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Elisabetta Sirani: la pittrice che “dipinge da homo”

 
 
La scuola bolognese, movimento pittorico del XVII secolo, diede al mondo dell’arte un gran numero di donne pittrici, Lavinia Fontana, la romana Artemisia Gentileschi, la veneziana Marietta Robusti, figlia del Tintoretto ed Elisabetta Sirani.

Elisabetta nacque a Bologna 8 gennaio del 1638, primogenita di quattro figli.
Fin dall’adolescenza frequentò la scuola del padre Giovanni Andrea Sirani, noto pittore, nonchè primo assistente di Guido Reni capofila del neoraffaellismo emiliano.

La sua ricca produzione ben 200, tra dipinti, disegni e stampe, ebbe inizio a soli 17 anni con la realizzazione de “il Battesimo di Cristo” per la chiesa bolognese di San Girolamo.
Il dipinto commissionato, una pala d’altare di grandi dimensioni, faceva parte di un mercato assai ristretto, non di certo riservato ai giovani artisti e per finire solo agli uomini.

Elisabetta se di regole si trattava, riuscì a violarle tutte

Il successo non tardò e le prime commissioni, ritratti di grandi personaggi e opere religiose, arrivarono prima dalle famiglie aristocratiche del luogo, alle quali seguirono quelle delle varie case regnanti europee come quella della granduchessa di Toscana Vittoria della Rovere, della duchessa di Parma, Baviera e Braunschweigh.
Il tutto senza mai uscire fuori dalle mura paterne, perchè in quanto “donna” non le era consentito!

Elisabetta Sirani, Autoritratto mentre dipinge il padre
Elisabetta Sirani, Autoritratto mentre dipinge il padre

Inoltre a lei come alle altre pittrici della sua epoca mancò la conoscenza anatomica, il nudo era riservato ai soli uomini.
Quando, a causa di una caduta, suo padre non fu più in grado di dipingere, Elisabetta si fece carico di guidare la bottega e di mantenere tutta la sua famiglia con le sue opere.
La giovane pittrice però era non solo brava, ma anche rapida.

“Era tale la velocità e franchezza del suo pennello, ch’ella sembrava più leggiadramente scherzare che dipingere”

Questo scriveva di lei il Malvasia biografo dei pittori bolognesi.
Se questo per un uomo poteva essere un complimento, nel caso di Elisabetta venne spesso messa in dubbio l’autenticità dei quadri da lei dipinti.
In molti credevano che in bottega ci fossero assistenti che collaborassero nello sviluppo delle opere. Elisabetta per smentire le maldicenze fu costretta varie volte a manifestazioni pubbliche per dimostrare che era lei l’unica autrice dei suoi quadri.

Ma siamo nel 1600 e la professione di pittore e il successo erano riservati ai soli uomini.

Alle donne era permessa la sola carriera ecclesiastica e potevano solo di riflesso degli uomini, marito o padre di cui si trattasse, raggiungere la celebrità e l’agiatezza.
Questo portò ad un’insistente mascolinizzazione” di Elisabetta Sirani in cui si negava la sua femminilità per giustificarne il talento. La pittrice veniva trasformata in una sorta di “essere ambiguo” che rendeva molto più semplice sottolinearne i difetti.

Tutto questo accadde anche ad altre artiste come la scultrice bolognese Properzia dè Rossi, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Fede Galizia e Artemisia Gentileschi.

Il quadro sul tema di Giuditta che decapita Oloferne del Caravaggio ha di sicuro influenzato molto Elisabetta Sirani che lo avrebbe lei stessa dipinto.
Si deve considerare che prima di Caravaggio, le opere rappresentavano solitamente il momento antecedente o successivo alla decapitazione per cui era visto poco di buon occhio la rappresenazione cos¡ vivida di un atto violento.

Elisabetta Sirani, Porzia che si ferisce alla coscia
Elisabetta Sirani, Porzia che si ferisce alla coscia

Nel 1664 dipinge il suo capolavoro, “Porzia, che si ferisce alla coscia” nel quale c’è in primo piano la bellissima moglie di Bruto che si procura la ferita per dimostrare al marito di avere le virtù necessarie per condividerne le difficili scelte politiche. Con quest’opera Elisabetta Sirani sembra alludere al sacrificio eroico quando si offre come in uno spettacolo al mondo per dare prova delle sue qualità di donna artista.

Artemisia Gentileschi - Giuditta e Oloferne
Artemisia Gentileschi, Giuditta e Oloferne

Delle analogie si possono ritrovare in Artemisia Gentileschi, a partire dal dipinto di Giuditta che armata di spada, decolla Oloferne. Ancora una volta una pittrice esprime su una tela e in una metafora un suo terribile trauma. Per Artemisia fu la violenza subita da Agostino Tassi, per Elisabetta le sue vessazioni.

Se passiamo la soglia del passato per arrivare alla contemporaneità, il dipingere se stesse nelle proprie opere, diventa il soggetto preferito per raccontarsi.
Nella pratica si distinguono gli autoritratti di Frida Kahlo, artista che viveva in Messico in un contesto che poco spazio riservava alle donne.

Elisabetta Sirani ebbe una grande produzione artistica, ma in una vita davvero troppo breve. La sua morte, avvenuta a soli 27 anni, fu circondata da un iniziale alone di mistero. Sembrò in un primo momento che una cameriera l’avesse avvelenata. L’autopsia del corpo ha rivelato in seguito che la morte fu dovuta ad ulcere gastriche profonde che potevano essere state causate dallo stress e della stanchezza.

“Se ti chiudi in un ghetto neghi il vero significato dell’arte. L’arte deve essere buona al di là del fatto che sia un uomo o una donna a farla”

Marina Abramović