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Glenn Gould: La solitudine del genio

 
 
Glenn Gould ha incantato, sbalordito, esacerbato, scioccato. Un musicista visionario e dal singolare modo di approcciarsi fisicamente al pianoforte, che ha proposto meravigliose interpretazioni di Schoenberg, Beethoven, Johann Sebastian Bach, cantandone le note per aiutare lo strumento ad arrivare dove altrimenti non avrebbe potuto. Dannazione per i tecnici del suono, che in fase di registrazione non sempre riuscivano ad escluderne la voce.

Nonostante la breve carriera, i vent’anni trascorsi lontano dalle sale concerto, la quasi totale assenza dal repertorio di compositori come Chopin, Liszt, Schubert, Debussy, Bartók, Schumann – alcuni definiti mediocri, altri incapaci di scrivere per piano – le doti tecniche, la libertà creativa e la facoltà di esplorare e spingersi oltre quelli che erano i confini del pianoforte, gli hanno permesso di esser ampiamente considerato fra i più grandi pianisti del XX secolo, certamente, fra i più originali e bizzarri mai esistiti.

Critica e colleghi non lo hanno risparmiato da fervidi e negativi giudizi. A partire dall’indimenticabile Benedetti Michelangeli, tanto simili e così diversi, evitavano vicendevolmente di nominarsi. Allora come oggi, le opinioni su Glenn Gould sono molteplici e discordanti. Tuttavia, l’interesse attorno alla sua figura è dimostrato dai numerosi documentari, mostre e libri che continuano a ravvivarne il ricordo, lo stile raffinato, asciutto e straordinariamente pulito anche nei passaggi di contrappunto.

Altre opere ne scrutano la personalità, le debolezze, le manie, i momenti di estrema energia, seguiti da improvvisi crolli ai limiti della depressione.
Benché lui abbia sempre negato l’uso eccessivo, gran parte delle biografie affermano che sin dai primi anni ’50 assumesse farmaci di ogni tipo per curarsi da dolori e malattie per lo più inesistenti. Per far svanire l’ansia, per la pressione, disturbi del sonno e ancora antidolorifici da banco, vitamine, integratori. Quando occorreva, per le prescrizioni faceva affidamento su più dottori, ma senza che questi fossero al corrente l’uno dell’altro. Le medicine di frequentemente sarebbero state contrastanti fra loro, costringendolo a prendere farmaci per compensare gli effetti causati da altri, creando un interminabile circolo vizioso.

Su che Glenn Gould sono state avanzate anche ipotesi che potesse essere affetto da bipolarismo, altri, come lo psichiatra e suo amico Peter Ostwald, suggerirono che soffrisse della sindrome di Asperger.
 

Glenn Gould: Il ritratto di un genio 

Glenn GouldNato il 25 settembre del 1932 a Toronto, Canada, i suoi genitori erano Russell Herbert Gold e Florence Emma Greig. Erano una coppia di presbiteriani con origini scozzesi e inglesi, ma causa di un cognome diffuso fra gli ebrei anche come forma abbreviata, in un clima di crescente antisemitismo che andava manifestandosi nella Toronto prebellica, per evitare pericolosi equivoci, intorno al 1939, decisero di apporre la piccola variazione con la quale il pianista si farà conoscere.

Vivevano al numero 32 di Southwood Drive – luogo inserito nel 1993 tra i siti storici canadesi – e la musica più che una passione in famiglia era un comune fattore genetico. Il padre, proprietario di una pellicceria, era un violinista, mentre la madre, lontana parente del compositore norvegese Edvard Grieg, suonava pianoforte e organo. Fu lei ad impartirgli le prime lezioni e Glenn Gould non poté che presentarsi al mondo come il classico prodigio che prima ancora di saper pronunciare una sillaba, faceva scorrere le dita sul pianoforte. All’età di 3 anni era già in grado di leggere la musica, per di più dando segno di posseder l’orecchio assoluto, la capacità cioè, di riconoscere una nota senza alcun tono di riferimento. A 5 anni iniziò a comporre e a 12 era diplomato in organo e pianoforte.

Frequentò il Toronto Conservatory, dal ’47 divenuto noto come Royal Conservatory of Music. Tra gli altri, ebbe come insegnante Alberto Guerrero, celebre compositore di origini cilene, che esercitò un forte ascendente su più generazioni di allievi. Lo stesso Gould ne subirà l’influsso, sarà suo mentore fino al 1952 e ne influenzerà in modo decisivo la tecnica.

Nel rispetto della tradizione il ‘soffio divino’ si è mostrato sin dall’infanzia. Secondo i racconti del padre ancora prima di quei 3 anni. L’uomo affermava che appena nato, anziché piangere, il piccolo Gould emetteva suoni simili a un canto e quando muoveva le dita, lo faceva come se le poggiasse sui tasti. Realtà o semplice affetto, oltre all’indubbio talento dimostrava essere un bambino dall’intelletto precoce, con una febbrile immaginazione, solitario come spesso accade ai piccoli prodigi “costretti” lontano dai propri coetanei. Adorava gli animali, i cani in particolar modo, quando si trovava al cottage di famiglia a nord di Toronto – luogo in cui troverà rifugio anche in età adulta – intratteneva le mucche al pascolo cantando per loro.
«Quando avevo 6 anni – ricorderà con la caratteristica ironia – ho fatto un’importante scoperta: Vado d’accordo con gli animali, molto più che con gli umani».

Si esibì per la prima volta di fronte ad un pubblico, il 5 giugno del 1938, in occasione del 30°anniversario della Business Men’s Bible Class e nell’agosto dello stesso anno prese parte alla competizione ‘Canadian National Exhibition’. Mancò la vittoria, ma il successivo 9 dicembre, lasciò meraviglia tra i presenti all’Emmanuel Presbyterian Church di Toronto e storia vuole, che sia stato il momento in cui il giovane Gould prese coscienza di voler diventare un concertista. Esaudendo così, anche il desiderio che la madre aveva sempre custodito.

Dopo aver partecipato al Kiwanis Music Festival del 1944, stavolta aggiudicandosi il primo premio di 200 dollari canadesi, il 12 dicembre 1945 debuttò ufficialmente come organista all’Eaton Auditorium. Interpretò ‘Sonata n.6’ di Mendelssohn e ‘Fuga in Fa maggiore di Bach’. Il mattino dopo il Toronto Telegram titolava: “Boy, age 12, shows genius as organist”.

Il ‘genio’ si era svelato e con favore, la critica ne accompagnò l’esordio orchestrale avvenuto l’8 maggio del ’46 al Massey Hall ed altrettanto ben accolta fu l’esibizione del gennaio seguente, quando al pianoforte, insieme alla Toronto Symphony Orchestra, interpretò i tre movimenti che compongono Concerto n.4 di Beethoven: Allegro moderato, Andante con moto e Rondò (Vivace).
 

Glenn Gould e la sedia leggendaria

Pensatore fra i più alti d’ogni era, Aristotele ebbe ad osservare che “non esiste grande genio senza una dose di follia” e nel 1953, quando ormai era conosciuto in tutto il Canada, almeno una scintilla scoppiò portandolo a progettare una sedia del tutto personale per esibirsi al pianoforte.
Innanzitutto doveva essere più bassa di una normale, regolabile con assoluta precisione, dotata di uno schienale che formasse un angolo retto con la seduta ed infine solida e allo stesso leggera perché fosse facilmente trasportabile.

Non fu il primo a voler la propria sedia, a precederlo i polacchi Ignace Paderewski e
soprattutto Josef Hofmann, virtuoso pianista e appassionato inventore che per porre rimedio alla sua minuta statura, non solo fece in modo che la Steinway & Son, costruisse per lui strumenti con i tasti leggermente più stretti, ma disegnò una sedia reclinata in avanti di 2,54 cm.
Proprio Hofmann, anch’egli enfant prodige paragonato al giovane Mozart, aveva incantato Gould, quando a 6 anni, i genitori lo portarono per la prima volta a vedere un’esibizione dal vivo.

Fu suo padre Herbert ad occuparsi della sedia e la creò prendendo a modello una pieghevole; ne segò le gambe di 10 cm e sotto ad ognuna posizionò dei martinetti per regolarne l’altezza. Di fronte alla tastiera, Gould non ancora a suo agio e non potendo abbassare ulteriormente la seduta per non trovarsi le ginocchia eccessivamente in alto, ebbe l’intuizione di piazzare sotto al pianoforte dei blocchi in legno di 3 cm. Così facendo era perciò al di sotto degli standard di circa 13 cm.

Nacque così la sua particolare postura, con la tastiera dove scivolavano le dita sfiorata dal mento, quasi a voler sussurrare le note al pianoforte, ascoltandone nel frattempo la voce e su di essa, abbandonandosi al continuo moto circolatorio che gli era proprio.

Per tutto il resto della carriera non ne utilizzerà un’altra. A casa, in sala di registrazione, in concerto, Glenn Gould pretenderà che sia lei ad accompagnarlo in ogni occasione e non la sostituirà neanche quando ormai sgangherata, insopportabilmente per tecnici, cigolerà durante le incisioni lasciando traccia degli stridii e men che meno, sarà accantonata quando persa la seduta rimarrà con le assi in vista.
 
Glenn Gould
 

La gloria e l’uscita dalle scene

Nel 1955 fece il suo debutto negli Stati Uniti, si esibì al Town Hall di New York e l’attenzione su di lui fu immediata, tanto che senza attendere un istante la CBS lo mise sotto contratto. Per lui fu l’inizio di uno sfolgorante periodo concertistico in giro per il mondo: Nord America, Europa, U.R.S.S, fu il primo canadese ad essere ospitato in territorio sovietico, per di più al culmine della guerra fredda.

In quello stesso anno viene pubblicata ‘Variazioni di Goldberg’, una composizione per clavicembalo scritta da Bach a metà del diciottesimo secolo, a quanto pare per dar sollievo al conte Keyserling nelle sue notti insonni. L’opera, costituita da 30 variazioni su un singolo tema, l’aria, a lungo era stata considerata alla stregua di un esercizio tecnico. A riportarne alla luce l’ampio valore emotivo furono le analisi critiche del Novecento e più d’ogni altro, fu l’allora ventitreenne Glenn Gould a porla tra i capolavori assoluti. Quel disco, lanciò il pianista nella leggenda.
 
Glenn Gould
 
Prima di sedersi di fronte al pianoforte immergeva in acqua tiepida mani e avambracci, massaggiandoli per una ventina di minuti. Sotto i suoi piedi era solito mettere un tappeto. Si vestiva in maniera pesante anche d’estate, cappello, soprabito, sciarpa, guanti, a volte indossati anche mentre suonava.

Immancabili erano i biscotti a forma di freccia, bottiglie di acqua minerale e oltre alla sedia, da un certo momento in poi, in fase di registrazione doveva assolutamente esserci la cassetta degli attrezzi in metallo che apparteneva a Lorne Tulk, tecnico e amico di lunga data. Gould se ne innamorò, divenne per lui una sorta di porta fortuna. Per assicurarsi di averla sempre accanto avrebbe voluto acquistarla, offrendo all’uomo qualsiasi cosa avesse desiderato, ma questi rifiutò lasciando che la prendesse ad ogni sessione in studio.

E in sala di incisione, il genio di Toronto si chiuderà per sempre tra lo stupore di critica e pubblico, che fino ad allora lo aveva seguito facendo registrare il tutto esaurito praticamente ovunque. Gould si esibì per l’ultima volta il 10 aprile del 1964, al Wilshire Ebel Theater di Los Angels. Aveva 34 anni, era all’apice della carriera, solo 4 anni prima, il 31 gennaio del 1960, aveva suonato in un programma mandato in onda dalla CBS eseguendo ‘Concerto n.1 in Re minore’ di Bach. Ad introdurre il «great young pianist» era stato Leonard Bernstein, lo stesso che venti minuti dopo, lasciò il podio favorendo l’ingresso di Igor Stravinsky.

La scelta fu conseguenza di una crescente insofferenza ad esibirsi, non tanto per la presenza di persone che lo osservavano, quanto piuttosto dal concetto di ‘pubblico’ e ‘artista’, distinzione, o meglio, conflittualità che vedeva crearsi nello spettacolo, con le sue regole ben precise da seguire, rispettare, e da lui mal sopportate.
 

Per ciò che mi riguarda spero di poter realizzare a sessant’anni un’ambizione che ho dall’età di sedici e che consisterebbe nell’organizzare una mia stagione concertistica in una mia sala da concerti: al pubblico sarebbe vietata qualsiasi reazione, niente applausi, niente ovazioni, niente fischi, niente.

(Glenn Gould, ‘No, non sono un eccentrico’, EDT)

 
Glenn Gould abbracciò tutti gli aspetti dell’arte di studio, aveva ben chiaro che la tecnologia avrebbe cambiato per sempre la musica. Attraverso una visione pionieristica, capì che la registrazione non era semplicemente un mezzo per documentare le performance, ma anche un modo per creare nuove interpretazioni e soprattutto raggiungere la perfezione alla quale mirava da sempre. Era per lui un mezzo per portare l’arte a livelli mai visti prima. Le sue incisioni sono un lungo lavoro si ascolto, di ricerca del più piccolo errore, tagli, correzioni, ripetizioni dei passaggi. Gould giocò un ruolo chiave nella storia della registrazione della seconda metà del Novecento.

Lontano dal palco, il rapporto con la musica continuò quindi attraverso programmi radiofonici, apparizioni televisive, dischi, registrò opere di Bach, Mozart, Schumann, Prokofiev, Scriabin, Händel, Beethoven, ‘Preludio e Fuga in Do, n.1’ della raccolta ‘Il Clavicembalo ben temperato’, è stata inserita nei ‘Golden Records’, i due dischi inviati nello spazio in ambito del progetto ‘Voyager’ inaugurato dalla NASA nel ’77 con l’obiettivo di studiare il sistema solare esterno.

Compose egli stesso e negli anni non concentrò le sue energie solo sulla musica, realizzò documentari, scrisse saggi, sceneggiature, articoli, recensioni. Lavorava costantemente, soprattutto di notte, aveva anche l’abitudine di uscire solo all’imbrunire, ma con il trascorrere del tempo, cominciò ad isolarsi sempre di più. Andarono diminuendo i contatti con le persone, lentamente avvenivano quasi unicamente attraverso l’adorato telefono. Gould scelse la solitudine come soggetto già nel suo primo programma radiofonico, ‘The Idea of North’, trasmesso dalla CBC nel 1967, cui dette seguito con ‘The Latecomers’ e ‘The Quiet in the Land’. Sono documentari che compongono ‘The Solitude Trilogy’.

Nel 1982, negli studi newyorkesi della Colombia, Glenn Gould ha registrato nuovamente le ‘Variazioni Goldberg’ , apportando numerose modifiche all’interpretazione. Due anni dopo l’album riceverà il Grammy e il canadese Juno Award, ma il pianista non poté presenziare alla premiazione. Il 27 settembre 1982, due giorni dopo aver compiuto 50 anni, Glenn Gould fu colpito da un ictus.
Ricoverato al Toronto General Hospital, si spense il successivo 4 ottobre successivo.
 
Glenn Gould
 

Credo che la giustificazione dell’arte sia la combustione interna che si accende nei cuori degli uomini e non nelle sue manifestazioni superficiali, esterne e pubbliche. Lo scopo dell’arte non è il rilascio di un’espulsione momentanea di adrenalina, ma è piuttosto la costruzione graduale e permanente di uno stato di meraviglia e serenità.

 

Johann Sebastian Bach

 

Johann Sebastian Bach, The Goldberg Variations (1964)

 

Johann Sebastian Bach, Concerto No. 1 in Re minore (Debutto televisivo negli Stati Uniti)

 

Ludwig van Beethoven, 15 Variazioni e fuga

 

Claude Debussy, Première Rhapsodie

 

Johann Sebastian Bach, L’arte della fuga

 

Johann Sebastian Bach, Partita n. 4 in Re maggiore

 

Johann Sebastian Bach, The Goldberg Variations (1981)