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Evgenij Chaldej, l’uomo dietro la bandiera

 
 
Evgenij Chaldej, è stato autore di alcune tra le più celebri fotografie che hanno documentato la vittoria dell’URSS sulla Germania nazista. Suo è lo scatto che ha immortalato un soldato dell’Armata rossa, mentre issava la bandiera sovietica sopra il cielo di una Berlino ormai caduta, distrutta, immagine che sarebbe diventata poi simbolo di trionfo e al contempo, insieme a tante altre, d’inganno e propaganda.

Evgenij Chaldej
 
Con la sua Leica e un obiettivo da 35mm, della Seconda Guerra Mondiale, Evgenij Chaldej ha raccontato il dramma del combattimento, l’improvvisa libertà dei prigionieri, gli omicidi-suicidi commessi dai nazisti per evitar di finire insieme alle famiglie nelle mani degli Alleati; la sua attenzione si è concentrata nei volti e nelle figure struggenti delle persone avvolte nella devastazione dei paesaggi.

In una intervista rilasciata al New York Times nel 1995, Chaldej affermò:“Ho sempre desiderato che la gente sapesse cosa è successo realmente. Dovrei dire che molte volte il mio cuore si è spezzato. Ma ho anche potuto testimoniare la grandezza.”

L’opera di Chaldej per l’Unione Sovietica non si limitò al conflitto, fotografò Stalin durante ogni incontro con i leader mondiali, fu mandato come inviato alla Conferenza di Yalta, alla successiva di Potsdam e nel 1946, seguì il processo di Norimberga. I suoi scatti fecero il giro del pianeta, ma ad attenderlo, anziché riconoscimenti, ci sarà l’oblio.

Quello che sarà poi considerato il più importante fotoreporter di guerra dell’Est europeo, era infatti di origini ebree e l’imperante antisemitismo che cominciò ad invadere l’Unione Sovietica, lo costringerà ad emarginarsi.

 

Evgenij Chaldej, l’uomo dietro la bandiera

Evgenij Anan’evič Chaldej ebbe i natali a Juzovka, cittadina oggi chiamata Donec’k e situata in Ucraina. Nacque il 23 marzo del 1917, quando il Paese era in preda a forti tensioni sociali: al volgere della fine della Grande Guerra, l’esercito russo, composto per lo più da contadini, aveva subìto gravi perdite a causa dalla mancanza di mezzi e rifornimenti; in assenza dello zar Nicola II, deciso a seguire le campagne militari personalmente, la situazione economica era crollata per l’assenza di un potere esecutivo e il malcontento di una popolazione sempre più allo stremo era sfociato nella Rivoluzione di Febbraio, a cui seguirà quella bolscevica di Ottobre e la successiva Guerra Civile che vedrà nascere l’Unione Sovietica.

A tutto questo si aggiungevano i pogrom, le violente sollevazioni contro le comunità ebraiche che in Russia andavano avvenendo da un trentennio ormai ed è proprio durante una di queste che, il 13 marzo del 1918, il piccolo Evgenij Chaldej rimase gravemente ferito al torace per un colpo d’arma da fuoco. Era in braccio a sua madre quando il proiettile la colpì, ne trapassò il corpo e finì per colpire in pieno petto il bambino. A quell’attacco sopravvissero il padre e le sorelle, ma cadranno poi vittime di un massacro durante la Seconda Guerra Mondiale.

Le precarie condizioni economiche in cui versava la famiglia, non permisero a Chaldej di concludere gli studi, frequentava un heder, la tipica scuola primaria in cui vengono insegnati i principi fondamentali della religione e della lingua ebraiche.

La passione che lo porterà ad esser conosciuto in tutto il mondo, era già nata in lui e con pezzi di fortuna, si costruì la sua prima macchina fotografica: l’obiettivo era una lente degli occhiali della nonna ed il resto una normale scatola di cartone.

Dopo aver lavorato come garzone in un deposito di locomotive, a circa 16 anni era in forze in un piccolo laboratorio fotografico e con i primi guadagni poté acquistare una Photocor-1. I suoi primi scatti furono per la zona industriale della regione ed in poco tempo le sue immagini finirono tra le pagine di quotidiani locali e nel 1936, volato a Mosca, ebbe modo di iniziare la sua carriera di fotoreporter per la Soyuzphoto, la futura TASS, la maggior agenzia di stampa russa.

Evgenij ChaldejNei due anni successivi realizzò reportage in Ucraina occidentale, Jacuzia, Carelia, Bielorussia, finché il 22 giugno del 1941, alle ore 12 in punto, dagli altoparlanti posti nelle strade, il Ministro degli Esteri Vyacheslav Molotov riferiva circa l’attacco della Germania. Era scattata la cosiddetta Operazione Barbarossa con cui Hitler sperava di invadere l’Unione Sovietica e da quel giorno, Evgenij Chaldej fu inviato al seguito dell’Armata Rossa per testimoniare quella che sarà ricordata come la Grande Guerra Patriottica, eco di quella del 1812 combattuta dall’Impero Russo contro Napoleone Bonaparte.

Per due anni fu assegnato alla Flotta del Nord e con loro si recò Murmansk, città situata nella parte nord-occidentale della Russia europea, presa d’assalto dalle forze aeree tedesche. Chaldej catturava quanto potevano vedere i suoi occhi, migliaia di bombe incendiarie erano state sganciate trasformando il paesaggio in un immenso deserto di cenere.

Più tardi racconterà:
– Gran parte della città era costruita con il legno. Le persone morirono nelle case avvolte dalle fiamme. Lì incontrai un’anziana. Portava una valigia di legno. Le feci una foto e la donna abbassò la valigia, si accovacciò e con rimprovero disse: “Cosa fai? Fotografi il mio dolore, la nostra disgrazia? Perché non vai a Berlino e fotografi come i nostri piloti la stanno bombardando?”. Mi sentii a disagio. “Sì”, dissi, “Hai ragione. Probabilmente lo farò.”

Evgenij Chaldej
 
Nel 1943 fu trasferito nel Mar Nero, dove riprese i combattimenti di Novorossiysk, Simferopol, Sebastopoli , Feodosia ed un anno dopo, all’indomani della presa di posizione della Romania contro il Terzo Reich, Chaldej era con le truppe sovietiche in Bulgaria, in Serbia e poi in Ungheria a documentare la violenza degli scontri per la liberazione di Budapest e ancora in Normandia e a Vienna.

Con estremo coraggio seguì la Grande Guerra Patriottica in tutti i suoi 1418 giorni, ma la sera del 30 aprile del 1945, alle 22:40, non era con il capitano Stepan Andejevich Neustroyev, comandante del battaglione che, mentre Hitler si toglieva la vita nel suo bunker, era entrato in quel che rimaneva del parlamento tedesco per issarvi la bandiera sovietica.

Evgenij Chaldej non riuscì ad immortalare l’istante in cui veniva sancita la storica sconfitta della Germania nazista in una guerra che all’Unione Sovietica costò milioni di vite. Avrebbe dovuto inventarselo quel momento e così fece. Non riuscì a trovare una sola bandiera, ma senza perdersi d’animo si precipitò a Mosca, andò alla sede della TASS e prese tre tovaglie rosse, poi corse dal cugino Kovalev, un sarto, ed in piena notte ci fece cucire sopra falce, martello e stella.

Il 2 maggio è nuovamente a Berlino, una bandiera fu posta sul tetto del campo d’aviazione di Tempelhof, una seconda vicino alla porta di Brandeburgo e per la terza, identificò la cupola del Reichstag come location più adatta. Prese con sé tre soldati russi ed iniziò a scattare quelle fotografie che fecero la storia. Uno di questi salì sul pinnacolo, la bandiera si spiegò sopra un cielo senza la drammatica emozione della vittoria, ma era solo un particolare, così come lo erano i due orologi al polso del commilitone, segno d’inaccettabile saccheggio.

Chaldej aggiunse del fumo all’orizzonte e per volere del redattore Palgunov, cancellò dal tempo quell’orologio di troppo; l’icona della liberazione non poteva nascere su qualcosa per la quale era prevista la pena di morte. Questo era il destino per coloro che depredavano i cadaveri secondo la legge marziale sovietica.

Evgenij ChaldejEvgenij ChaldejEra nato il monumento all’Armata Rossa, esattamente come Joe Rosenthal aveva partorito quello dell’esercito statunitense, inventandosi il ‘Raising the flag on Iwo Jima’. Scattata il 23 febbraio del 1945, la fotografia in cui sei militari, si vedono impegnati ad issare la bandiera a stelle e strisce sulla vetta del monte Suribachi, strappato alla guarnigione giapponese, gli valse il Premio Pulitzer.

Per colui che aveva narrato le gesta dell’armata sovietica e disegnato i volti di Stalin, il futuro non aveva nulla di buono. Nel ’48, con la Seconda Guerra Mondiale alle spalle, la TASS, cacciò Evgenij Chaldej. La scusa fu la scarsa alfabetizzazione, il suo peccato però, era quello d’esser ebreo nel mentre di un ritorno di fiamma antisemita.

Evgenij ChaldejSi guadagnò da vivere lavorando per piccole riviste fino alla destanilizzazione di Kruschov, quando fu assunto alla Pravda, giornale ufficiale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, ma il razzismo tornò a farsi vivo nel ’72 e conobbe un nuovo licenziamento e una vecchia emarginazione, alla quale sopravvisse fino al 6 ottobre del 1997, quando serenamente si spense dopo aver visto la Perestrojka, riporre nel cassetto dei ricordi ogni bandiera rossa, compresa la sua, forse la più vera.
 
 
Evgenij Chaldej
 

Evgenij Chaldej
 

Evgenij Chaldej
 

Evgenij Chaldej
 

Evgenij Chaldej
 

Evgenij Chaldej
 

Evgenij Chaldej
 

Evgenij Chaldej