Tamarindo: le virtù di una monumentale pianta plurisecolare

 
Unico del genere Tamarindus, il Tamarindo s’offre in dono su più fronti, essendone utilizzabile, per differenti scopi, legno, fogliame, fiori e frutti, oltre ad essere ritenuto simbolica e mistica fonte di buon auspicio alla quale affidare sogni e speranze.

C’è il cardamomo, per la consolazione, semi di vaniglia, per la dolcezza, tè verde, rosa e tamarindo per l’armonia e la cordialità.
Joanne Harris, Il Giardino delle pesche e delle rose

Altrimenti soprannominato “dattero dell’India”, dall’arabo تمر هندي, «tamuru hindiun», la nomenclatura binominale di Tamarindus indica venne coniata, per la specie di genere monotipico, dal medico, botanico, accademico e naturalista svedese Carl Nilsson Linnaeus (1707-1778), in italiano noto al nome di Carlo Linneo, protagonista primo della classificazione scientifica degli organismi viventi.

Della famiglia Fabaceae, anche dette Leguminose oppure Papilionacee, rispettivamente per la tradizionalità del frutto e per la forma del fiore che riporta alla mente una farfalla (insetto appartenente appunto alla famiglia Papilionodae), le piante del tamarindo sono dicotiledoni, vale a dire che l’embrione racchiuso nel seme, a sua volta interno al fiore, possiede due cotiledoni, le foglie embrionali il cui ruolo è quello di nutrire l’embrione stesso a partire dalla germogliazione fino alla raggiunta autonomia del processo di fotosintesi.

Le sue origini si collocano in Africa Orientale e India — a tutt’oggi quest’ultima la più grande produttrice mondiale di tamarindo — e la sua presenza in asiatici confini avvenne probabilmente in seguito a trasporti da parte dell’uomo, come nel sedicesimo secolo si verificò, per mano di coloni portoghesi e spagnoli, i quali lo introdussero in suolo messicano e in America centro-meridionale.

La sua coltivazione, al di là dei paesi natii, è prevalentemente diffusa in zone tropicali dell’Asia e in America Latina, qualora tuttavia ci si volesse cimentare nella coltura in Italia, opportuni accorgimenti andrebbero seguiti con la massima dedizione, nell’intento di raggiungere discreti traguardi di crescita, soprattutto mai dimenticando la necessità di luce solare costante e diretta, contemporanea alla protezione dei venti, data la sua provenienza da aree tropicali e questo è l’unico fattore che potrebbe incidere sulla produzione fruttifera, poiché, anche sulle zone costiere, sebbene maggiormente ventilate, i baccelli rischierebbero di marcire per eccesso di umidità, motivo per cui anche la necessità d’acqua si limita a medie quantità e comunque mai abbondanti.

Per quanto invece riguarda la pianta in sé, al di là della delicata produzione di frutti, il suo elevato adattamento ne permette un buon sviluppo anche in terreni argillosi e salini, ottimali se a ph neutro e ben drenati, essendo il ristagno idrico il peggior nemico da evitare per sopravvivere, inoltre divenendo la stessa sempreverde o caducifoglia a seconda delle condizioni climatiche dell’ambiente ospitante, quindi perdendo fogliame in caso d’eccessiva siccità, al contrario mantenendolo a sé in luoghi ove le piogge siano regolari, risultando di conseguenza fondamentale l’intervento dell’uomo nel dosare in maniera complementare le irrigazioni in casi d’irregolarità climatiche, specialmente negli esemplari giovani in cui l’apparato radicale no ha ancora raggiunto la piena maturazione, che garantirebbe loro maggiore indipendenza.

La stagione primaverile è quella ideale per apportare nutrienti aggiuntivi tramite concimazione, da ripetere in estate, grazie alla quale rifornire il vegetale di fosforo, azoto, potassio ed altri microelementi allo scopo di garantirne una rigogliosa e possente crescita generale e e provvedendone alla potatura, essenziale accorgimento per auspicarne un salutare sviluppo, dunque eliminando rami secchi, infecondi oppure attaccati da eventuali funghi che rischierebbero d’espandersi ad oltranza, se non levati preventivamente, tanto quanto gli afidi, ossia i tipici parassiti delle piante a frutto, estremamente devastanti sulle stesse, delle quali si nutrono avidamente, comunemente noti come “pidocchi delle piante”, da eliminare in maniera tempestiva e, possibilmente, con rimedi naturali, risultando molto efficaci, a questo proposito, prodotti a base di “Piretro della Dalmazia” (Tanacetum cinerariifolium), pianta della famiglia Asteracee, solitamente coltivata per le sue proprietà insetticide.

Il tamarindo è albero plurisecolare e robusto, a corteccia scura a longitudinali fenditure, con radici a fittone che lo ancorano saldamente al terreno e che può raggiungere altezze di 30 metri e superarle, con una circonferenza media di circa 7/8 metri; il maggiore sviluppo in altezza è dei rami, che s’elevano in tutta lunghezza nella loro colorazione scura, tendente al rossastro, castellatura vivente di una chioma molto ampia, costituita da foglie alterne, a loro volta alloggio di minuscole e lucide foglioline di vivace ed intensa tonalità verde, che si richiudono su se stesse al calare della notte.
 
Il tamarindo, l'insolita e monumentale pianta originaria dall'Africa Orientale, dai frutti aventi numerose proprietà benefiche, oltre ad esser versatili protagonisti dell'arte gastronomica • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
 
Meraviglia di fiori si manifesta al mondo variopinti petali, in nuances che transitano dalla delicatezza del giallo all’intensità dell’arancione, ricordando l’eleganza delle orchidee nella loro conformazione, mentre i frutti, che maturano fra primavera ed esitante e possono rimanere sull’albero fino a sei mesi dopo la maturazione, legnosi baccelli color cammello, s’incurvano nella loro lunghezza di circa 10/15 centimetri, gelosamente custodendo dei semi piatti, giallognoli-bianchicci e lucenti, che sono avvolti da una succosa polpa, commestibile, color verde-castano; i semi mantenendo capacità germinativa per qualche mese, si prestano per future semine.
 

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Semi

 
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Fioritura

 
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Ambito alimentare, con conseguenti effetti benefici sull’organismo, e sementa non sono gli unici contesti in cui il tamarindo manifesta appieno le proprie potenzialità, rivelandosi infatti la durezza e compattezza del suo midollo ideali caratteristiche per fare del suo legno idonea materia prima da cui ricavare oggettistica, mobilio, pavimenti in parquet e soffitti, oltre a venire somministrate le sue foglie come nutrimento per i bachi di genere Anaphe o Hypsoides, che producono una seta d’eccellente qualità, come foraggio per animali ed i fiori nutritiva fonte di polline per le api.
 
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Vaso in legno di Tamarindo

 
Dal nocciolo dei semi si ricavano sia l’olio – applicato a livello topico in ambito dermatologico, in quanto anti fungino, oppure nel settore industriale come fissativo de coloranti e componente di vernici, gomme adesive o tinture – che la polvere, impiegata come imbozzimatura (trattamento che infonde resistenza ai tessuti) dei sacchi di iuta o di filati vari; la sua polpa, quando acerba, è un ottimo agente per attività di decapaggio, oltre che un valido lucidante per ottone, rame e bronzo e la stessa, così come il fogliame, s’adotta anche nei centri estetici, sotto forma di decotti, compresse o impacchi per restituire alla clientela trattamenti di bellezza naturali, fra i quali l’applicazione di un composto ottenuto dalla macina dei semi, che parrebbe accorrere in aiuto nelle manifestazioni acneiche; l’intera pianta, in dimensioni naturali o come specie bonsai, è, specialmente in zone asiatiche, albero ornamentale per giardini o ambienti domestici, così come si possono trovare in commercio i semi da utilizzare come decorazioni per l’albero natalizio, confermandosi il Tamarindus indica una specie dall’incredibile duttilità.

Profumo Esotico
Charles Baudelaire (1821-1867)

Quando, con li occhi chiusi, in una calda sera di autunno,
respiro l’odore del caloroso tuo seno,
vedo passare spiagge felici
abbagliate dai fuochi d’un monotono sole;
un’isola accidiosa dove la natura
produce alberi singolari e frutta saporite;
uomini dal corpo snello e vigoroso,
e donne il cui sguardo meraviglia per la franchezza.
Guidato dal tuo odore verso incantevoli climi,
vedo un porto pieno di vele e di antenne agitate da l’onda marina,
mentre il profumo dei verdi tamarindi,
che circola nell’aria e mi riempie le narici,
si mescola ne l’anima mia al canto dei marinai.

 

Caratteristiche e proprietà

Le numerose proprietà terapeutiche del tamarindo si rifanno al principio attivo della tamarindina, di sostegno nel contrastare infezioni fungine e riequilibrare l’attività intestinale, inoltre lo stesso contenendo anche:

acido cinnamico, dal sapore fruttato a sentore di miele, a funzione antisettica, tuttavia poco applicato nella pratica medica, al contrario ampiamente destinato al settore cosmetico o come base per profumi e aromatizzante alimentare;

limonene, idrocarburo volatile dall’aroma agrumato con potere immunostimolante, antidepressivo, ansiolitico, antibatterico, antiparassitario, lenitivo dei disturbi gastrointestinali-esofagei e di prevenzione sulle patologie oncologiche, da somministrare in tutta cautela data la sua potenzialità allergenica;

acido tartarico, a forte impatto antiossidante sull’organismo, per antagonismo sui radicali liberi, prodotti dall’organismo per effetto di reazioni biochimiche in virtù delle quali l’elettrone spaiato, interno all’orbitale più esterno, si lega a ad altre molecole provocandone ossidazione e conseguente deterioramento strutturale delle cellule, velocizzando il processo di declino delle stesse, reso ancor più celere da sostanze ricche di grassi nocivi, da bevande alcoliche e dal tabacco.

acido malico, anche detto “acido di mela” o “acido fruttico” energizzante generale, fedele compagno del disturbo fibromialgico o semplicemente in periodi di particolare stanchezza;

fibre, ormai da tempo conosciuti meccanismi sazianti, riducenti il colesterolo – quando d’origine vegetale – meccanici sull’apparato intestinale e rallentanti l’assorbimento del glucosio e relativo abbassamento della curva glicemica;

vitamine, molecole organiche essenziali al generale benessere psico-fisico, micronutrienti e bioregolatrici ad ampio raggio sulle reazioni chimico-cellulari e sui processi di crescita, con differente azione in base al gruppo d’appartenenza;

potassio, importante minerale a salutare impatto sulla muscolatura e regolatore della pressione arteriosa;

fosforo, fondamentale minerale deputato all’assunzione del calcio, alla produzione energetica e al mantenimento d’un fisiologico stato mnemonico;

magnesio, toccasana della coagulazione del sangue, regolatore del ritmo cardiaco e del ph sanguigno, vasodilatatore, garante della stabilità ossea, produttore di energia e metabolizzante dei lipidi;

ferro, indispensabile alla produzione dell’emoglobina e dei globuli rossi, ossigenante delle cellule, neurotonico di milza, fegato, midollo osseo e intestino;

zinco, complesso enzimatico antibatterico, impattante sul funzionamento ormonale e metabolico di proteine,acidi nucleici, lipidi e carboidrati;

rame, metallo ad elevata azione disintossicantesi antisettica, catalizzatore dell’emoglobina e di conseguenza utile in casi d’anemia;

selenio, formidabile antagonista del’ossidazione celulare e protettivo della tiroide;

amminoacidi complessi quali lisina, metionina e triptofano, implicati nei processi metabolici;

flavonoidi, sostanze naturali protettive sull’apparato cardiocircolatorio e sulla degenerazione cellulare, epatoprotettive, antinfiammatorie, antiallergiche e antimicrobiche.

Il tamarindo è da sempre prediletto medicamento nella tradizione asiatica e africana, con preparati somministrati come antipiretici, purgativi e carminativi, riconosciuti dal Purdue’s Horticulture and Landscape Architecture Department, ma, alle sue indubbie qualità s’affiancano effetti collaterali da non sottovalutare – come per altro avviene nel caso d’abuso di qualsiasi alimento – poiché, se consumato in dosi eccessive, il tamarindo potrebbe ostacolare i processi digestivi per la presenza dei tannini, composti molecolari custoditi all’interno dei semi, con funzione emostatica e astringente, oltre all’antibiotica e antiperistaltica; oppure non assumendone in concomitanza con acido acetilsalicilico o ibuprofene, per interazione con gli stessi che ne accrescerebbe la bio disponibilità.

Entrambi erano in stato di grazia, intenti a bere acqua di tamarindo e a guardare da sopra i tetti il vasto cielo senza nuvole.
Gabriel García Márquez, Dell’amore e di altri demoni

 

Il tamarindo in gastronomia

Pur potendo vantare elevati valori nutrizionali, il tamarindo potrebbe far erroneamente credere, essendo un legume, di possedere proteine al pari degli altri di categoria, viceversa avendone naturale dotazione in minor misura, allo stesso tempo risultando comunque la principale fonte proteica di nutrimento nei paesi dove la malnutrizione affligge l’individuo, umiliandolo nel suo primo e sacrosanto diritto a cibarsi e sopravvivere.

Del tamarindo si mangia la polpa che avvolge i semi, che s’addolcisce maturando, mentre se ancora acerba è verdognola e parecchio acidula, ma quando giunta a completa maturazione si predispone come ingrediente base per dolciumi e in piacevole accompagnamento a riso, patate, verdure, zuppe, salse e nutrienti bevande, fra le quali anche birra, oppure infusi che sembrerebbero avere effetti analgesici sui dolori mestruali, oltre ad essere assunti come afrodisiaci, come tisane ottenute dalle radici sembrerebbero lenire i malesseri della lebbra, mentre foglie e fiori sottoposti ed applicati sulle distorsioni o su rigonfiamenti delle articolazioni, donerebbero rilassante sollievo.
 
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Particolare e versatile, il tamarindo è fruibile al naturale quando giunto a completa maturazione, ma ottimamente si presta nella preparazione di insalate, macedonie, dessert, è possibile realizzarvi della marmellata facendone bollire la polpa pochi minuti, in una quantità d’acqua pari alla metà del peso del prodotto, per poi passarla al setaccio e rimetterla nella casseruola versandovi lo zucchero, rispettando una proporzione di 30 grammi per ogni etto di prodotto ed a fuoco lento mescolare finché la il composto non avrà la consistenza della confettura. Altrimenti, celebre è lo sciroppo di tamarindo, da prepararsi versando 2 litri di acqua in una pentola e portarla ad ebollizione, dopodiché, aggiungere 800 grammi di polpa di tamarindo proseguendo cottura, a fiamma dolce, 15 minuti, al termine dei quali, spegnere il fuoco, aggiungere zucchero in quantità equivalente a circa il doppio del legume, esporre il preparato nuovamente a calore ed attendere mezz’ora, ricavando così lo sciroppo da riporre, una volta raffreddato, in recipienti a chiusura ermetica, utilizzandolo in seguito per creare granite, altrimenti diluendolo semplicemente in acqua, bibite oppure ghiaccioli avvalendosi di apposite forme.
 
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Tuttavia, non mancano le ricette in cui si fa apprezzare come spezia dal sentore aspro, fruttato e rinfrescante adatto ad insaporire zuppe, risotti ed ancora a guarnizione di piatti salati come nel caso d’una delle varianti della salsa indiana Chutney, per la quale è necessario ricavare 200 grammi di polpa di tamarindo, antecedentemente privata di semi ed immergerla in una pentola con mezzo litro d’acqua e 5 grammi di zucchero, nonché medesima dose di peperoncino piccante e zenzero in polvere, sale, pepe nero, semi di cumino e di finocchio in precedenza tritati ed amalgamati in un mortaio, quindi mescolare a fuoco lento fino ad ottenere un condimento dalla consistenza morbida e vellutata, da lasciare riposare in frigorifero, prima di unirla a carni rosse, bianche, oppure pesce cucinati in padella con aggiunta d’olio extravergine di oliva ed adornati di verdure.
 
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Salsa Chutney

 
L’uso del tamarindo a livello culinario è diffuso in più paesi e in differenti modalità a seconda delle usanze, anche se In Italia, dove non si trova con facilità, rendendosi necessario rivolgersi a negozi etnici specializzati per poterlo acquistare fresco, i consumi sono ridotti rispetto ad altri stati, forse conoscendone più che altro essenza sotto forma di sciroppo, che nel Bel Paese di frequente aromatizza granite e ghiaccioli, contemporaneamente dissetando l’arsura, appagando il gusto e pizzicando il palato.

Di curioso interesse è la pasta di tamarindo, un denso composto, liquido e viscoso, una crema dal gusto agrodolce che può essere servita sia come salsa che in accompagnamento a pesce, riso, pollo, minestre di legumi o come aromatizzante in genere, miscelando la propria essenza ad innumerevoli sapori e donando esotico tocco alle pietanze o a rigeneranti aperitivi da sorseggiare e condividere in compagnia, sedotti dalla natura.
 

 

Il pannello superiore, nel venir tirato giù (lasciando l’altro scomparto doppiamente sbarrato, nel mistero) rivelava profondi scaffali gremiti di vasetti di sottaceti, barattoli di marmellata, scatole di latta, teche di spezie, e recipienti gradevolmente esotici, bianchi ed azzurri, profumati ricettacoli di conserve al tamarindo e allo zenzero.
Charles Dickens, Il mistero di Edwin Drood

 

Il tamarindo tra leggende e spiritualità

Fin dal 400 a.C., come avallato da documentazioni a riguardo, il tamarindo veniva utilizzato dalla popolazione egiziana, inoltre, a metà degli anni Novanta carbon fossile della pianta, dalle analisi risalente al 1300 a.C., è stato rinvenuto in India, nella valle del Gange, dimostrando antichissime conoscenze del vegetale, anche presente nelle antiche scritture indù fin dal secolo precedente, radicandosi nell’esistenza umana dai tempi più remoti e relative leggende tramandatesi fra generazioni.

Una fra le tante narra di Manila, capitale delle Filippine situata sulla costa orientale dell’omonima baia dell’isola di Luzon, assalita da un drago e salvata da tre impavidi combattenti i quali, dopo averlo affrontato e ucciso, affamati si rivolsero alla popolazione chiedendo pollo e frutta, ma spronati da una saggia anziana a raggiungere la “montagna del guerriero”, dove avrebbero invece trovato una bottiglia contenete una tipologia di cibo che li avrebbe saziati per tutto il corso della loro esistenza; lì sopraggiunti, una volta trovata la bottiglia e bevuto il liquido in essa contenuto, i loro occhi divennero più grandi e da essi lacrime caddero facendo germogliare un tamarindo da allora lacrimando tamarindo.
 

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Tamarindo di Manila

 
Alternativo racconto riporta le vicende di tre crudeli principi, Sam, Pal e Lock, provenienti da differenti regni e legati da un rapporto d’amicizia che era occasione di frequenti incontri e relative azioni di gruppo vessatorie sulle persone più deboli, menomate o in condizioni di povertà, all’opposto prediligendo ed osannando solamente nobili e benestanti.

Durante un’escursione, un giorno i tre principi villani videro una giovane e avvenente donna immersa nelle limpide acque di un torrente e, ammaliati dalla sua bellezza, decisero di molestarla e deriderla, nonostante le suppliche della stessa, desiderosa d’essere lasciata in pace, tuttavia ottenendo in risposta uno schiaffo da parte di Sam.

A difesa della sfortunata ragazza intervenne un’anziana donna anch’ella purtroppo percossa dal codardo e prepotente trio, i cui componenti inconsapevoli del fatto che costei fosse in realtà una fata la quale, una volta riprese le sue originarie sembianze, attuò un incantesimo nei confronti dei tre blasonati, facendo cadere i loro occhi, immediatamente inglobati dalla terra e provocando negli stessi una reazione di sdegno, ben distante dalla volontà di chiedere perdono, al contrario cocciutamente reiteranti minacce di violenza, sullo sfondo delle quali risalire a cavallo e fuggire in preda all’ira, per poi precipitare in un burrone, a conseguenza della sopraggiunta cecità.

Nel mentre, dove la terra aveva inghiottito i loro occhi, crebbe uno bizzarro albero che, nel tempo, si riempì di frutti dal sapore talmente acido da suscitare convinzione per cui all’interno dei semi dovevano esservi gli occhi di Sam, Pal e Lock, cosicché, in riferimento ai tre giovani scomparsi, la pianta venne battezzata Sampalok, nome col quale in filippino è appunto chiamato il tamarindo.

Di buddista provenienza la convinzione che i semi di tamarindo, ritenuto sacro, simbolizzino le virtù di tolleranza e fedeltà, a questo scopo le sue foglie vengono appese sopra il letto coniugale e si crede che bruciare le sue cortecce nel camino domestico, possa garantire una maggiore stabilità di coppia; mentre in alcuni paesi asiatici la pianta sarebbe covo di spiriti nefasti, ragione per cui la costruzione di case nei suoi pressi è vivamente sconsigliata e simile credenza appartiene alle menti caraibiche, certe della presenza di spiriti all’interno dell’albero che nonostante tutto non priva il prossimo delle sue potenzialità giocose e istruttive, usandone infatti i bambini africani i semi come pedine di giochi da tavolo o come strumento di conta nelle lezioni di matematica.

Nella cultura dei Bambara, etnia principale del Mali, il tamarindo rappresenta il rinnovamento, mentre nell’induismo viene associato al matrimonio di Krishna, una fra le incarnazioni del Dio Visnù in forza del suo possedere sapienza, splendore, forza, efficienza, vigore e potenza, qualità che il vegetale ha in sé intrinseche, lui attribuite da l’uomo, ed estrinseche, manifestandosi in tutta sua imponenza.
 

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Immagine tradizionale dell’Āḻvār, Nammāḻvār, sotto l’albero di Tamarindo
Tempio Thirumohoor, Tamil Nadu

 
Spaziando fra le varie culture, da che mondo e mondo lo strettissimo legame fra gli umani, le piante, la religione e le sacralità, si struttura in più modalità a seconda delle differenti credenze, potendo generalizzare un sottofondo comune alle stesse nella trasversale identificazione di divinità in flora e fauna, negli alberi raggiungendo le personificazioni attribuite un’elevazione spirituale connessa alla maestosità dei tronchi e delle frasche, svettanti al cielo in tutta la loro magnificenza, resa solenne dal conferire loro un impareggiabile contatto fra terra e cielo, inteso come mezzo donato all’uomo per entrare in contatto con le divinità idolatrate, attraverso una sorta di “albero cosmico” che diviene anello d’aggancio fra di lui ed il suo creatore, tramite il creato.

Il tamarindo effonde i propri rami nell’aria, intimamente richiamando a sé chiunque desideri farsene tramite per anche solo sfiorare una dimensione ultraterrena solo immaginata o percepita, spesso circondando luoghi di culto, come per esempio in Vietnam dove frequentemente le pagode monacali sono costruite all’interno di piccole e graziose boscaglie dall’albero ricoperte, in più una fra le piante preferite dalle scimmie, in quella magica, pura ed empatica relazione che si stabilisce fra la natura e i suoi figli, qualora ogni componente ne condivida in estremo rispetto, in tal caso rivelandosi il Tamarindus indica in tutta la sua poliedricità d’utilizzo, riducendo la propria pomposità ora ad amuleti da custodire in tasca come porta fortuna, ora a curative panacee da porre a rimedio di malessere ed ancora richiudendosi in vasetti di vetro come prelibato, insolito e curioso alimento da condurre alle proprie papille gustative per assaporare affascinanti storie di paesi lontani, portate alla luce fra parole e romanzi.
 
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Il Tamarindo
Evaristo Ribera Chevremont (1896-1976)

Il verde tamarindo si estende sul piccolo patio
privo d’erba e sabbia,
all’ombra intima e delicata
e, dolce di amicizie e anni;
sul tetto di zinco della dimora,
i suoi rami poggiano.

Di Soli bianchi e severi, non è stanco
l’oleifero fremente e diritto albero;
accanto ad esso, un ruminante estatico riposa,
distante da obiettivi, dal desiderio e dal reale.

Il piccolo patio gioisce della sua compagnia
all’omogenea e lenta certezza del giorno,
ostinato in un limpido ritmo di dolore.

Mi commuovo quando l’albero, giunto al culmine,
sul patio caldo e polveroso, dove la lucertola si scalda,
diffonde i suoi frutti agrodolci.

 
 
 
 

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