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Max Penson, l’oblio di un fotografo dell’avanguardia russa

Max Penson, Madonna Uzbeka

 
 
Tra il 1920 e il 1940, Max Penson è stato testimone e cronista della trasformazione dell’Uzbekistan, antica terra dell’Asia centrale che andò sviluppandosi dietro la cortina di ferro dell’Unione Sovietica, una storia quindi in gran parte sconosciuta, esattamente il nome di colui che andava raccontandola, un fotografo la cui vita avrà un epilogo drammatico e dal tempo sarà a lungo dimenticato.

Max PensonIn quello che al tempo era l’Impero Russo, Max Penson venne al mondo il 17 marzo del 1893, nacque a Velizh, una cittadina della provincia di Vitebsk, la stessa che solo sei anni prima aveva visto nascere Marc Chagall; non è dato sapere se i due si siano mai conosciuti, ad accomunarli però, oltre alle origini saranno la fede, la passione e la fuga.
Quella di Penson era infatti una famiglia ebraica di modesta estrazione sociale, il padre lavorava in una tipografia e nel 1907 trovò impiego presso la tipografia della scuola presente in città ed ebbe quindi modo di dar una formazione al figlio.

Sempre più cresceva in lui però la passione per il disegno e una volta conseguito il diploma, Penson lasciò la famiglia per trasferirsi in Ucraina, a Myrhorod, dove rimase sei mesi frequentando un’istituto d’arte e successivamente, s’iscrisse all’Accademia Antokolsky di Vilnius, oggi facente parte della Lituania.

Nel 1915 la Prima Guerra Mondiale era in pieno fermento, i pogrom antisemiti avvenivano ormai da un trentennio ed insieme alla famiglia, Max Penson si trasferì a Kokand, città dell’Uzbekistan orientale e qui cominciò a lavorare come contabile, trovando al contempo impiego come insegnante di disegno, ruolo che ricoprirà anche nella scuola d’arte da lui fondata al termine della rivoluzione russa del 1917.

A breve la sua vita sarebbe però cambiata radicalmente, nel 1921 infatti, come premio all’insegnamento ricevette in dono una macchina fotografica ed immediatamente, questa catturò la sua attenzione, cominciò a trascorre ore ed ore in strada e non passò molto tempo prima che prendesse la decisione di abbandonare tutto per dedicare anima e corpo a quella che diverrà arte e racconto storico di un popolo.

Cominciò a lavorare per la Russfoto, una delle prime agenzie sovietiche che fornivano fotografie alla stampa estera e nel 1925, entrò come fotoreporter nel Pravda Vostoka (Verità d’Oriente), tutt’oggi tra i quotidiani di maggior rilievo dell’Uzbekistan.

I suoi scatti iniziano ad apparire ovunque in Asia centrale e non di rado sono utilizzati anche dalla TASS, la più importante agenzia di stampa sovietica e Penson, diventa rapidamente fotografo di riferimento. In quei vent’anni realizzò qualcosa come 30mila fotografie, raccontando un paese che stava man mano perdendo tradizioni secolari per abbracciare nuovi orizzonti politici e sociali, i suoi scatti riprendono donne senza yashmak, una sorta di pesante niqab, sono immortalate mentre svolgono attività a loro proibite da sempre, frequentare corsi di alfabetizzazione e altrettanto gli uomini, ripresi anch’essi durante lezioni scolastiche, prendere parte ad eventi sportivi o assistere a spettacoli teatrali.

Max Penson ritrae il paese mostrandone il cambiamento in atto, attraverso le sue immagini è come osservarne contemporaneamente passato e futuro, ma non solo dell’Uzbekistan, nel 1933 infatti, fu pubblicato ‘USSR: Under Costruction’, un imponente volume che doveva testimoniare l’espansione economica dell’Unione Sovietica.

Se è vero che il suo lavoro assume particolare rilievo a livello documentaristico, ciò non significa che nei suoi scatti venga meno il lato artistico, Max Penson considerava la fotografia come una sfida estetica e utilizzò con maestria vari stili, prediligendo la composizione diagonale, i primi piani, l’uso enfatico delle luci. Le figure di riferimento erano tanto i grandi fotografi russi, quanto i pittori del Rinascimento italiano, in particolare Michelangelo, e sua ambizione era quella di trasformare uno scatto in una metafora artistica dall’estetica perfetta.

Al culmine della sua carriera cadde però vittima del regime totalitario di Stalin e del crescente antisemitismo e alla fine degli anni ’40, solo pochi anni dopo aver visto premiate sue fotografie dalla rivista sovietica Sovetskoe Foto, dopo aver vinto il Gran Prix Award nell’Exposition Internationale des Arts et Techniques de la Vie Moderne di Parigi, per quello che rimane la sua foto più celebre, ovvero la ‘Madonna Uzbeka’, Max Penson fu allontanato dal giornale per il quale aveva lavorato per 25 lunghi anni, le regole impedivano l’impiego di ebrei e così finì emarginato e costretto all’oblio, una condizione che si tradusse presto in malattia e depressione.

Il 19 luglio del 1959, quello che era unanimemente riconosciuto come uno dei maggiori esponenti della fotografia d’avanguardia russa, pose fine alla sua vita.

Max Penson, Madonna Uzbeka
Madonna Uzbeka

Per molti anni l’opera di Penson svanì nel nulla, neppure i figli erano consapevoli del valore dell’archivio in loro possesso, almeno fino a metà degli anni ’90, quando a dar loro consapevolezza di aver tra le mani un vero e proprio tesoro, è un collezionista svizzero.

Le opere di Max Penson tornano a vivere nel 1996 in una mostra organizzata nel paese elvetico e l’anno successivo sono esposte nel museo moscovita della fotografia, poi a a Londra ed ancora Parigi, nella galleria ‘Carré Noir’ e da allora, i suoi scatti hanno continuato a fare il giro del mondo.
 
Max Penson
 

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