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Kurt Cobain, anima fragile e inquieta del rock

 
 
L’8 aprile del 1994, Kurt Cobain giaceva a terra da ormai tre giorni, privo di una vita che se n’era andata da tempo, fragile, oltremodo sensibile, intrisa di tristezza e di quei tormenti riversati in musica e dipinti, ma altresì irruente, giocosa, autentica, capace di liberar l’anima e dar voce, forse suo malgrado, a quella di un’intera generazione, confidandole prima dell’ultimo sospiro, l’amarezza provata e di cui aveva esigenza di scusarsi.

Io da troppi anni ormai non provo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla, nel leggere, e nello scrivere. Questo mi fa sentire terribilmente colpevole. Per esempio quando siamo nel backstage e le luci si spengono e sento il maniacale urlo della folla, non ha nessun effetto su di me […] Il fatto è che io non posso imbrogliarvi, nessuno di voi. Semplicemente non sarebbe giusto nei vostri confronti, né nei miei. Il peggior crimine che mi possa venire in mente è quello di fingere e di far credere che io mi stia divertendo al 100%. A volte mi sento come se dovessi timbrare il cartellino ogni volta che salgo sul palco.

 

Kurt Cobain, l’ultimo rivoluzionario del rock

Introspettivo, anticonformista e profondamente animato da un sentimento di uguaglianza sociale, Kurt Donald Cobain nacque il 20 febbraio 1967 ed era il primogenito di Donald Leland Cobain e Wendy Fradenburg, due giovani discendenti d’immigrati europei che si conobbero sui banchi di scuola e dopo aver celebrato l’unione nel ’65, andarono a vivere in una casa presa in affitto a Hoquiam, Washington, al 2830 di Aberdeen Avenue. Donald faceva il meccanico presso una stazione di rifornimento della Chevron situata non lontano dall’abitazione, mentre la moglie, una donna risoluta e indipendente, anche spinta dal desiderio d’esser autosufficiente, alle incombenze domestiche affiancava il lavoro di cameriera. Nell’agosto del ’67 si trasferirono nel dimenticato quartiere noto come Felony Flats, nella vicina cittadina di Aberdeen, al 1210 di East First Street dove il 24 aprile del 1970 venne al mondo la sorella minore Kimberly.

Il ramo materno della famiglia vantava una certa sensibilità verso la musica, suo prozio Delbert era infatti un cantante lirico tenore ed i fratelli di Wendy, Chuck e Mari Earle, erano rispettivamente batterista e chitarrista, lui fece parte di band come The Beachcombers, i Fat Chance, mentre lei si esibiva in tutta la regione accompagnando come turnista vari gruppi locali. Una passione e naturale inclinazione che Cobain ereditò e manifestò sin dalla prima infanzia, a soli 4 anni si avvicinò al pianoforte, amava le canzoni dei Beatles, dei Ramones ed incoraggiato dalla nonna paterna Iris, pittrice professionista, andò sviluppando anche un forte interesse per l’interesse per il disegno.

Ribelle e logorato nella psiche sin dall'infanzia, Kurt Cobain ha segnato un'epoca mostrando l'anima e dando voce a quella di un’intera generazione. (terzopianeta.info)A 7 anni però, la sua vitalità ed esuberanza vennero tradotte in bipolarismo e ADHD, disturbo evolutivo dell’autocontrollo da curare con il Ritalin, ancora oggi una consuetudine negli Stati Uniti, nonostante l’Organizzazione Mondiale della Sanità ne abbia rilevato la similitudine farmacologica con la cocaina da trent’anni e fra i declarati e possibili effetti negativi sono menzionati insonnia, depressione, aggressività e ideazione suicidiaria. Nel frattempo, l’immaginazione gli aveva regalato Boddah, l’amico immaginario con cui trascorreva i momenti di solitudine, ma neppure lui poté evitargli il dolore per l’improvvisa separazione dei genitori. L’età gl’impedì la comprensione delle dinamiche di coppia e il piccolo paradiso in cui aveva vissuto sin ad allora sparì bruscamente, si sentì privato dell’amore e della sicurezza familiare, cominciò ad isolarsi, la sua personalità a mutare e i rapporti con la madre e il padre andarono facendosi sempre più tesi: «Mio padre odia mia madre, mia madre odia mio padre, è semplice: vogliono che io sia triste».

Ebbe per lui inizio un periodo durante il quale non faceva altro che trasferirsi da una casa all’altra e tutto precipitò quando prima Donald e poi Wendy si ricrearono una famiglia. Lei sposò Pat O’Connor, dando alla luce la figlia Breanne, mentre lui si unì in matrimonio con Jenny Westeby e sebbene avesse già due figli, Mindy e James, Kurt Cobain provò nuovamente l’affetto che aveva visto svanire, tuttavia, alla nascita del fratellastro Chad, il disagio e le frustrazioni tornarono a smorzargli il respiro.

Negli anni scolastici, con la speranza di richiamare l’attenzione di suo padre, tentò vanamente di assecondarne i desideri entrando a far parte di una squadra di wrestling e poi di baseball, ma era lontano dalla cosiddetta jock culture che pone l’atletica al di sopra d’ogni altra attività scolastica, tendenza presente in tutti gli Stati Uniti e ancor più in luoghi com’era allora Aberdeen, città costiera dove dai giovani non ci si aspettava arte e poesia, ma che appunto praticassero sport e lavorassero sulle banchine o negli stabilimenti adibiti al taglio e stoccaggio di legname.

Le esperienze si conclusero quindi prima di cominciare, ma quelli furono anche gli anni in cui sperimentò sulla propria pelle, o quasi, il variegato mondo dell’omofobia, veniva infatti schernito ed emarginato dai compagni a causa di una presunta omosessualità dovuta all’amicizia con un ragazzo per nulla intimorito dal dichiararsi tale, Myer Loftin. Ovviamente Kurt Cobain non smise di frequentarlo, ma anzi, accoglieva i vari epiteti senza dar loro peso. Giunto alla fama, più volte parlò e compose schierandosi contro l’omofobia ed altrettanto contro il razzismo, la disparità di genere e la violenza sulle donne, uscendosene con un’osservazione nient’affatto banale e che dovrebbe esser ascoltata: «Lo stupro è uno dei crimini più terribili. E accade ogni due minuti. Il problema dei gruppi che se ne occupano, è che cercano di educare le donne a difendersi. Quello che deve essere fatto davvero, è invece insegnare agli uomini a non violentare».

 

Illiteracy Will Prevail, l’alba di un’era

Ribelle e logorato nella psiche sin dall'infanzia, Kurt Cobain ha segnato un'epoca mostrando l'anima e dando voce a quella di un’intera generazione. (terzopianeta.info)
Per il suo 14° compleanno, Chuck Fradenburg gli regalò una chitarra elettrica di seconda mano e per quanto sfasciata divenne per lui un ossessionante piacere. Ad infondergli conoscenza fu Warren Mason, musicista di origini croate, oggi insegnate d’ogni strumento a corda ad eccezione dell’arpa e in breve tempo per Cobain non esisteva nient’altro se non l’esercizio, suonava Louie Louie, Stairway to Heaven, altre canzoni dei Cars, AC/DC e benché fosse destrimane, scelse di tenere la chitarra come un mancino.

Quando il padre si accorse che a risentire di quell’impegno erano però i risultati scolastici, gli vietò di proseguire con le lezioni. Abbattuto e furioso per un castigo piombato come una condanna, cercò asilo prima dai nonni e poi dalla madre, finché verso la metà degli anni ’80, dopo aver abbandonato gli studi ed essersi mostrato restio a trovare un lavoro, venne da lei sbattuto fuori di casa. Per qualche tempo visse per strada mangiando grazie ai buoni viveri e dormendo in auto, sotto lo Young Street Bridge, il ponte sul fiume Wishkah che ispirò la canzone Something in the Way. Fu lui stesso ad affermarlo, sebbene nel 2005 il bassista Krist Novoselic mise in dubbio la veridicità delle sue parole, dichiarando che vi sostava, ma non avrebbe potuto pernottarvi a causa dei continui innalzamenti del livello dell’acqua, tesi che trovò conferma in Charles Cross, autore del libro Cobain. Più pesante del cielo.

Underneath the bridge
The tarp has sprung a leak
And the animals I’ve trapped
Have all become my pets
And I’m living off of grass
And the drippings from the ceiling
But it’s okay to eat fish
‘Cause they don’t have any feelings

A dargli un tetto fu la famiglia dell’amico Jesse Reed e insieme a quest’ultimo, dopo esser stato assunto come lavapiatti presso il ristorante Lamplighter di Grayland, nell’autunno del 1985 andò ad abitare al 404 North Michigan Street. Mesi prima però, Kurt Cobain insieme a Greg Hokanson e Dale Crover, già batterista dei Melvins, formarono i Fecal Matter, una band dalle sonorità hardrock punk che ebbe vita breve, ma abbastanza da realizzare un paio di significativi demo. Nell’arco di un mese Hokanson uscì dal gruppo e i due compagni rimasti si recarono a SeaTac, città meridionale della Contea di King dove viveva Mari Earl e a casa sua, per mezzo di un 4 piste registrarono un primo lavoro dal titolo Illiteracy Will Prevail, fra le tracce vi erano Downer, canzone in seguito inclusa in Bleach, album d’esordio dei Nirvana, e Spank Thru, pubblicata nell’88 con l’uscita di Sub Pop 200, una raccolta che presentava il panorama grunge di Seattle e poi nel 2004, con il box set With the Lights Out, contenente altro materiale che la coppia aveva inciso nel dicembre di quello stesso anno.

Ribelle e logorato nella psiche sin dall'infanzia, Kurt Cobain ha segnato un'epoca mostrando l'anima e dando voce a quella di un’intera generazione. (terzopianeta.info)
Kurt Cobain e Mari Earl

 

Nirvana, culmine della vita ascetica

Nell’86 se ne andò anche Crover, ma tramite lui Kurt Cobain aveva da poco conosciuto Krist Novoselic e gli fece ascoltare quanto avevano prodotto. Il bassista ne rimase tanto impressionato che immediatamente si propose per formare una band e una volta aperta la caccia al batterista, selezionarono Bob McFadden, poi venne il turno di Aaron Burckhard, Dave Foster, saltuari ritorni di Crover e anche il nome del gruppo cambiava praticamente ad ogni esibizione. Furono i Sellouts, Brown Cow, Ted Ed Fred, nell’aprile del 1987, al Tacoma’s Community World Theatre, si presentarono come Skid Row e in altre due successivi concerti tenuti in città, Pen Cap Chew e poi Bliss.

Alla fine, alla batteria arrivò Chad Channing e mentre i dolori allo stomaco rimasti senza risposta medica e curati con l’eroina stavano cominciando ad assalire Kurt Cobain, ispirandosi al pensiero di libertà dal patimento e dalla sofferenza del mondo esterno buddista, battezzò la band, Nirvana.

Nei Reciprocal Studios di Seattle, sotto la supervisione di Jack Endino, produttore e ingegnere del suono dei primi lavori di Soundgarden e Green River, registrarono una decina di demo e con scarso risposta pubblicarono il loro primo singolo, Love Buzz, reinterpretazione del brano degli olandesi Shocking Blue. Nel 1989 però, con una spesa poco superiore ai 600 dollari, per l’etichetta Sub Pop di Bruce Pavitt, vide la luce Bleach, nome preso in prestito da uno spot che al tempo veniva trasmesso per sensibilizzare e invitare i tossicodipendenti a disinfettare gli aghi con la candeggina, in inglese bleach. Stavolta le cose andarono diversamente, in breve tempo il disco raggiunse le 35mila copie vendute, girava nelle radio dei college e a parlarne, anche la stampa di settore.

I Nirvana si misero al lavoro per un secondo album che avrebbe dovuto intitolarsi Sheep e come produttore, Pavitt suggerì loro di rivolgersi a Butch Vig. Sin a quel momento nei suoi Smart Studios aveva visto transitare solo piccole band locali, ma sarebbe diventato presto uno dei principali artefici della diffusione del rock alternativo degli anni ’90, arrivando a produrre dischi di gruppi come i Green Day, Smashing Pumpkins, Soul Asylum, Garbage, Sonic Youth e molti altri.

Registrano otto brani, tra cui la cover dei Velvet Underground, Here She Comes Now, ma alla fine di maggio del 1990, Channing abbandonò, pare che a spingerlo furono proprio Cobain e Novoselic perché non lo ritenevano un gran metronomo e non picchiava come loro avrebbero voluto. A sostituirlo, dopo quattro anni di militanza negli Scream, un live e due album in studio, giunse David Grohl.

Le grandi etichette avevano iniziato ad accorgersi dei Nirvana e a metterli sotto contratto fu la DGC Records di David Geffen, casa discografica sussidiaria della Geffen Records, nata a fine anni ’80 per promuovere il rock progressivo. L’album venne registrato nei californiani Sound City Studios di Van Nuys e il 10 settembre 1991, i Nirvana anticiparono l’uscita lanciando il singolo Smells Like Teen Spirits e a livello planetario, il successo fu tale, da trascinare in cima alle classifiche anche il disco, Nevermind, pubblicato 14 giorni dopo.

Comes As You Are, Lithium, On Plain, In Bloom, in un istante i Nirvana entrarono nella storia della musica contemporanea con l’album che fu il loro capolavoro assoluto, massima espressione del grunge e uno degli ultimi apici toccati nel rock. Rabbioso, etereo, inquieto, Kurt Cobain è struggente come lo sono i suoni e le armonie della sua chitarra, come lo è stata l’intera sua esistenza, forse riassunta proprio in quel Nevermind, non importa, forse, chissenefrega.

Ho cominciato a farmi regolarmente dopo il successo di Nevermind, non so spiegare il perché, forse perché in realtà sono stato sempre uno scoppiato. Sto cercando di venirne fuori, ma sinceramente non posso dire di esserci ancora riuscito

Il terzo ed ultimo album fu In Utero, stampato 21 settembre 1993, ma la conclusione tristemente perfetta arrivò con l’ormai leggendario concerto acustico tenuto il 18 novembre del medesimo anno a New York, per gli MTV Unplugged, poi divenuto primo album postumo dei Nirvana.

L’esibizione si chiuse con la tradizionale Where Did You Sleep Last Night, conosciuta anche come Black Girl e In the Pines, brano che i più associano a Leadbelly, bluesman senza tempo e adorato da Cobain. Candele e gigli circondano Cobain che appare leggero, decadente, sereno e con il senno di poi tutto sembra essere un commiato previsto, disegnato e voluto anche nel rifiuto di suonare ancora, negli autografi lasciati con l’aria di chi non hai mai realmente capito il motivo del successo, un personaggio criticato musicalmente, definito antieroe, quando mostrare l’anima è semplice prerogativa dell’ispirazione pura e non plasmata, è l’essere che lascia dietro di sé ogni altra ragione, è il prendere o lasciare. Kurt Cobain ha segnato, aperto e chiuso un’epoca e lo ha fatto oltre i Nirvana.

Nel pomeriggio del 5 aprile 1994, a soli 27 anni si spense per un «colpo di fucile autoinflitto alla testa» sentenziò l’autopsia. Sebbene il volto fosse solo in parte sfigurato, il riconoscimento avvenne tramite impronte digitali. Dieci giorni dopo, i risultati degli esami tossicologici evidenziarono presenza di Valium nel sangue e una concentrazione di eroina pari 1,52 milligrammi. Una dose da molti ritenuta eccessiva perché riuscisse a maneggiare l’arma e insieme ad altre incongruenze, alimentò dubbi mai davvero fugati sulle cause del decesso.
 

Something in the way

 

 

 

 

 

Smells Like Teen Spirit