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Lusha Nelson, il fotografo cancellato dalla storia

Senza apparente motivo, il suo nome si perderà nelle pieghe del tempo

Lusha Nelson, Philbrook Museum

Lusha Nelson giunse in America poco più che adolescente, era il 1922 e solo pochi anni dopo, molti fra i più grandi personaggi del tempo sarebbero stati immortalati dal suo obiettivo fotografico, ritratti iconici pubblicati da riviste come Vogue, Vanity Fair, ma con eguale rapidità, il suo nome andrà a perdersi nelle pieghe del tempo ed oggi, pochi ricordano la sua firma.

Nasce come Luscha Katznelson il 19 giugno del 1907, a Riga, quando la Lettonia era ancora parte del’Impero Russo ed appena quindicenne, in cerca di avventura fuggì di casa per raggiungere la vicina città portuale di Liepaja, dove vi rimase per due mesi prima di imbarcarsi sulla Baltic American Line lavorando come “messman”, quindi occupandosi principalmente degli alloggi degli ufficiali, della mensa e del servizio ai tavoli.

Diciotto giorni dopo, la nave attraccò a New York e ottenuta l’autorizzazione a scendere a terra, Nelson non vi salirà mai più e per alcuni anni non si hanno notizie su di lui, se non che cercò di sbarcare il lunario come sottocapo cuoco in un resort nella cittadina di Catskills e dedicandosi nel tempo libero alla pittura, studiando le opere Cézanne, Van Gogh, Picasso, Rembrandt e Leonardo.

L’interesse per la fotografia stava però emergendo e verso la fine degli anni venti decise di lasciare il pennello e dedicare anima e corpo a questa che non voleva fosse solo una passione, bensì la sua professione. Frequentò un corso presieduto da Clarence Hudson White, insegnante e membro fondatore insieme a Fred Holland Day e Alfred Stieglitz del movimento Photo-Secession, corrente nata intorno agli inizi del XX secolo che, come la britannica Linked Ring, si proponeva di innalzare la fotografia ai livelli delle altre arti visive, non ponendo quindi l’attenzione prettamente su ciò che era di fronte all’obiettivo, quanto piuttosto sostenendo una manipolazione dell’immagine che fosse pura interpretazione dell’autore.

Circa questo periodo la documentazione è pressoché inesistente, a parte quello che di suo pugno segna e sottolinea come “my first picture taken with my 9×12 camera or any camera”, sono gli anni tra il ’28 ed il ’30, il soggetto è donna con un sorriso leggero della quale non si sa nulla e sebbene sia uno scatto semplice, l’angolazione, il gioco di luci e lo stesso volto del soggetto, fanno sì che qualcosa di accattivante già fosse presente, così come nell’autoritratto che è invece datato 1931, una foto dai sapori romantici ottenuti da una sfocatura probabilmente volontaria e dalle forti ombre sul viso con le quali si evidenziano i lineamenti.

Il 25 marzo del 1932, Lusha Nelson si unisce in matrimonio con Irene Seplow (1909-1950), figlia di un pittore ebreo emigrato dalla Russia, diventa protagonista di un album che li trae sin dai primi incontri fino alla nascita di Alice, loro unica figlia.
Pochi mesi dopo le nozze, tre suoi ritratti, tra cui quello fatto allo scrittore Sherwood Anderson, vengono accettati e pubblicati sul New York Times, attirando l’attenzione della storica Condé Nast Publications, casa editrice americana che già al tempo pubblicava le già citate Vanity Fair e Vogue. Oggi la sola edizione italiana ha tra le sue anche Glamour, GQ, Wired, Traveller e AD.

A creare la rivista fu Condé Montrose Nast (1873-1942), uomo che rivoluzionò completamente il campo dell’editoria con una serie di intuizioni geniali, tra cui l’aver capito in anticipo come le illustrazioni avrebbero giocato un ruolo determinante.
E’ evidente come la capacità d’innovazione non poteva che essere una qualità ricercata nella scelta dei fotografi e non a caso tra le fila vantava pionieri come Adolf de Mayer, Man Ray, Cecil Beaton, Horst P. Horst ed Edward Steichen, lussemburghese naturalizzato statunitense, che si avvicinò alla fotografia attraverso il movimento pittorialista, diventandone ben presto una tra le sue figure di spicco, anche adoperandosi in favore di tale corrente fondando una galleria d’arte moderna a New York.

Non è dato sapere come avvenne il contatto, fatto sta che nell’autunno dello stesso anno, Nelson cominciò a lavorare per la rivista e benché fosse praticamente uno sconosciuto, la sua personalità ed il modo di lavorare furono immediatamente apprezzati tanto da Steichen quanto da Stieglitz e sotto la loro ala, poté chiaramente aumentare il proprio bagaglio tecnico, ma soprattutto si aprirono per lui le porte di Hollywood e la possibilità di avvicinare altri nomi celebri.

Lusha Nelson, Katharine Hepburn BW

Vanity Fair era in piena trasformazione, Frank Crowninshield, storico caporedattore, stava lasciando l’intrattenimento e la moda per puntare ad affermare la rivista come giornale letterario e d’arte e uno dei primi incarichi che affidò a Nelson, fu quello di scattare alcune fotografie niente meno che a Katharine Hepburn.
Ne uscirono due scatti completamente differenti, se in uno l’attrice appare contemplativa, presa a rincorrere i suoi pensieri, in una di solitudine che sarebbe la stessa anche al centro di una folla, nell’altra fotografia lo sguardo è particolarmente intenso, a tratti severo.

Lusha Nelson, Katharine Hepburn

Secondo Lusha Nelson avere come soggetto un personaggio famoso, rendeva più facile il lavoro da svolgere. “Hai un’idea di quale espressione andare a cercare”, affermava, “con uno sconosciuto sei costretto a sperimentare, tentare svariati approcci prima di avere una comprensione simpatetica del suo carattere”.

Crowninshield ne capì immediatamente il talento, lo incaricò di preparare svariato materiale che andasse ad interessare anche il lato più leggero della rivista, nel frattempo però, anche se la maggior parte della produzione di questo periodo era destinata a Vanity Fair, molti ritratti da lui eseguiti furono pubblicati anche su Vogue, fotografie in cui unisce sobrietà ed eleganza, in una visione del tutto moderna per i tempi, il suo era un approccio estremamente diretto, sfondo ed ambiente erano limitati al minimo per concentrarsi sulsentiredel soggetto ed altrettanto le foto esterne erano sincere, reali, nulla veniva da lui modificato.

Nel tempo libero infatti, dedicava fotografie alla gente comune, le strade, gli edifici con le loro architetture; erano gli anni della Grande Depressione, nei suoi scatti finirono l’emarginazione dei disoccupati, la tragedia di quei braccianti che impoveriti dalle espropriazioni delle banche si ritrovarono sfruttati nei campi di lavoro, Nelson disegnava la società entrando in intimo contatto con essa, mostrando particolare empatia verso tematiche sensibili, portò il suo obiettivo all’interno di ospedali, case di riposo, sanatori e pur non facendo mostre personali, partecipò a numerose collettive per raccogliere fondi in favore di organizzazioni di beneficienza, come quelle organizzate a per la Jewish Philantropic Federation, finché nel 1934, gli fu diagnosticato un linfoma di Hodgkin.

Nelson non gli si arrese, mangiava il tempo che sapeva gli sarebbe stato tolto e continuò a lavorare con la stessa passione, forse più di quanto avesse fatto fino a quel momento e nel 1935, immortalò icone dello sport come Joe Louis, pugile tra i più grandi campioni che la storia di questo sport possa ricordare e con lui, il leggendario velocista Jesse Owens, appena un anno prima che volasse a Berlino per vincere quelle storiche 4 medaglie d’oro che umilieranno Hitler ed il suo nazismo, che tanto aveva scommesso sui giochi per dimostrare l’efficenza di quella Germania.

Dello stesso sono i ritratti di Anna Sten, Gary Cooper, dello stesso Cecil Beaton, che insieme a quelli di Owens e dell’allora sindaco newyorkese Fiorello La Guardia, saranno esposti due anni più tardi al Museo di Arte Moderna per l’esibizione “Photography 1839-1937”.

Marcel Duchamp, Diego Rivera, Edward Hopper, la tennista Helen Wills Moody, Fay Wray protagonista del King Kong di Merian Cooper del 1933, Lou Gehrig, uno dei più grandi giocatori di baseball che abbia mai calcato i campi della Major League, gli sceneggiatori Ben Hecht e Charles MacArthur ed ancora la pianista ed attivista Hephzibah Menuhin, l’indimenticabile Marian Anderson, il pioniere dell’aviazione Igor Sikorsky, sono solo pochi altri dei personaggi fotografati da Lusha Nelson, il cui ricordo, nonostante tutto, sarebbe di lì a poco scomparso, tanto rapidamente, come lui stesso si spense.

Morì a New York il 4 maggio del 1938, a soli trent’anni, dopo aver raccolto la stima di colleghi e milioni di persone, forse lettori anche non troppo consapevoli che dietro a quelle foto che ammiravano c’era quel nome che dal nulla, in appena sei anni divenne garanzia e pregio per le celebrità e gli editori.

Perché l’intero Pianeta si è dimenticato di Lusha Nelson?

Dopo la sua morte centinaia e centinaia di fotografie, furono tenute in casa dalla figlia all’interno di numerose scatole, si trattava di una collezione che rappresentava tutta la vita di Nelson e per lungo tempo non si seppe più nulla.

Molti anni dopo l’abitazione fu venduta e tutti quegli scatti, furono conservati per decenni da un vicino di casa e solo dopo la sua morte, la moglie cominciò ad esaminare il contenuto di tutte quelle scatole e schedari, realizzando che poteva essere qualcosa di valore storico ed artistico e fu così, che nel 2015 chiamò il Philbrook Museum di Tulsa, dove nel frattempo si era trasferita.

La curatrice del museo, nonostante le poche informazioni, capì immediatamente che non si trattava di una delle tante telefonate in cui qualcuno si è convinto di esser in possesso di qualcosa di significativo, quando così non è, ed insieme al direttore esecutivo si recarono dalla donna.

Rimasero ovviamente colpiti dalla quantità di fotografie, ma soprattutto dall’estrema qualità e dall’unicità delle stesse, in quanto nel XXI secolo, Nelson era uno dei pochi se non l’unico professionista che non manipolava o ritoccava un’immagine, neppure per far apparire meglio il soggetto.

Dopo un lungo lavoro, le sue fotografie furono esposte finalmente al pubblico nel 2017, in una mostra dall’esplicativo titolo, “Found!”, trovato, con tanto di punto esclamativo.

“Sono commosso da tutto ciò che è semplice: semplicità nell’arte, nella gente e nella vita stessa; trovo la semplicità della vita, un’esperienza”

Lusha Nelson, è solo uno dei tanti fotografi scomparsi….