allo straordinario Ben Harper, unendone la di entrambi convinzione che i grandi cambiamenti avvengano come coscienziosa somma di singoli gesti, quasi fossero minuscole gocce in marcia nella costruzione d’un oceano. Nell’elevato testo di Whit My Own Two Hands (in omaggio a Bob Marley prima traccia title-track nell’album di Harper Diamonds On The Inside del 2003) mani generose si fan protezione, rispetto, consolazione e determinata volontà di cambiare il mondo a piccoli gesti, nel rispetto d’ogni differenza, idea ed ecosistema, facendo di singolarità stretta di mano che sappia cingere il globo in abbraccio conservativo.
 

I can change the world, with my own two hands
Make a better place, with my own two hands
Make a kinder place, oh with my, oh with my own two hands
With my own, with my own two hands
With my own, with my own two hands
I can make peace on earth, with my own two hands
And I can clean up the earth, oh with my own two hands
And I can reach out to you, with my own two hands
With my own, with my own two hands
Oh, with my own, oh with my own two hands
I’m gonna make it a brighter place, (With my own)
I’m gonna make it a safer place, (With my own)
Oh, che sensazione
Deve essere amore
(Oh What A Feeling, Gregory Isaacs)

 
Docilità di sguardo in dolcezza di taglio d’occhi s’offrirono, nel 1951, a natali lineamenti sul viso dell’incantevole Gregory Isaacs, anima che in Kingston city ebbe ad inspirare il suo primo filo d’aria, inconsapevole del fatto che la vita gli avrebbe concesso in dono di sfiatarlo a meraviglioso timbro vocale, quel soffio, collezionando canzoni e ritmi che lo condussero a fama internazionale. Gran periodo gli anni settanta, per il soprannominato Cool Ruler (dall’omonimo album registrato in studio nel ‘78 in primo debutto con la Virgin Records), in indomabile galoppata di canto a contesa di leadership con il prodigioso Dennis Brown, con il quale Gregory condividerà, nel 1989, l’album No Contest ed al quale renderà omaggio canoro in sua memoria, per precoce scomparsa nel 1999, nell’LP Sings Dennis Brown del 2005. In seconda traccia  Westbound Train, brano che Dennis, The crown Prince of reggae, come lo definì l’immenso Bob Marley, ebbe a pubblicare nel 1975. 

Dennis Brown, Ben Harper, Jack Johnson, Charlie Musselwhite, Josh Turner ed Eddie Vedder, sono i protagonisti della 5° avventura a bordo del treno della musica. (https://terzopianeta.info)

Canto in cui la locomotiva divien tratta verso la felicità sulle ceneri d’una storia d’amore che giunge alla conclusione, in tipica allegoria che fa del treno mezzo di fuga per antonomasia verso un orizzonte che giunga a coincidere con un futuro maggiormente appagante. Le due versioni appassionano in egual modo, impreziosendo l’ascolto nel percepirne i differenti timbri vocali adagiati in poetica melodia.
 

So now our love must end
You’ll never ever see me again
My friend ‘cause
I’ll be taking this train
I’ll be taking westbound train
I’ll be going ti a place where there is happiness

 
Sfumatura lamentosa e satura di sentimento accompagnano quello che da molti è considerato il suo album più rappresentativo, Night Nurse del 1982 ove, nei quattro minuti della prima traccia  title track, ciò che potrebbe essere interpretato come una richiesta di sostanza stupefacente che allevi i dolori porta invece il volto d’una donna nella consapevolezza, come affermato dallo stesso cantante, che non vi sia miglior cura dell’Amore, rigenerante mente e corpo in amorevole accudimento d’anima, unico rimedio in grado di ricucire un cuore spezzato.
 

Cause there must be something she can do
This heart is broken in two
Tell her it’s a case of emergency
There’s a patient by the name of Gregory
Night nurse
Only you alone can quench this Jah thirst
My night nurse, oh gosh
Oh the pain it’s getting worse
I don’t wanna see no doc
I need attendance from my nurse around the clock
‘Cause there’s no prescription for me
She’s the one, the only remedy

 
In sesta traccia Material Man, nella quale Gregory vomita il proprio disdegno per le indicibili condizioni di schiavitù alle quali per secoli è stato sottomesso il suo popolo, avanzando aspra e sofferta critica a coloro che di tal sopraffazione ancora beneficiano, in completo e cieco rilassamento sui loro troni dorati, in arida e completa indifferenza.
 

Oh mister wicked 
I know you wasn’t around
When I was leaving myself, oh gosh 
Yet you seat back and relax
And you took all the wealth
Is it material things you’re running after

 
Artista d’accurata pienezza, la voce di Gregory ha saputo incantare nell’universalità del suo messaggio, or trascinato in sofferta cantilena sulle ballate eviscerare da tormenti amorosi, or soave nel romanticismo cullato in ritmo lento, or frizzante e lieve nei testi più sbarazzini or esplosivo nella sublime portanza socio-culturale, volto con tutto se stesso al mondo ch’egli avrebbe voluto rinsavire e dal quale, purtroppo, precoce salto ne interruppe il cammino, immortalandone il canto.

Altissima qualità musicale, sconfinato talento ed ancora motivazionale mai issata dall’essere artista d’animo in simbiosi al cantore, fecero del lontano ragazzo che leniva l’estrema condizion di povertà nell’ascolto, in radio a noleggio, di Sam Cooke, Ben E. King e Smokey Robinson, una delle voci di spicco nel panorama giamaicano, in perenne affetto per la madre, voce canterina che era solita stirare i panni a ritmo di blues. Ammaliante voce da baritono, sublime interpretazione dei brani e particolarissimo stile personalizzato in eleganza d’abito e cappello fedora, di tesa più larga rispetto al classico Borsalino, ne ricamarono originalità e fascino in caduta libera dai palchi, accompagnata ad un sorriso che strugge al pensiero di quanto il suo vissuto sia poi stato sfregiato da numerosi arresti ed utilizzo di droghe, nera pece sul candor dell’uomo che il soprannome Lovely Lover ebbe a sfumare in malinconico e solitario romanticismo, elevatissimo pathos che patologia oncologica giunse ad assopir nel suo petto, non concedendone scampo ed abbassando sipario sul suo cinquantanovesimo anno di vita.

La musica è come il vento:
Soffia, continua a passare, a fluire.
E finché c’è vento, ci sono nuove canzoni.
Ben Harper

Fu nella californiana Claremont che una giovane coppia, Leonard, di discendenza Cherokee ed afroamericana ed Ellen Chase-Vendries ebrea, sangue lituano materno nelle vene, nel 1969 concesse in dono la vita al piccolo Benjamin Chase Ben Harper, bel faccino di bimbo che, dopo la separazione dei genitori al suo quinto anno di età, proseguì crescita nella famiglia materna. Breccia al cuor di musica avvenne durante l’infanzia, crescendo lo stesso fra le mura del Folk Music Center and Museum, il negozio di musica dei nonni materni (Charles e Dorothy) e tuttora gestito dalla madre, grazie alla quale il piccolo Ben iniziò a posar passione sulla chitarra, specializzandosi, sulla scia di Robert Johnson, nell’utilizzo della lap steel guitar, da suonare con l’apposito slide, tenendola appoggiata orizzontalmente sulle gambe. Padre percussionista, madre chitarrista e cantante, nonno liutaio e nonna chitarrista, l’infanzia trascorsa fra differenti strumenti ed il ritrovarsi fra il costante andirivieni di musicisti in bottega, fu prezioso nutrimento per la congenita dote ch’egli avrebbe sviluppato ben presto in carriera. Indiscusse e precoci capacità con la chitarra acustica ne avrebbero formato un suonatore a tuttotondo, in amor di corpo al proprio strumento con il quale condividere fisicità e sensazioni, interazione che il nonno liutaio gli diede modo di provare attraverso una Weissenborn, modello slide degli anni venti, piroettandolo nel nascente magma interiore che Harper avrebbe esploso in abilità artistica estasiante, a metà strada fra la sofferta ode alla vita di Bob Marley e l’eminente poeticità di Bob Dylan.

Versatilità mentale ed apertura d’animo ch’egli ha saputo orientare a differenti generi, mantenendo allo stesso tempo vivide radici nella black music, seppur mai accettando d’esser ricondotto ad un unico genere, tantomeno ad un’unica modalità di pensiero, ritenendo l’immutabilità delle idee il lento perir della mente. Buono, sincero, autentico, ispirato e libero, tentativo di ritornar ad essere tabula rasa in ogni esperienza ne ha condotto il cammino alle collaborazioni più significative ed intense, artisticamente ed emozionalmente, fra le quali la condivisione di corde e voci con il già citato Jack Johnson, che nella rivisitazione di High Tide Or Low Tide, brano di Bob Marley del 1973, esplodono in pacatezza di lirica che si scioglie fra l’amor d’una madre che invoca protezione per il figlio e la promessa di restarsi a fianco nelle difficoltà che, a seconda delle interpretazioni, potrebbe espanderne il significato anche in ambito d’amicizia. La versione di Ben e John è da sussulto, l’abilità del canto a doppia voce senza mai sovrapporsi, ma lasciando che i due differenti voci si percepiscano nelle peculiari tonalità, pur cantando in unione, è estasiante, la cadenza che accomuna pur lasciando trasparire le personalità d’ognuno è insegnamento primo di quanto la collaborazione fra uomini possa divenir magia pura, incanto, esperienza alla quale abbandonarsi per poi giungere a riflessione sulle ultime carezza di corda.
 

She said, “A child is born in this world,
He needs protection,
Got, guide and protect us,
When we’re wrong, please correct us.
(when we’re wrong, correct us).
And stand by me.” yeah!
In high seas or in low seas,
I’m gonna be your friend

 
Delicatezza e ritmo in ritorno al roots blues si materializzano nel 2013 nell’album Get Up, in collaborazione con Charlie Musselwhite, altr’anima profonda con cui Ben condurrà a musica No Mercy In This Land, LP del 2018 la cui ottava traccia title track esplode nell’incomprensione dovuta alla consapevolezza che nell’attuale mondo sembri essere scomparsa la pietà fra gli uomini, consumata in addii prima della partenza al fronte e disillusa nel senso d’abbandono a cui la mente d’un soldato dannatamente obbligato ad armarsi, soccombe, struggente nel pensiero della madre il cui cuore ha ceduto sotto il peso d’un dolore che par una pietra al petto. 

L’armonica di Musselwhite sostiene l’introduzione canora di Harper in maniera ineccepibile, il connubio fra canto e strumenti sorprende nel trasporto artistico ed umano, al quale la voce di Charlie dona quel tocco di calore che avvolge sogni senso. Un viaggio fra note che entra nelle vene, scorrendo lentamente fra lo struggersi e l’ascoltare.
 

The righteous and the wretched
The holy and the damned
Is there no mercy in this land
Father left us down here all alone
My poor mother is under a stone
With an aching heart and trembling hands
Is there no mercy in this land

 
Riflessivo, romantico, determinato, poetico, energico e d’una veridicità palpabile perfino nei tratti somatici, Ben Harper è un dono da assaporare e vivere nell’ascolto dei testi che ne trasmettono la magnanimità, nel saper dare all’essere uomo un significato nobile e nell’offrire possibilità di ricerca della propria luce interiore, una luce di diamanti, la stessa che nella splendida Diamonds On The Inside si fa anima di verità. Porta invece coscienza d’Amore, il treno di Ben, che in Fool For A Lonesome Train, terza traccia dell’album Lifeline del 2007, in collaborazione con  i The Innocent Criminals, storico gruppo di supporto in varietà di genere e conseguente complementarietà fra gli stessi componenti della band (Juan Nelson al basso, Oliver Charles alla batteria, Jason Mozersky alla chitarra e Leon Mobley alle percussioni), affida alla locomotiva solitudine e riflessione, quel pensar greve che toglie il sonno e riaffiora fra immagini d’una notte appena trascorsa e l’impossibilità di mantener le promesse fatte a discapito della libertà, nel desiderio d’un uomo di continuare restar solo, ma probabilmente angosciato da un proposito dichiarato e non mantenuto.
 

It’s late and I can’t sleep
I’ve made promises I can’t keep
Cobblestones and broken bones
Has a kingdom but he’s got
No home
Last night is still ringin’ in my head
Like that lonesome whistle in
The rain
I’m a fool for a lonesome train

 
Il testo si presta ad interpretazioni differenti, per le quali Ben Harper ha sempre lasciato libero arbitrio nell’umile desiderio di non voler condizionar pensieri altrui, in rispetto alla vision d’ognuno e donandosi in tal modo nell’eleganza e delicatezza caratteriale che da sempre ne contraddistinguono anima ed arte, unite ad una voce che da lontano giunge, or graffiante, or melodica, ma di radice pura ed avvolgente a tal punto da condurre al sogno fra intreccio di generi e timbro, in estrema duttilità vocale nella quale racchiudere il suo desiderio primo di armonia e pace fra i popoli.

Dennis Brown, Ben Harper, Jack Johnson, Charlie Musselwhite, Josh Turner ed Eddie Vedder, sono i protagonisti della 5° avventura a bordo del treno della musica. (https://terzopianeta.info)

L’America ed il suo grande sogno, per rincorrere il quale mani precedentemente schiavizzate nei campi di cotone giunsero a fissar binari sbudellandosi nel fisico alla rincorsa di un sogno, d’un salto in locomotiva cha ha rappresentato la fuga, il ritorno a casa, l’amore abbandonato o l’amore da raggiungere, carrozze or divine or sataniche, nel capogiro d’umori che appartiene all’uomo ed ai suoi peggiori tormenti. Passaggi fischianti fra terre ed anime i cui vissuti la musica ha saputo cogliere, far propri e ricantare affinché il mondo i aprisse gli occhi sui turbamenti che l’affliggono, un viaggio a cavallo di secoli e tuttora in corso al quale strumenti, voci e note han saputo offrirsi in ascolto nel tentativo di porre l’accento su ogni uomo e spronando a capire che nello sguardo più rassegnato, nel fisico più consumato, nell’unghia più sporca, quella a cui pochi porrebbero mano da stringere, sta tutta la dignità della fatica, valore spesso dimenticato ma del cui lavoro si godono i benefici, in assoluta cecità. S’occupa la musica, di raccogliere i valori più nobili, risucchiandoli come l’api il polline e spargendoli nel vento.

Oltre confine.

Anche in Italia il treno divenne protagonista di testi musicali nella sua valenza metaforica indiscussa. In acchiappo di polline sulla compositrice americana folksinger Hedy West, Franco Battiato ne coverizzò il brano del 500 Miles From Home, del1961, originandone in canto pop Et J’entends Siffler Le Train nell’album Fleurs del 1999…
 
 

Charlie Musselwhite – Train To Nowhere

 

Josh Turner – Long Black Train

 

Pearl Jam – Down

 

Jack Johnson – Breakdown

 

Dennis Brown – Westbound Train

 

Gregory Isaacs – Material Man

 

Ben Harper & The Innocent Criminals – Fool For a Lonesome Train

 

Ben Harper & Jack Johnson – High Tide or Low Tide