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Fela Anikulapo Kuti: Il sogno ribelle dell’afrobeat

 
 
Fela Kuti nacque il 15 ottobre 1938 ad Abeokuta, città situata a poco più di 100km a nord di Lagos, Nigeria. Sarebbe dovuto essere un medico, un uomo dell’élite nigeriana come lo era il padre Israel Oludotun Ransome Kuti, pastore anglicano fondatore dell’Unione degli Insegnanti. Come lo era la madre, Funmilayo Ransome Kuti, ‘La madre dell’Africa’, aristocratica e attivista politica onorata del Lenin Prize per la pace e dell’onorificenza nazionale Ordine del Niger.

Medico, come i suoi fratelli Olikoye e Beko sarebbero diventati, laureandosi rispettivamente al Trinity College Dublin e alla Manchester University. Per questo, compiuti 20 anni, anche Fela Kuti fu mandato a studiare in Inghilterra, dove il cugino Wole Soyinka stava iniziando una carriera di scrittore che lo porterà al Nobel per la letteratura nel 1986 e a molti altri riconoscimenti, non ultimo, il ‘Premio Speciale’ allo Europe Theatre Prize, per il contributo volto a portare «comprensione e scambio di conoscenze tra popoli».

Era il 1958 quando Fela Kuti arrivò nel Regno Unito, ma l’idea che aveva del suo futuro era lontana da quella che avevano i genitori e animato dalla passione coltivata sin dall’infanzia, decise d’iscriversi al Trinity College of Music e diventare il padre indiscusso dell’afrobeat. Parlare della sua opera significa inevitabilmente affrontarne il vissuto, in pochi altri artisti infatti, musica, pensiero ed esperienza si intrecciano a tal punto. Il nigeriano è simbolo di lotta, acerrimo nemico dei regimi che si sono susseguiti nella sua terra, compreso quello che per 2 anni vide a capo del paese il generale Muhammadu Buhari, quello stesso che al tempo salì al potere con un colpo di Stato e dal marzo 2015, è Presidente eletto.

La ribellione, il profondo impegno politico, oltreché il notevole ascendente sulla gente, lo hanno posto sovente a paragone con Bob Marley. Due uomini agli antipodi sotto molti aspetti e altrettanto simili sotto altri, indubbio è che entrambi concepivano la musica come arma per combattere ingiustizia e ineguaglianze, ma se il giamaicano aveva in sé una filantropica e profonda consapevolezza che veicolava in un messaggio globale, Fela Kuti è stata un’indomita voce di libertà, la sua opera è africana in maniera radicale e impetuosa, pura espressione dell’afrocentrismo, contribuendo pesantemente anche alla popolarità del pidgin e della lingua yoruba nelle canzoni.

 

«Sono Fela Anikulapo Kuti, non posso morire»

Olufela Olusegun Oludotun Ransome Kuti, questo il suo nome per intero, suona il pianoforte sin dall’età di otto anni, incoraggiato dal padre e dal nonno paterno, quest’ultimo è stato tra i primi nel continente ad incidere su disco. Adolescente entra a far parte del coro del leggendario trombettista Dr.Victor Olaiya e al college londinese, è sullo stesso strumento che si cimenta e con l’amico Jimoh Kombi Braimah, in città per studiare legge, insieme ad altri musicisti caraibici espatriati, formano i Koola Lobitos, una band che al jazz di Coltrane, Davis e Parker miscela l’highlife, genere sorto intorno agli anni ’20 nella zona costiera del Ghana, commistione di ritmi tradizionali, afroamericani ed europei.

In quello stesso periodo conobbe Remilekun Taylor, si sposarono nel 1961, ebbero tre figli e nel 1963, tutta la famiglia si trasferì in Nigeria, dove Fela Kuti iniziò a lavorare alla Nigerian Broadcast Company, ente supervisore dell’industria radiotelevisiva del paese, assumendo il ruolo di produttore di emergenti gruppi musicali. Ma come a 18 anni non aveva resistito più di 6 mesi in veste di impiegato presso il Ministero del Commercio, poco dopo lascia tutto per concentrarsi sulla musica. Tornato in patria Fondò un gruppo conservando il nome del precedente, ne fanno parte Tunde Wiliams, seconda tromba, Lekan Animashaun al sax baritono e proveniente dai Western Toppers, si unì a loro talentuoso batterista e percussionista Tony Allen.

Nel 1969, con la guerra civile che imperversava ormai da due anni, i Koola Lobitos fecero un tour di 10 mesi negli Stati Uniti. Era l’epoca di James Brown, Aretha Franklin, Redding, Eddie Hazel con i suoi Funkadelic, artisti che troveranno terreno fertile in Nigeria e nell’intero continente. Fela e gli altri sentivano l’esigenza di vedere da vicino quella realtà ed il momento storico portava ancora in sé le parole di Malcom X, Marcus Garvey, Martin Luther King Jr. e così, oltre ad assorbire elementi del soul e del funk, Fela Kuti entrò in contatto con il Potere Nero. In particolare è grazie all’incontro con la ballerina e membro del Black Panther Party, Sandra Smith, oggi Izsadore. Si conobbero in occasione di un concerto all’Ambassador Hotel di Los Angeles e i movimenti per l’emancipazione, lo colpirono profondamente influenzandone notevolmente l’opinione politica e di conseguenza la musica.

Il tour americano segnò un punto di svolta, si trovò a fare i conti con una parte di ‘storia nera’ che fin ad allora gli era sconosciuta, ne prese coscienza e la riversò nei suoi lavori. Cambiò la composizione, lo stile, il jazz di cui gli Stati Uniti avevano già dato ampia dimostrazione di posseder maestri, doveva esser sostituito con qualcosa di maggiormente legato alle radici africane. Prima che il dipartimento per l’immigrazione si accorgesse di loro costringendoli alla partenza, Fela Kuti registra brani come ‘My Lady’s Frustration’, composto in omaggio a Izsadore e ‘Viva Nigeria’, in cui parla della guerra del Biafra, chiedendo ai connazionali di unirsi risolvendo le divergenze senza l’uso delle armi.
 

La storia dell’umanità
è piena di evidenti punti di svolta e di eventi significativi
nonostante lingua e tribù differenti,
siamo tutti nigeriani, siamo tutti africani.
La guerra non è la risposta,
non è mai stata
e mai sarà una risposta
combattere l’uno contro l’altro.
Una nazione indivisibile,
Lunga vita alla Nigeria,
viva l’Africa
[…]
Fratelli e sorelle africani,
non dovremmo imparare a farci la guerra l’uno contro l’altro.
La Nigeria sia per tutti un esempio.
Abbiamo da imparare più dal costruire
e poi la nostra gente non può permettersi altra sofferenza.
Prendiamoci per mano, Africa.
Non abbiamo nulla da perdere,
ma molto da guadagnare.
(Viva Nigeria)

 

Nel frattempo la band aveva preso il nome di Nigeria’70 e in seguito saranno Fela Kuti & His Afrika ’70. Quelle incisioni, registrate durante la permanenza negli U.S.A., ancora lontane dalla tipica e lunga durata delle future canzoni, saranno raccolte nell’LP nigeriano ‘Fela Fela Fela’ e poi riproposte nel 2010 in ‘The ’69 Los Angeles Session’. Potente fusione di funky, jazz, cultura musicale caraibica e africana, in cui appare già evidente come il contributo di Allen, con i suoi ritmi cadenzati sarà particolarmente significativo per l’avvento dell’afrobeat.

Tornarono a Lagos nel febbraio del 1970, quando la sanguinaria Guerra dei 30 mesi era finalmente giunta al termine. Fondò quella che diventerà la Kalakuta Republic, una casa e uno studio di registrazione che presto andò trasformandosi in una vera e propria comune aperta a tutti coloro che entravano in contatto con il musicista.

Registrarono e pubblicarono una serie di 45 giri che valsero loro l’ingresso nelle classifiche nigeriane e dalla EMI, tra le prime etichette ad aver piazzato proprie strutture nel paese, furono chiamati ai londinesi Abbey Road’s Studios. Incisero ‘Afrodisiac’ e ‘Live!’, album che vede la partecipazione del batterista dei Cream, Ginger Baker. Usciranno nel ’72, preceduti da canzoni come ‘Why Black Man Dey Suffer’, title track dell’album, ma la stampa parlava già di loro quella stessa estate, il 22 luglio, il Nigerian Daily Times titolava «Birth of a New Sound», la nascita di una nuova musica dipinta come «intrigante, uno dei più grandi trionfi ottenuti da un musicista popolare nigeriano nel corso di questo secolo».

Vengono dati alle stampe ‘Roforofo Fight’ e ‘Shakara’, sbarcati negli Stati Uniti con l’etichetta Editions Makossa e a seguirli ‘Gentleman’, la cui title track è da molti considerata il capolavoro assoluto dell’intera produzione di Fela Kuti. «Io non sono affatto un gentiluomo – canta – io sono un vero africano», facendo riferimento alle conseguenze di un colonialismo sfociato in una crisi culturale e identitaria, con le persone che si atteggiano e si vestono come gli europei e non a caso una scimmia campeggia sulla copertina.
 

Perche’ oggi i neri soffrono?
Perché oggi i neri non hanno soldi?
Perché oggi i neri non vanno sulla luna?

Questo è il motivo

Eravamo nelle nostre terre pensando ai nostri affari,
quando qualcuno arrivò da terre lontane
per combatterci e impossessarsi della nostra terra,
prendere la nostra gente e distruggere le nostre città

Da allora iniziarono i nostri guai.

Hanno portato le nostre ricchezze nella loro terra.
e in cambio ci hanno reso colonie.
Hanno portato via la nostra cultura,
ci hanno dato la loro cultura ai noi incomprensibile.

Popolo nero, sappiamo chi siamo,
ma non conosciamo il nostro patrimonio ancestrale,
ogni giorno combattiamo l’uno contro l’altro
non siamo uniti, non siamo mai uniti.
(Why Black Man Dey Suffer)

 

Gli attacchi a Fela Kuti

Erano gli anni del boom petrolifero, gli introiti arricchivano sensibilmente le casse del paese, tuttavia, il tenore di vita della popolazione non andava per la stessa direzione. La prima giunta militare si era insediata nel 1966 e dopo aver nominato capo del governo il maggiore generale Johnson Aguiyi-Ironsi, questi fu immediatamente sostituito dal generale Yakubu Gowon. Mantenne il potere fino al 1975 e sebbene si fosse dimostrato abile riconciliatore nel periodo successivo alla guerra civile e avesse ricoperto un ruolo significativo per la creazione dell’Economic Community of West African States, la corruzione era epidemica e andava dal poliziotto all’alto funzionario. Dei ricavi dell’oro nero le classi meno agiate non vedevano niente e questo si tradusse in flussi migratori, degrado sociale e il malcontento, la risposta governativa fu la militarizzazione.

Le autorità cominciarono a temere la figura di Kuti, parimenti al successo discografico aumentava anche il favore della gente nei suoi confronti. Anni addietro inoltre, sulle ceneri di un night club aveva creato l’Africa Shrine e in breve tempo si era tramutato in un vero e proprio luogo di culto, dove oltre ai concerti veniva promosso il pensiero panafricanista e anti-governativo. Fela si scagliava contro il regime anche attraverso articoli pubblicati sul Daily Times e sul Punch. Firmandosi ‘Chief Priest’ (Il Sommo Sacerdote) attaccava le multinazionali, lo sfruttamento, denunciava la povertà, il marciume in cui sguazzava l’élite.

Il 30 aprile del 1974, usando l’erba come pretesto, la polizia fece irruzione nella comune e lo arrestò insieme a una sessantina di presenti. Kuti riuscì a farsi trovare “pulito”, racconterà in che modo nella canzone dall’eloquente titolo:‘Expensive Shit’.

All’azione dell’esercito reagì battezzando ufficialmente il suo quartier generale come Kalakuta Republic, la fortificò innalzando una recinzione e ne proclamò l’indipendenza. Anche se la organizzò perché fosse quanto più autonoma, si trattava di una provocazione, ma quanto bastò perché il 23 novembre, in tenuta antisommossa, la polizia facesse nuovamente irruzione lanciandosi con ferocia contro i presenti. Il nigeriano finì all’ospedale per circa 20 giorni e nonostante l’indignazione sollevata nell’opinione pubblica a causa della violenza con la quale venne condotto il blitz, Fela Kuti venne anche trascinato in tribunale con l’accusa di possesso di droga e rapimento di minori. Si presentò con numerose ferite alla testa e un braccio rotto, venne però scagionato all’istante e un folla di oltre 50mila persone era con lui nel tragitto verso casa.

Quell’attacco non fece altro che dar nuovo vigore al musicista e tornato in studio registrò ‘Ikoy Blindness’, la cecità di Ikoy, il quartiere più ricco dello Stato di Lagos, indicato come un concentrato di arrampicatori sociali insensibile alle sofferenze dei propri connazionali. Dalla firma di copertina sparisce il suo secondo nome Ransome, Fela Kuti lo considera retaggio della dominazione e adotta Anikulapo, in lingua yoruba è ‘colui che ha la morte in tasca’, colui quindi, ch’è padrone del proprio destino. Il disco è seguito da ‘Kalakuta Show’, esaustiva narrazione degli attacchi ricevuti.

Venne diffuso nel ’76, quando Gowon, dopo l’ennesimo colpo di Stato, era ormai caduto in favore di Murtala Mohammed, brigadiere generale nominato l’anno precedente anche Commissario federale per le comunicazioni. Benché fosse accusato di aver ordinato la brutale uccisione di prigionieri biafrani, ricordata come il “massacro di Asaba”, la sua promessa di ristabilire un governo civile e le aspre critiche rivolte alla linea politica condotta in Africa da Regno Unito e Stati Uniti, lo rendevano ben visto, anche da Fela Kuti, il quale mantenne però la sfiducia verso tutto l’apparato militare.
Il 13 febbraio del 1976, imbottigliato nel traffico di Lagos, Mohammed venne assassinato da un gruppo di soldati e il supremo consiglio militare, scelse capo di Stato l’allora tenente generale Olusẹgun Ọbasanjọ.

Pochi mesi dopo, il musicista pubblicò ‘Zombie’, un disco tanto intenso, quanto potente e derisoria era la critica verso i soldati, descritti incapaci di riflettere, degli esseri lobotomizzati che non sapevano fare altro se non rispondere a ordini, secondo la regola del «go and kill», «go and quench», vai e uccidi, vai e distruggi, in quanto «zombie way na one way», hanno un solo modo di agire.
 

Uno zombie non si muove

se non gli dici dove andare
Uno zombie non si ferma

se non gli dici di fermarsi
Uno zombie non cambia direzione

se non dici di cambiare direzione
Uno zombie non pensa

se non gli dici di pensare
Digli di andare avanti
Digli di uccidere
Digli di distruggere
Vai e uccidi
Vai e muori
Vai e distruggi
(Zombie)

 

Al successo della canzone che prese a rimbombare in tutta la Nigeria, corrispose la furia del governo di Ọbasanjọ. Un migliaio di soldati piombò nella comune incendiando e distruggendo le strutture, circa una centinaio di uomini e donne furono massacrati di botte. Pestato a sangue Fela Kuti riportò anche un braccio e una gamba spezzati e la ferocia non si fermò neanche davanti alla madre, barbaramente scaraventata fuori da una finestra. Le cure ospedaliere non poterono nulla, morì pochi mesi dopo all’età di 78 anni.

Il regime negò ogni coinvolgimento, incredibilmente addossando le responsabilità a improbabili ignoti. La risposta del nigeriano fu quella di far consegnare la bara della madre alla caserma militare e come sempre, dirà la sua usando la musica, in particolare con ‘Sorrow, Tears & Blood’, ‘Unknown Soldier’ e ‘Coffin for Head of State’.

Irriducibile, nella sua vita Fela Kuti fu picchiato e imprigionato innumerevoli volte, conobbe ingiustizie anche negli anni ’80, quando sotto l’autoritario regime di Muhammadu Buhari, venne fermato all’aeroporto mentre stava partendo per un tour negli Stati Uniti. Accusato di esportazione illegale di valuta straniera, fu incarcerato e condannato a 10 anni di reclusione, in suo favore intervennero molte associazioni per i diritti umani, fra cui Amnesty International. Torno in libertà solo 20 mesi dopo, quando il generale Ibrahim Babangida, per un probabile regolamento di conti, rovesciò il governo e salì al potere.

Fela Anikulapo Kuti si spense il 2 agosto del 1997, ai suoi funerali erano presenti circa 1 milione di persone. Tempo dopo fu detto che le cause erano legate all’HIV, Bolanle Babayale e Omolara, due delle mogli del musicista, in una intervista rilasciata a Information Nigeria, hanno affermato che «Ciò che ha ucciso Fela sono stati i pestaggi ricevuti per molti anni dai soldati».
 

Viva Nigeria

 

Why Black Man Dey Suffer

 

Gentleman

 

Ikoyi Blindness

 

Zombie

 

Unknown Soldier

 

Sorrow Tears & Blood

 

Coffin For Head of State

 

Beasts of No Nation, Live at the Zenith, Paris in 1984