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Peyote: l’insostenibile leggerezza dell’essere…fatti

 
Fin dalla preistoria l’uomo ha potuto e saputo giovarsi delle proprietà custodite dalla natura nella sua flora, quindi attingendo alla ricchezza vegetale a fini alimentari, decorativi, medicinali e rituali; in quest’ultimo caso, ruolo di protagonista spetta al Peyote, pianta allucinogena che, in differenti culture, nel corso dei secoli s’è resa scia sulla quale tentar apertura d’alternative porte sulla percezione interiore, gustandone l’essenza fra pratiche meditative e divinatorie.

Ci siamo seduti tra i rovi del deserto masticando il cactus rinfrescato dalle gocce di lacrime del passato.
Kofi Awoonor

Scientificamente classificata come Lophophora williamsii, il Peyote è pianta appartenente alla famiglia delle Cactaceae, raggruppante a sua volta circa 3000 specie di cactus per 120 generi che, per la loro particolarità e conformazione vengono utilizzati, in base alle specifiche caratteristiche, sia come piante da raccolto che in ambito ornamentale.

Trattasi di pianta succulenta, così vengono botanicamente denominate tutte le piante i cui tessuti parenchimatici, ossia quelli con funzione di metabolico e vitale riempimento, favoriscono l’assorbimento di rilevanti quantità d’acqua, poi sagacemente immagazzinata dalla pianta e redistribuita in ogni sua parte a seconda della necessità in base alle condizioni climatiche; sebbene il pensiero immediato di foglie carnose porti a visualizzare in presa diretta i cactus, è bene precisare che non tutte le piante succulente lo sono, mentre gli stessi, quasi tutti succulenti, semplicemente appartengono ad una precisa famiglia di queste piante, la succitata delle Cactaceae.

Il suo aspetto fisico, fuoriuscente da grosse radici a fittone decisamente ramificate, è delineato da cospicue e globiformi infiorescenze (ragruppamenti di rami con fiori, come da definizione botanica) di colore grigio-verdognolo, con struttura esterna sulla quale crescono delle minuscole areole, piccole parti dalla forma circolare ed i confini ben definiti, ricoperte da pelosa lanuria e talvolta, nelle piante giovani, di deboli spine.
 
Peyote: Ritratto della pianta allucinogena che nel corso dei secoli, in più culture è stata chiave per varcare alternative porte sulla percezione interiore, impiegandone l’essenza in pratiche meditative e divinatorie • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
 
La fioritura, che solitamente avviene tra marzo e settembre, si apre nella meraviglia di petali rosa, bianchi o gialli, con successiva formazione di frutti i cui semi, della grandezza di nemmeno due millimetri, sono neri, di forma ovoidale e contenenti una notevole quantità di mescalina, alcaloide psichedelico e neurotrasmettitore monoamminico biosintetizzato, tipico nel Peyote. Origini ed habitat del Peyote appartengono al territorio messicano, dove lo stesso cresce naturalmente, fra pareti rocciose o vicino a piante di grandi dimensioni, in una fascia d’altitudine compresa fra i 100 e i 1500 mt, nelle desertiche superfici degli stati di Chihuahua, Querétro, Durango ed in alcune aree meridionali del Texas, anche se, nel deserto di Chihuaua, lo si può veder raggiungere altezze di poco inferiori ai 2000 mt.
 
Peyote: Ritratto della pianta allucinogena che nel corso dei secoli, in più culture è stata chiave per varcare alternative porte sulla percezione interiore, impiegandone l’essenza in pratiche meditative e divinatorie • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
 
Peyote: Ritratto della pianta allucinogena che nel corso dei secoli, in più culture è stata chiave per varcare alternative porte sulla percezione interiore, impiegandone l’essenza in pratiche meditative e divinatorie • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
 
Una caratteristica condivisa da ciascuna delle 11.000 specie di piante grasse stimate del mondo è la presenza di tessuti succulenti (dal latino succus) nei fusti, nelle foglie o nelle radici.

Questi tessuti si sono sviluppati per raccogliere e conservare una quantità di umidità notevolmente abbondante, utilizzata dalla pianta nel corso dei periodi di siccità lunghi o periodicamente ricorrenti.
Zdenek Jezek

 

Il Peyote nella storia

Tracce di Peyote datate attorno al 4000 a. C. e archeologicamente scoperte in siti tombali o caverne, denotano l’utilizzo della pianta fin dai tempi più antichi, sebbene le prime testimonianze europee a riguardo appartengano al ben più recente sedicesimo secolo quando, riportandone notizie i cronisti spagnoli come di una pianta dai maligni effetti, il naturalista, botanico e medico reale dal 1567, Francisco Hernández de Toledo (1514-1587) venne inviato da Filippo d’Asburgo, allora re di Spagna sotto il nome di Filippo II (1527-1598), a perlustrazione nei luogo interni all’Impero coloniale spagnolo dell’epoca, allo scopo di scoprire eventuali applicazioni terapeutiche del Peyote.

Hernández appartenne alla prima schiera di medici rinascimentali spagnoli la cui pratica s’ispirò agli antichi saperi del geografo, medico e aforista greco antico Ippocrate di Coo (460 a.C. Circa-377 a.C. TPQ), del medico greco antico Galeno di Pergamo (129-201 circa) e del filosofo, medico, matematico, logico e fisico persiano Ibn Sinā, noto come Avicenna (980 d.C.-1037); forte della sua innata spinta verso nuove conoscenze, la sua prima missione scientifica nel Nuovo Mondo avvenne a partire dall’anno 1570, partendo lo stesso, in compagnia del figlio Juan, per un viaggio della durata di 7 anni durante il quale catalogò una corposa moltitudine di specie messicane, donando alla scienza preziosa perla descrittiva di biodiversità vegetale, classificata secondo innovativa terminologia botanica, a partir dai nomi nativi delle piante, con ben quattordici capitoli dedicati esclusivamente ai cactus.

Del Peyote Hernández analizzò a fondo proprietà e caratteristiche, denominandolo Peyote Zacatencis, al fine di mantenere al nominativo il suo nome originario, Peyoty, ed inserendone nel suo trattato, il De Historia Plantarum Novae Hispaniae, quella che fu la prima descrizione completa dell’arcana e miracolosa pianta.

Arricchimento di percorso gli venne fornito da interviste ch’egli ebbe la fortuna di poter fare, grazie all’aiuto di traduttori, agli indigeni, inoltre facendosi assistere da tre pittori autoctoni, Baptized Antón, Baltazar Elías e Pedro Vázquez, nelle sue illustrazioni di fauna e flora; l’importanza dell’opera ch’egli ebbe a terminare in 22 volumi, di cui 16 inviati al sovrano con rilegatura in pelle di colore blu, con ricami in oro ed argento, fu nell’esser stato in grado di assimilare e rielaborare le sue conoscenze scientifiche mai mancando di riguardo, nell’interazione con i popoli aborigeni, alle loro credenze, in più riportando il proprio apprendere in maniera empirica, sebbene in contemporanea attenzione a non mostrarsi eccessivamente contrapposto, in fase di raccolta dei dati, alle arcane affinità della medicina medievale nei confronti di poteri curativi attribuiti alla magia, comunque giungendo scientificamente alla conclusione di manoscritti che, una volta pubblicati, diedero considerevole e rivoluzionario apporto agli studi botanici europei.

Prima nomenclatura botanica, Echinocactus williamsil, fu pubblicata nel 1845 ad opera del botanico francese René Charles Joseph Ernest Marie (1878-1949), pubblicazione lacunosa di descrizione alla quale sovvenne il principe tedesco e botanico Joseph Franz Anton Maria Hubert Ignatz Fürst zu und Altgraf Salm-Reifferscheidt-Dyck (1773-1861), autore di una breve descrizione in latino; la prima raffigurazione porta data 1847 ed apparve sulle pagine della Curtis’s Botanical Magazine, rivista di giardinaggio, tutt’ora attiva, anche se con differente nome, concepita alla fine del diciottesimo secolo dal botanico inglese William Curtis (1746-1799), narrante storia e caratteristiche di rare piante ornamentali, sui meravigliosi disegni dell’illustratore britannico, esperto in soggetti botanici, Sydenham Teak Edwards (1768-1819).
 

Peyote: Ritratto della pianta allucinogena che nel corso dei secoli, in più culture è stata chiave per varcare alternative porte sulla percezione interiore, impiegandone l’essenza in pratiche meditative e divinatorie • Curtis’s Botanical Magazine • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Curtis’s Botanical Magazine

 
Prima sistematica analisi della pianta, fu pubblicata nel 1886 ad opera del farmacologo germanico Louis Lewin (1850-1929) e inizialmente il Peyote portò nome a lui dedicato: Anhalonium lewinii; attenta e difficoltosa classificazione ad opera del medico fu quella attuata allo scopo di suddividere piante e droghe psicoattive in base al loro effetto farmacologico, originariamente collocando il Peyote nella categoria Phantastica, ossia fra allucinogeni o enteogeni, sostanze a spiccato effetto psichedelico e alterante provvisoriamente la sfera sensorial-percettiva e lo stato di coscienza nell’individuo che ne assuma. Successiva variazione e prima analisi metodica con inerente rapporto di presenza d’alcaloidi, fu trascritta, come succitato, nel 1866 ad opera di Louis Lewin, fin a giungere, nel 1894, allo studio tassonomico di John Coulter (1851-1928) che, descrivendo il genere come Lophophora (in aggancio al vocabolo greco “lophos” che significa “cresta”, a richiamo dei ciuffi pelosi dei tubercoli), fece chiarezza fra la confusione del periodo che aveva inserito il Peyote in più generi.
 
Peyote: Ritratto della pianta allucinogena che nel corso dei secoli, in più culture è stata chiave per varcare alternative porte sulla percezione interiore, impiegandone l’essenza in pratiche meditative e divinatorie • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
 
Nel 1896 gli effetti d’un estratto di Peyote vennero descritti sul The British Medical Journal e, l’anno successivo, la mescalina venne isolata ed identificata dal chimico e farmacologo tedesco Arthur Carl Wilhelm Haffter (1859-1925), presidente della German Society of Pharmacologists ed uno fra i realizzatori del primo manuale di Farmacologia Sperimentale, che assunse la pianta per analizzare personalmente le conseguenze psico-fisiche durante i suoi esperimenti. Sintetizzata invece nel 1919 dal chimico austriaco Ernst Spath (1886-1946), entrò far parte della «magical half a dozen» di feniletilamine del (bio)chimico e farmacologo statunitense Alexander TheodoreSashaShulgin (1925-2014), che, nell’arco della sua esistenza, individuò e sintetizzò più di 200 molecole di genere, talvolta testandole su stesso e dedicandosi allo studio degli effetti allo scopo di ricavarne applicazioni terapeutiche in ambito medico, impegno professionale che gli valse il soprannome di “padrino psichedelico”. Interesse e ricerca in simile direzione intraprese negli anni Cinquanta lo psichiatra inglese Humphry Fortescue Osmond (1917-2004), ovvero colui che, in ambito di sperimentazioni volte a comprendere la schizofrenia convincendosi della potenzialità di tale sostanza di favorire un’apertura mentale, pronunciò per la prima volta il termine psychedelic, «rivelatore della psiche», dal greco ψυχή «psiché» e δηλόω «mostrare», nel corso di una conferenza alla New York Academy of Sciences nel 1956, dopo averlo coniato in dialogo epistolare con il poeta, saggista e drammaturgo Aldous Huxley (1894-1963).
 
Peyote: Ritratto della pianta allucinogena che nel corso dei secoli, in più culture è stata chiave per varcare alternative porte sulla percezione interiore, impiegandone l’essenza in pratiche meditative e divinatorie • Humphry Osmond & Aldous Huxley • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Humphry Osmond & Aldous Huxley

 
Lo scrittore difatti, già autore di The Devils of Loudun, in cui aveva affermato l’essere le droghe «scorciatoie tossiche verso la trascendenza da sé stesso», venuto a conoscenza del principio attivo del Peyote tramite un articolo accademico di Osmond, per il quale l’alcaloide sarebbe stato in grado di fungere da ponte connettivo tra la realtà oggettiva ed emozione soggettiva, nel 1953 gli inviò lettera chiedendo di poterne testare gli effetti nella speranza di raggiungere un livello di consapevolezza superiore e «rendere sublime un mondo banale», costringendo il cervello ad una percezione completa, arginandone la presunta azione di auto-riduzione delle informazioni inutili alla sopravvivenza, cosicché il ricercatore, ribattendo ed appunto inventando il vocabolo, che «per scandagliare l’Inferno o librarsi angelicamente basta prendere un pizzico di psichedelico», lo accontentò somministrandogli quattro decimi di grammo di mescalina e ad esperienza, Huxley dette seguito pubblicando l’anno successivo Le porte della percezione, libro la cui influenza, tra gli altri subì Jim Morrison, com’è noto battezzando l’unione con John Densmore, Robby Krieger e Ray Manzarek, The Doors.

Il fascino dei cactus è misterioso come le loro origini, multiforme come le piante stesse, e si intensifica man mano che si approfondisce la loro conoscenza.
Mariella Pizzetti, Piante grasse: le cactacee, 1985

 

Il Peyote tra i Nativi americani

Dopo l’evento scientifico di Späth, nel susseguirsi di anni e legiferazioni, numerosi Stati arrivarono a proibire l’assunzione della mescalina, in acceso contrasto con i nativi americani ai quali, da migliaia di anni, la proprietà psicotropa del Peyote era ben conosciuta ed a loro legata nel profondo, in particolare modo nell’appartenenza al culto religioso ad essa dedicato. Difatti, dei popoli dediti all’utilizzo del Peyote nel corso dei secoli, quelli nei quali la pianta, fin dai tempi più antichi, assunse particolare importanza furono gli indigeni abitanti il continente americano prima della colonizzazione europea ed i loro attuali discendenti.
 
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Nelle Great Plains del Messico, le “grandi pianure” situate nel Nord, ad est delle Rocky Mountains, fra Stati Uniti, Canada e Messico, naturalmente ricoperte da steppe e praterie, determinate condizioni di clima e terreno permisero il germogliare sul pianeta del cactus dalla forma di rosa, il Peyote, che per gli aborigeni in questione divenne intimo mezzo attraverso il quale mirare ad una maggiore percezione della propria coscienza interiore, tentare di raggiungere canali di comunicazione sovrannaturale e donarsi benessere psicofisico nell’utilizzarne tradizionalmente come medicina.
 

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Great Plains

 
Il culto di riferimento, a tutt’oggi il più esteso fra i nativi americani canadesi, statunitensi e messicani, diffusosi nello stato dell’Oklahoma sul finire del diciannovesimo secolo, assunse il nome di peyotismo, pratica devozionale attuata dai membri della Chiesa Nativa Americana, la religione che prevede l’utilizzo della sostanza psicoattiva peyotista, nella pratica del credo, secondo credenze, comunque diversificate tra le differenti tribù, in personale rivisitazione del cristianesimo, del quale il peyotismo si ritiene una sorta di branca.

L’assunzione della sostanza funge da stimolo al condurre un’esistenza basata su valori d’amore da manifestarsi sia a livello d’ accudimento familiare che in fratellanza, protezione e sostegno del popolo natio, secondo uno stile di vita che contempli impegno nell’attività lavorativa, costante preghiera in segno di gratitudine e profonda umiltà nel vivere, in una sorta di metà strada fra la concezione esistenziale buddista e la cristiana, obiettivi per il cui raggiungimento valido apporto arriva da un’intensa attività meditativa che il Peyote aiuta a raggiungere.

Sebbene dopo la diffusione avvenuta in Oklahoma la ritualità originaria sia stata soggetta a modifiche, affrancandosi da una mera concezione edonistica, d’estremo fascino rimane l’intero cerimoniale, per il quale è previsto l’inizio nella serata di sabato, alle ore 20.00, con svolgimento nell’arco dell’intera durata notturna, fino alla colazione del mattino successivo,

All’assunzione di Peyote, che si presta esclusivamente ad essere mangiato od eventualmente sorseggiato in infusione, ma non fumato, s’affiancano canti e preghiere, con rituali contemplativi in cui l’acqua diviene protagonista ed in accompagnamento a strumenti quali tamburi, bastoni di legno, ventagli di piume, collane di fagioli e bottoni di mescal, strumenti atti a fumare, sonagli di zucca, fischietti in osso d’aquila, frecce e altro; il forte senso comunitario degli aderenti al peyotismo, li porta a credere che la condivisione nell’ingerire parti di cactus e nel conseguente abbandonarsi a liberi stati d’ipnotica incoscienza, possa favorire l’interazione con se stessi, con i compagni e con Dio, di conseguenza tramutando il beneficio ricevuto sulla quotidianità delle azioni, nel tentativo di non deragliare dalla retta via, consapevolezza che taluni maturarono a seguito di negative e devastanti esperienze familiari provocate da abusi di droghe o sostanze alcoliche.
 
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L’accesso a stati d’incoscienza fu il motivo alla base per cui il peyotismo fu duramente combattuto sia a livello legislativo che da parte delle autorità cristiane, che vedevano negli effetti della pianta un diabolico aggancio a forze oscure, oltre che a ritenere la religione peyotista in pericolosa antitesi ai tentativi di conversione, che sottoposero i nativi americani a costanti prevaricazioni e deleterie misure repressive, sebbene l’atavico sapere degli stessi a riguardo li rendesse abili consumatori di Peyote anche a livello terapeutico.

La pianta veniva infatti applicata come curativa su abrasioni e ferite di vario genere, masticata con funzione ricostituente, antinfiammatoria, antibiotica, antipiretica, analgesica, saziante ed in aiuto alle doglie del parto, facendo della stessa una compagna di vita ad ampio spettro, salutare a mente, spirito e carne.

Oh, Grande Spirito, la cui voce ascolto nel vento, il cui respiro dà vita a tutte le cose. Ascoltami; io ho bisogno della tua forza e della tua saggezza, lasciami camminare nella bellezza, e fa che i miei occhi sempre guardino il rosso e purpureo tramonto. Fa che le mie mani rispettino la natura in ogni sua forma e che le mie orecchie rapidamente ascoltino la tua voce. Fa che sia saggio e che possa capire le cose che hai pensato per il mio popolo. Aiutami a rimanere calmo e forte di fronte a tutti quelli che verranno contro di me. Lasciami imparare le lezioni che hai nascosto in ogni foglia ed in ogni roccia. Aiutami a trovare azioni e pensieri puri per poter aiutare gli altri. Aiutami a trovare la compassione senza la opprimente contemplazione di me stesso. Io cerco la forza, non per essere più grande del mio fratello, ma per combattere il mio più grande nemico: Me stesso. Fammi sempre essere pronto a venire da te con mani pulite e sguardo alto. Così quando la vita appassisce, come appassisce il tramonto, il mio spirito possa venire a te senza vergogna.
Preghiera Lakota

 

Anche gli animali si drogano

A beneficiare della beata leggerezza di stati d’incoscienza sono anche diverse specie animali che, tramite assunzione di Peyote o altro, manifestano i classici atteggiamenti derivanti all’assunzione di sostanze psicotrope.

Ad apprezzare i narcotici effetti vegetali sono le renne della Siberia, al pari delle volpi amanti del fungo Amanita muscaria, il classico dal corvino cappello a candidi pois, portatore alle stesse d’estatico stordimento durante il quale son solite contorcer il capo in continuazione; poi gorilla, scimpanzé e babbuini, questi ultimi amanti del frutto rosso di una pianta appartenente alla famiglia delle Cycadaceae, che provoca in loro effetti similari a quelli dell’alcolismo, affini allo stordimento degli orsi e degli elefanti, abili nello scovare i frutti fermentati di vari tipi di palme, sovreccitandosi nei movimenti dopo l’ingestione degli stessi, allo stesso tempo esasperando con maggiore veemenza le reazioni ad eventuali spaventi, divenendo pertanto estremamente pericolosi.
 
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In preda ad esaltate danze sembrano invece essere i canguri, abili saccheggiatori di papaveri oppiacei e le capre, golose di bacche, fagioli o fogliame, che ne provocano ininterrotti saltellamenti, medesima convulsione che s’impadronisce del corpo di cinghiali dopo aver mangiato le radici della Tabernanthe iboga, che gli stessi anelantemente scavano nelle foreste congolesi e gabonesi; la pianta dalle proprietà psichedeliche, endemica dell’Africa centro-occidentale, si fa invece pozione di coraggio negli armadilli, che ne assumono prima d’affrontare il rivale in combattimento.
 
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La Nepeta cataria, anche detta “erba gatta o gattaia”, differente dall’omonima graminacea, è piccola pianta erbacea, perenne, il cui aroma seduce l’intero universo felino con i suoi effetti eccitanti, oltre che antimicrobici, anche a livello sessuale per azione del neopelattatone, sostanza molto simile agli stessi feromoni, le sostanze endocrine la cui emissione, da parte delle ghiandole esocrine, è deputata all’invio di segnali fra esemplari della medesima specie; a cibarsi invece della corteccia d’una vite selvatica, anch’essa allucinogena, sono i lontani parenti giaguari, che ne assumono ad ulteriore beneficio lassativo e contrastante i parassiti, azione insetticida che i lemuri del Madagascar, come le scimmie cappuccino sudamericane, ottengono invece cibandosi di millepiedi, assimilandone la sostanza narcotica dagli stessi essudata.
 

 
A confondere il volo di alcuni uccelli migratori sono invece le bacche di toyon (Heteromeles Arbutifoloia), agrifoglio californiano che ne offusca le capacità orientative rendendo gli stormi confusi ed agitati; di ali in ali, da volatili ad insetti, quelle di api, bombi o farfalle le conducono verso la dolcezza delle sostanze tipiche dei frutti fermentati oppure diverse specie d’orchidee il cui nettare contiene alcaloidi inebrianti.

Fra terra e cielo, nell’onde marine i delfini assumono, in quantità non letali, ma stupefacenti, il veleno che il pesce palla secerne quando acchiappato dallo stesso, mentre ad esser soggetti a locoismo, denominazione scientifica deputata ad indicare la tossicodipendenza animale da alcune tipologie di piante selvatiche ad effetti psicoattivi, per la maggior parte leguminose, ma non solo, definite “locoweed” (erbe pazze), sono soprattutto equini, bovini, suini, conigli, muli, antilopi e galline.
 
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Durante il fenomeno che si verifica prevalentemente durante il pascolo, l’animale che, dopo aver ingerito una determinata pianta, ne sperimenti l’inebriante stato di benessere conseguente, diviene esperto riconoscitore della stessa, che gradualmente inizia a prediligere alle altre, con crescente assuefazione e trasmissione degli effetti, oltre che dell’attitudine alla ricerca, ai cuccioli che siano in fase d’allattamento da madri consumatrici o che semplicemente ne emulino i comportamenti.

Curioso evento che passò alla storia come epidemico, avvenne nel 1883 in Kansas, quando più di 20.000 mucche rifiutarono il consueto mangime, in smanioso tentativo d’individuare l’erba in questione che, a sua volta, complice probabilmente lo spargerne i semi da parte del bestiame, proliferava in maniera infestante.
 
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A seconda della sostanza ingerita, le conseguenze spaziano dall’euforia all’aggressività, dalla frenesia alla pigrizia, dall’ebbrezza all’isolamento, con deperimenti fisici che possono limitarsi al dimagrimento, fino a condurre alla morte nei casi più seri, quanto d’altronde accade agli esseri umani, ai quali si avvicinano per caratteristiche simili come ansia, ipertensione, comportamento sociale e soprattutto dipendenza da abuso di alcol, i cercopitechi verdi dei Caraibi, i quali con l’arrivo delle piantagioni di canna da zucchero nel loro habitat, scoprirono nella fermentazione delle stesse, irresistibile passione alcolica arrivando persino a sottrarre bevande ai turisti. Tuttavia, il record d’accanito bevitore spetta ad una piccola creatura che sta in palmo di mano, la tupaia dalla coda a piuma che, approvvigionandosi di nettare alcolico da una palma, riesce quotidianamente ad ingurgitare l’equivalenza alcolica di nove birre.
 
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Gli effetti allucinogeni, ricercati dagli animali in maniera istintiva, dagli umani con maggior consapevolezza, da sempre conducono coscienza e fisico in esperienze sensoriali che, nel caso del Peyote, in intimo legame ai nativi americani, e non solo, della loro anima sono stati il veicolo attraverso cui intraprendere alternativi tragitti alla ricerca di lontane verità da far proprie, tramite visioni, e ricondurre alle attitudini comportamentali del vivere concreto.

Quando la terra fu creata con tutti gli esseri viventi l’intenzione del Creatore non era di renderla vivibile solamente agli uomini. Siamo stati messi al mondo assieme ai nostri fratelli e sorelle. Quelli che hanno quattro zampe, quelli che volano e quelli che nuotano. Tutte queste forme di vita, anche il più sottile filo d’erba e il più possente degli alberi, formano con noi una grande famiglia. Tutti siamo fratelli e allo stesso modo importanti su questa terra.
Haudenosaunee

 
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