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Hengameh Golestan, la donna e il valore della libertà

 

Per coraggio di abnegazione la donna è sempre superiore all’uomo, così come credo che l’uomo lo sia rispetto alla donna, per coraggio nelle azioni brutali.
Mahatma Gandhi

Percezione e desiderio di libertà quando non la si è mai posseduta, rientrano nella concezione utopica del miraggio, ossia quell’adattar una naturale aspirazione alla scarsità delle probabilità ch’essa si concretizzi, anelandone pertanto il raggiungimento, seppur miscelando frattanto ogni aspettativa alla fallacia tipica della rincorsa di chimere. Il conseguente adattamento alla mancata realizzazione del sogno, benché umanamente frustrante, altro non è che un semplice quanto triste rimanere in una condizione che da sempre è stata quella vissuta, in una sorta di coercitivo dimorare nel peggio senza mai aver avuto possibilità di sfiorare il meglio.

Anoressica quanto terribile consolazione.

La privazione della libertà, qualora invece la si possegga da sempre e venga levata, provoca, a maggior ragione, aberrante strappo d’anima smisuratamente più squartante, causa un indecente atto prevaricatore ed un inqualificabile furto d’un diritto ch’è ben lontano dall’esser stato semplicemente desiato, in quanto nascere liberi, come del resto dovrebbe essere ad oltranza, rende inconcepibile anche il semplice pensare che tal condizione possa improvvisamente modificarsi.

 

L’urlo di libertà

TEHERAN, 26 OTTOBRE 1919: è la terza decade del mese autunnale per antonomasia ad offrire il primo vagito a Mohammad Reza Pahlavi, colui che, superata da poco la doppia decade di vita, governerà l’Iran fra il 1941 ed il 1979, fatidico anno che, nell’undicesimo giorno del suo Febbraio, verrà storicamente ed umanamente segnato dalla Rivoluzione islamica iraniana.

Ultimo Scià di Persia e possessore d’innumerevoli titoli, secondo ed ultimo monarca della dinastia Pahlavi e primo principe iraniano con parte del percorso scolastico attuato fra le prestigiose mura d’un collegio svizzero, l’intraprendente gemello della graziosa Ashraf Pahlavi, divenne Scià il 16 Settembre del 1941, dopo forzata abdicazione del padre, Reza Shaha Pahlavi, successiva all’invasione anglo-sovietica. Nonostante la dichiarata neutralità dell’Iran allo scoppio del secondo conflitto mondiale, il timore d’influenze naziste fu probabilmente la scusa ufficiale che sottese un politico invadere, preposto verosimilmente alla struttura d’una rotta logistica storicamente conosciuta come “corridoio persiano”, d’utilizzo americo-britannico in convoglio di forniture militari alla stessa Unione sovietica, allora sotto offensiva nazista. Ironia della sorte volle che il materiale bellico viaggiasse sulla moderna ferrovia transiraniana voluta dal padre di Mohammad, in ottica innovante del paese.

Una malandrinesca mossa su damiera di un Churchill ed uno Stalin diplomaticamente a braccetto sullo scacco matto, nel porre sotto diretto attacco l’avversario.

Sarà solamente alla soglia del trentacinquesimo anno d’età che il monarca costituzionale filo-britannico, dopo brevissimo allontanamento oltre confine voluto dall’allora Primo Ministro Mohammad Mossadeq, a causa di forti incomprensioni sul piano del rinnovo delle concessioni alla compagnia petrolifera britannica che sfoceranno nella “crisi di Abadan”, riprenderà la politica d’ammodernamento del paese voluta dal padre.

Balzando con decisa autorità politica sul trampolino di potere che l’abbondanza dell’oro nero, copiosamente sgorgante dal sottosuolo, concesse lui in servitù di salto, modificò ad ampio raggio la struttura della società attraverso riforme agrario-industriali, concretizzando il senso primo della civiltà nel promuovere l’alfabetizzazione ed elevando a piena dignità la condizione della donna nell’introduzione del suffragio universale e nella garanzia del diritto al divorzio. Sferzante manovra di rinnovamento il cui stampo giurisdizionalista, con evidente impatto laico sulla giurisdizione ecclesiastica e conseguente destrutturazione dei suoi privilegi assolutisti, sconvolse ed intimorì il clero sciita a tal punto, da percepirsi colpito al cuor dei propri benefici e porsi a rivolta.

«Ah, questa sinistra! Ha corrotto perfino il clero. Perfino i preti! Ormai anche loro stanno diventando elementi che mirano solo a distruggere, distruggere, distruggere. Addirittura nei paesi dell’America Latina, addirittura in Spagna! Sembra incredibile. Abusano della loro stessa chiesa. Della loro stessa chiesa! parlano di ingiustizie, di uguaglianza… Ah, questa sinistra! Vedrete, vedrete dove vi porterà.»

Nel 1963, il rivoltoso Ayatollah Ruhollah Khomeyni congiurò contro Mohammad Reza, ma dallo stesso fu esiliato dapprima in Iraq e successivamente all’ombra della tour Eiffel.

Ad un costante rafforzamento militare e ad un maggior spessore politico sul piano internazionale, corrisposero una gestione del potere esclusivamente monarchica ed una sfumatura dispotica che via via andò sempre più strutturandosi, tristemente sfociando in barbari episodi di repressione attuati a colpi di regime.

Piccoli fuochi di protesta, divamparono ben presto in manifestazioni rivoluzionarie che, a partire dal 1978, bruciarono animi e nutrirono ardori di piazza sempre più vulcanici, soffocati e silenziati da un esercito che, l’ottavo giorno del mese di Settembre dello stesso anno, fece della folla spighe da mietere senza sentimento. Un ravveduto seppur serotino avvio sulla via del dialogo da parte di Mohammad Reza, oltre a non essere sufficiente al pieno recupero della propria autorità politica, ne condusse il passo verso la deposizione e la successiva fuga a protezione della vita dei suoi sostenitori. La nomina di Shakir Bakhtiar come Primo Ministro nella speranza ch’egli facesse della moderazione il proprio scettro politico, nel tentativo di giungere all’instaurazione d’una repubblica liberale occidentalizzata, ebbe come principale bastone fra ruote lo stesso Khomeyni il quale, rientrato dopo un esilio di tre lustri fra confini francesi e paziente fomentatore di rivolte, esplose il suo approccio fondamentalista cancellando con aberrante colpo di spugna ogni qual forma di libertà conquistata fino a quel momento.

 

Hengameh Golestan: La rivolta delle donne

Ad elezioni indette, il 1979 segnò una vergognoso e disumano ritorno ad uno stato d’inciviltà e crudeltà privo di qualsiasi significato, barbarico nel concetto, rozzo nella forma concettuale, feroce, brutale e spietatamente efferato nell’attuazione.

Divorzio: proibito.
Aborto: proibito.
Età minima matrimonio: abbassata a 9 anni.
Per adulterio: pena di morte.
Per bestemmia: pena di morte.

Un tonfo a ritroso nel Medioevo.

L’annientamento totale dell’animo femminile.
Il meschino annullamento della sua grazia.
Il folle impoverimento della ricchezza interiore d’ogni donna.

Che un velo andrà ad oscurare.

Lo stesso velo che la fiera e risoluta Oriana Fallaci andrà a levarsi dignitosamente durante un’intervista con lo stesso Khomeyni, poiché offesa da una sua risposta. Nella conseguente irritazione dello stesso, nel suo andarsene, nel non degnar di sguardo minimo la stessa Fallaci, è stata la pochezza umana di colui che definir uomo risulta quantomeno insolente ed irrispettoso nei confronti della specie.

Il medesimo velo contro il quale, l’8 Marzo 1979, migliaia di donne protesteranno riempiendo le arterie di Teheran e pulsando sete di giustizia.

Belle, determinate, libere.

Ma ancora per un giorno soltanto.

Un giorno che una donna con l’obiettivo fotografico nel cuore ha saputo immortalare in immagini d’uno splendore e d’uno strazio complementari, sfascianti sull’anima nel loro coesistere.

Hengameh Golestan, la mano sapiente, lo sguardo acuto, la carezza estatica.

Il connubio emotivo fra la Golestan e l’obiettivo avviene poco prima dei vent’anni, sposando una passione ad una donna, tessendo un legame imprescindibile fra l’arte del vedere ed il vedere attraverso l’arte, interponendo lente fra iride e realtà in simbiosi sulle facoltà percettive. Calatasi in un un ruolo prettamente maschile nell’Iran dell’epoca e dolcemente schernita da familiari convinti che uno scatto al di fuori da cerimonie od ambiti turistici fosse da ritenersi puramente un hobby, la donna dallo scatto storico sciolse l’aura in camera oscura e pose passo sul sentiero che sentiva appartenerle. Frequentato un breve corso di fotografia in Inghilterra, affinò le proprie doti affiancando il marito, Kaveh Golestan, morto nel 2003 durante un incarico nel Kurdistan iracheno. Di lui ricorda l’incantevole equilibrio fra critica e consiglio, inclinazione propria di coloro che in quell’ago di bilancia fanno la differenza artistica e caratteriale.

Pioniera della fotografia in Iran e testimone per eccellenza della protesta, per ventotto anni Hengameh ha catturato e documentato bambini, donne, matrimoni, scene di vita comune e domestica, in terra iraniana, donando contesto in estrema sfumatura accentuata sulla perdita dei diritti umani.

Ironicamente nella giornata in cui la figura femminile vien omaggiata e festeggiata, ella ha saputo coglierne il grido di protesta contro la legge del 7 Marzo 1979 che obbliga all’uso del velo al di fuori delle mura domestiche, trasformandolo mirabilmente in immagini che immortalano l’ultimo respiro di libertà.

Quel giorno, più di centomila donne manifestanti in opposizione pacifica ad un’insensata coercizione lesiva dell’orgoglio, della dignità e del diritto all’esporsi, invasero vicoli come formiche, compatte, cooperanti, forti dell’unione in sé e per sé, aggrappate all’indipendenza come plettro a corde di chitarra, determinate nelle gesta, potenti negli sguardi e libere nella leggerezza dei capelli al vento.

Quel giorno in Hengameh scoppiettò un brivido, sentì di dover esser parte a quell’evento in qualità di donna nel rispetto delle donne, come osservatrice nel privilegio di poter assistere e come fotografa nell’estemporaneità del carpe diem. Prese quindi una ventina di rullini e, considerata la bassa statura, entrò ed uscì dalla folla alternando tuffi nell’umana gente a scatti compulsivi. Sapeva di avere assistito ad un evento storico e ne era pazzescamente fiera, d’una fierezza amara, che si deglutisce a fatica, ma che si rende necessaria nella misura in cui divenga testimonianza di un qualcosa che se ne va e più non ritorna.

Inevitabilmente rassegnata, nell’affermare che «questo è risultato essere l’ultimo giorno in cui le donne hanno camminato per le strade di Teheran scoperte. È stata la nostra prima delusione per i nuovi governanti post-rivoluzionari dell’Iran. Non abbiamo ottenuto l’effetto che avremmo voluto. Ma quando guardo questa foto, non vedo solo l’hijab che incombe su di esse. Vedo le donne, la solidarietà, la gioia e la forza che sentivamo» la Golestan dona parole d’una concretezza disarmante, pulite nella consapevolezza e lucide nel loro contenuto quanto nel significato che spinge e si fa spazio nel cuore e nella capacità di visione che la stessa Hengameh possiede oltre velo, oltre malinconia, oltre confine. Un confine sottile fra la bestialità e l’apparente arrendersi, un inevitabile piegarsi alla forza fisica della mano maschile, vilmente abile di frusta, ma che nulla potrà nei confronti della potenza d’un pensiero, d’un anelito, d’un ricordo.

In The Post-Revolutionary Women’s Uprising of March 1979, pubblicato dai ricercatori Nasser Mohajer e Mahnaz Matin, due volumi per mille pagine, lo stesso Matin afferma che «questo è stato il primo movimento di protesta ad emergere in seguito alla rivoluzione all’interno della rivoluzione stessa e contro le azioni della leadership. Un evento del genere era senza precedenti ed è stato per questo motivo che ha attirato l’attenzione delle femministe di tutto il mondo». È in effetti nella maestosità e nella compostezza di quel comune aggrapparsi ad una protesta, che si può percepire a fil di pelle la nostalgia di quel libero arbitrio che se ne scivola via dalle mani come esili granelli di sabbia.

In preziosa aggiunta, secondo Mohajer «La rivolta delle donne nel Marzo del 1979 fu il primo movimento sociale a perseguire l’imperativo della libertà, che era probabilmente il più importante tra quelli che si opponevano alla dittatura dello Shah. È il primo movimento che dice ‘ora invece del dispotismo, la libertà deve essere stabilita!». Ecco dunque che la privazione della libertà divien schiavitù in ogni sua forma, anche minima, ove impedisca anche ad una semplice convinzione personale di manifestarsi se non in concomitanza con la legge imposta.

Come rivelano in secondo luogo i due autori, «la maggior parte della gente non ha partecipato alle dimostrazioni perché non credeva nemmeno per un secondo che la jihad sarebbe diventata obbligatoria in Iran» dando modo, con questo atteggiamento, di percepire concretamente non solo lo stato di fiducia in generale, bensì l’incredulità nei confronti di quella che veniva considerata come una costrizione inattuabile.

È stato invece da sempre nella fotografa l’entusiasmo delle storie sull’asfalto, l’eccitamento dell’improvvisazione, il dono che arriva e che si dev’essere in grado di cogliere alla giusta profondità d’animo, accordandosi i sensi come corde di chitarra pronte alla vibrazione del suono. «Era il momento migliore della mia vita — affermerà Golestan — sono stata nelle strade dal mattino alla sera perché qualcosa stava succedendo sempre. Ogni giorno è così imprevedibile. L’atmosfera era di anticipazione. Eccitazione e un po’ di paura. Abbiamo partecipato attivamente alla formazione del nostro futuro attraverso le azioni anziché le parole e questo è sembrato sorprendente». Un vivere il presente lontano da qualsiasi inerzia, dunque, cavalcandolo ed agendo in funzione di qualcosa, rendendosi artefici di un futuro da creare e non da subire. Nella scelta d’agire da fotografa e non da manifestante è racchiuso il coraggio d’una donna che si è donata in in toto ad un’ideale, respirandole l’intensità ed inglobandosi alla folla nella prontezza della fuga di fronte a funzionari governativi che della scomodità di quegli scatti avrebbero fatto fuoco.

 

Il diritto di vivere liberamente

La preoccupazione ed il rammarico attuali della Golestan stanno racchiusi nell’incomprensione della libertà da parte delle nuove generazioni che mai hanno visto una donna senza velo al di fuori delle mura domestiche, tantomeno libera di esprimersi fisicamente e concettualmente; un dramma nel dramma, una condizione estremamente pericolosa e lesiva nella misura in cui venga introiettata come naturale ed intrinseca, arrivando ad invertire un processo che, nella peggiore delle ipotesi, ritenga involutivo il librarsi ed evolutivo il sottomettersi, con radicata convinzione di superiorità del sesso maschile. «Ricevo una strana risposta da parte dei giovani iraniani, le generazioni che non hanno mai visto donne senza l’hijab per le strade. Il loro è un mondo molto diverso. Alcuni non sanno nemmeno che queste dimostrazioni siano avvenute».

Un vuoto. Uno squarcio temporale. Un’assenza di passato e di visione differente, una mancanza di prospettiva letale per qualsiasi tentativo d’evoluzione. Una stasi nella quale adagiarsi senza porsi domande. A meno che non si osservino alcune foto. Quelle foto. Quei bianchi e neri sfumati sulle bocche contorte e sulle sopracciglia aggrottate che par di sentirle, quelle donne, nel loro bramar il diritto di vivere liberamente.

Hengameh Golestan. La cacciatrice d’immagini che fotografando la realtà in un giorno qualsiasi, divenne visionaria nel momento stesso in cui la donna fu velata. Lei, la fotografa che ha fermato l’istante sulle cinture degli impermeabili strette in vita prima che le forme venissero morbosamente coperte. Lei che negli occhiali da sole e nei capelli al vento ha immortalato la leggerezza della gioventù, lei che in quelle bocche storpiate da un incredulo e disperato grido di protesta ha saputo vedere i sorrisi che mai avrebbero scomparire da quei volti così provati, così forti e così determinati nell’aggrapparsi ad un ultimo tentativo di sopravvivenza dignitosa.

La libertà. Che bella parola. Di quelle la cui semplice pronuncia gonfia il petto. Quanti soprusi, quanti stupri, quanti furti di libertà. Spesso mascherati da futili ideologie o, nella più fetente delle ipotesi, sottese da fanatismi religiosi. Alla protesta del 1979, s’unirono donne laiche a donne credenti, fu espresso desiderio della stessa Golestan rimarcare che le dimostrazioni erano a favore dei diritti delle donne e non contro la religione.

Concetto onesto, quello da lei espresso, proprio esclusivamente delle persone che, qualora credenti, mai giungano ad utilizzare la parola di Dio come pretesto per oscurare menti, velare visi, coprire corpi, levare sorrisi, silenziare voci e deragliare la condizione umana verso la bestialità. Quella brutalità che fa delle donne oggetti meramente procreatori, deputati al soddisfacimento carnale e capri espiatori d’una violenza senza misura, che rende colui che la utilizza indegno d’esser stato ospite d’un ventre.

Una sopruso carnale e di pensiero, prepotente e pressante a tal punto, d’aver inculcato nel profondo neuronale di talune donne la convinzione di velarsi per scelta e per piacere. Il che può essere, resta comunque alta la probabilità che la certezza di tal piacere derivi da un’interminabile e persuasiva manipolazione mentale. Un terribile quando debilitante insufflare errate credenze che, appioppate con zelante ed ostinato accanimento alla mente, ne rendono calcarea la voglia di sperare.

Ecco allora che le immagini immortalate dalla Golestan danno respiro, non foss’altro per la testimonianza visiva d’una condizione di libertà assoluta che è stata e che mai andrebbe oblìata, ma, al contrario, continuamente riproposta agli sguardi affinché la speranza d’un suo riaffiorare futuro non perisca nella disillusione dell’oggi.
 
Hengameh Golestan
 

Hengameh Golestan
 

Hengameh Golestan
 

Hengameh Golestan
 

Hengameh Golestan
 

Hengameh Golestan
 

Hengameh Golestan
 

Hengameh Golestan
 

Hengameh Golestan
 

Hengameh Golestan
Hengameh Golestan