Muschio, segreti di una pianta amata ed essenziale per l’ecosistema
Una lieve pioggia cade
senza rumore sul muschio,
quanti ricordi del passato
Yosa Buson
Ad annoverare nel 1879 il muschio nella divisione Bryophyta — della quale Bryopsida (McClatchie, 1897) è la classe più numerosa — fu il botanico francese Wilhelm Philippe Schimper (1808-1880), appassionato di briologia e paleobotanica, che alla specie dedicò approfondimenti nei molteplici viaggi effettuati in Europa collezionando esemplari e riferendone dettagliatamente nel trattato di sei volumi Bryologia Europea (1836-1855) — redatto in collaborazione con il collega Philipp Bruch (1781-1847) e riportante la descrizione di tutti i muschi europei noti a quei tempi — a cui, nel 1850, seguì ulteriore opera, intitolata Recherches sur les mousses anatomiques et morphologiques.
Secondo la tradizionale classificazione filogenica, le Biofrite includerebbero anche le Epatiche e le Antocerote, mentre la moderna cladistica le eleva alle relative divisioni Marchantiophyta e Anthocerotophyta. Su premessa di suddetta e più recente catalogazione, le Briofrite raggrupperebbero esclusivamente i muschi in senso stretto, benché le tre divisioni restino comunque accomunate dall’essere prive di vasi conduttori e non lignificate, pur sussistendo dissomiglianze morfologiche, ad esempio le Antocerote essendo le uniche del “trio” a vivere in simbiosi con alcuni funghi e cianobatteri, oltre all’aver sviluppato stomi per gli scambi gassosi.
Secondo le teorie scientifiche più accreditate, le Biofrite s’evolvettero da determinate alghe durante il Paleozoico e beneficiando di luce, aria, sali minerali, nel corso di milioni d’anni si diffusero a livello planetario — ad eccezione delle acque salate — prediligendo luoghi fortemente umidi, nonché adeguandosi, attraverso capacità adattive poichiloidriche, persino in zone aride o tropicali, trovando soluzione nel mutarsi e distribuirsi in aree ombreggiate affinché l’acqua, basilare per la loro sopravvivenza, evapori in misura minore oppure attecchendo in punti con microclimi ideali alla crescita, scovati in fenditure rocciose o cortecce, nella meraviglia di un viaggio a cavallo d’ere geologiche, tutt’altro che giunto a termine.





I muschi sono altamente diversificati nonostante la carenza di un’organizzazione tissutale complessa, seppur caratterizzati da un primo abbozzo organico rispetto alle alghe, ma appena accennato se paragonato a quello di piante superiori quali Pteridofite, Angiosperme e Gimnosperme, riunite al sottoregno Tracheophyta e viceversa provviste di veri organi, tessuti vascolari, lignificazione, dunque fornite di radici propriamente dette, fogliame o tronchi dalle ramificate fronde.
Contrariamente, i muschi non posseggono vascolarizzazione, la struttura vegetativa mancando infatti sia di un’organizzazione altamente specializzata che di lignina, pertanto l’altezza generalmente mantenendosi inferiore alla decina di centimetri e l’espansione manifestandosi con una successione di “cuscinetti” dal corpo vegetativo tallo-cormoide — più foglioso e meno appiattito rispetto ad Epatiche e Antocerote — nell’interezza del quale il trasporto idrico si verifica per capillarità e l’accumulo di soluti si attua per mezzo d’osmosi; a compensare l’assenza d’un vero impianto radicale, svolgendo funzione di ancoraggio al suolo, sono i rizoidi, dai quali si erge l’asse caulidio, dotato di scanalature con organuli che trattengono i liquidi e comunemente appellato “fusticino”, da cui nascono minuscole e verdi propaggini, dette “foglioline”.
Il ciclo biologico dei muschi è di particolare interesse botanico perché testimone dei cambiamenti che ne permisero il sequenziale passaggio dalla vita acquatica alle terre emerse: sono piante semplici che si differenziano da quelle complessesostanzialmente per la riproduzione che non si concretizza mediante semi, ma tramite spore, secondo un’alternanza di generazioni sporofitiche diploidi — ovvero con nuclei cellulari corredati di due copie per ognuno dei cromosomi del patrimonio genetico originario — e gametofitiche aploidi, con unico set cromosomico.





I fusticini del muschio sono gametofiti aploidi perché ospitanti, separatamente, i gameti maschili — gli sporozoidi — e quelli femminili — le oosfere — rispettivamente contenuti nei gametangi anteridio e archegonio. L’archegonio ha forma allungata e con una sorta di “ventre” alla base, dov’è situata e protetta una sola oosfera: per avvicinarla e fecondarla, gli sporozoidi — presenti in gran quantità nell’anteridio e necessitanti d’almeno un velo d’acqua per muoversi — nuotano avvalendosi di due lunghe e sottili appendici apicali, i flagelli; a fecondazione avvenuta, dall’unione dei due gameti s’origina, per mitosi, uno zigote che rimane nell’archegonio a da cui si genererà uno sporofito diploide.
Lo sporofito s’innalza su un peduncolo, o seta, agganciato al gametofito con un “piede” e sulla cui sommità vi è una capsula, o sporangio, chiusa da un opercolo: al suo interno vengono prodotte, per meiosi, delle spore aploidi le quali, una volta rilasciate, saranno trasportate dal vento o dalla fauna e, dopo aver trovato le condizioni ottimali, germineranno in filamenti filiformi — i protonemi — che gemmeranno a loro volta nuovi gametofiti.
Tipicità delle Biofrite è che le generazioni gametofitiche sono sessuate — perché protagoniste della fusione tra gameti maschili e femminili — e dominanti, dacché lo sporofito dipende in sostentamento dal gametofito, all’opposto autonomo nel nutrirsi; all’inverso, le generazioni sporofitiche sono asessuate, in quanto consecutive al processo fecondante. Tuttavia, nei casi in cui dal gametofito si stacchino dei brandelli, le piantine che eventualmente ne nasceranno, saranno identiche allo stesso, ma frutto di generazione vegetativa — ossia non sessuata — per mancato coinvolgimento di cellule sessuali nel riprodursi.

©Fabiocarboni
I muschi non sono da erroneamente confondersi né con il cosiddetto marino o irlandese «Chondrus crispus» e «Gigartina mamillosa», (divisione Rhodophyta), in realtà trattandosi di alghe rosse endemiche delle acque temperate atlantiche e dalle quali si ottiene carragenina per uso alimentare e industriale; né col muschio bianco, essendo quest’ultimo un aromatizzante oggi creato sinteticamente per emulare il profumo del cervo muschiato, «Moschus moschiferus», in natura secreto dalle ghiandole odorifere durante l’accoppiamento e per secoli estratto dall’animale stesso, mattanza sospesa per ovvi motivi etici, sebben in alcuni paesi orientali non totalmente abbandonata; tantomeno con il muschio quercino «Evernia prunastri», un lichene fruticoso che vive principalmente su querce o conifere.
Delle migliaia di specie di Biofrite esistenti, la Tortula muralis — soprannominata muschio a vite per gli apici fogliari appuntiti e arrotondati — è elegante, resistente pianticella sparsa in tutto il mondo e fra quelle con facilità adombranti i contesti urbani; al pari di tutti i muschi è fedele bioindicatore dell’inquinamento atmosferico a lungo termine, potendosi valutare la qualità dell’aria con analisi dell’acqua da lei assorbita, opportunità che in ambito cittadino assume una valenza ancor più significativa, frattanto essa donandosi in meravigliose immagini, pienamente visibili nei dettagli se osservate ingrandendole, di sporofiti sui quali gocce d’acqua restano delicatamente sospese, in giochi di luce solare da incanto.





Amante dei corsi d’acqua è la Rosulabryum capillare, dai cui morbidi cuscini sbucano dei piccoli ciuffi, con foglie che s’increspano in caso di secchezza, per tornare ad estendersi al primo tocco d’umidità. Nella grotta Cristal Cave, nel Wisconsin, la Rosulabryum capillare riesce a vivere di luce artificiale, abilità parimenti innata alla Funaria hygrometrica, presente nella Niagara cave, Minnesota, e nota come muschio dei falò per la tendenza ad inoltre colonizzare terreni offesi da incendi.

©James St. John, cc by 2.0

©Tisius Syracuse, cc by-sa 4.0

La Dawsonia superba è invece il muschio che abbellisce le foreste umide o nebulose di Australia, Nuova Zelanda, Malesia e Nuova Guinea, detenendo il primato di grandezza — condiviso con la Dawsonia longifolia — nell’ergersi fino ad una sessantina di centimetri, presumibilmente in virtù di foglie ricoperte da un lieve strato ceroso, contrastante la
disidratazione e con lamelle che ne ampliano la superficie fotosintetica.
I muschi assorbono anidride carbonica, stabilizzano i suoli e ne moderano l’erosione ricoprendoli, fornendo loro l’acqua piovana assorbita, arricchendo i substrati di humus e predisponendoli a favore di piante più evolute, delle quali capita che trattengano su di sé i semi, garantendone l’umidità essenziale alla germinazione.
Nutrienti e cospicua ritenzione idrica sono abbondantemente insiti al genere Sphagnum, le cui circa 300 specie genericamente note in qualità di “muschi della torba”, dimoranti appunto in torbiere o sfagnere e parecchio utilizzati nella coltivazione domestica, per la ricchezza organica che li contraddistingue.


Di soprannomi proseguendo ad elencare, muschio stellare è usuale definizione della Syntrichia ruralis per la conformazione radiale delle foglie; muschio d’acqua della Fontinalis antipyretica, specie acquatica sommersa, dagli ampi ciuffi alberganti la fregola dei pesci e offrente riparo per più invertebrati; muschio di Singapore designa la Vesicularia dubyana, uno fra i muschi più adoperati negli acquari; muschio islandese oppure canuto di roccia o frangiato lanoso, sono termini indicanti il Racomitrium lanuginosum, per l’aspetto irsuto che, al seccarsi, assumono le lunghe, lanceolate e acuminate foglie.
Alternativamente chiamato muschio per tappeti è il genere Hypnum — distinguibile per le foglie falciate e la tendenza ad espandersi in fitte distese — distribuito in tutto il Pianeta, tranne che nell’Antartide, continente sotto la cui copertura glaciale, precisamente al Polo Sud, sono di recente state rinvenute tre specie di muschi, Andreaea depressinervis, Andreaea gainii e Sanionia uncinata, latenti da otto centenni e “riattivati” in camere di coltura appositamente predisposte all’Università degli studi dell’Insubria di Varese — dov’è docente di botanica sistematica la professoressa Nicoletta Cannone, autrice del ritrovamento — restituendo importanti informazioni paleoclimatiche sulla Penisola Antartica di quel periodo e per l’ennesima volta le Biofrite affermandosi inconsapevoli paladine della biodiversità, in riservata e tenace resilienza.
Nell’ottica ecosostenibile, muschi ed epatiche saranno al centro del Bryomolecules, progetto europeo finalizzato a ricerche genetiche, volte al futuro utilizzo «di un’ampia gamma di composti biologicamente attivi, con un alto potenziale per il settore della bioeconomia, come ingredienti di cosmetici/cosmeceutici e prodotti farmaceutici», vagliandone proprietà sulle quali v’è ancora molto da scoprire.
Uno studio pubblicato su Polar Biology, ha provato a spiegare il misterioso e bizzarro movimento effettuato dai Topi del ghiacciaio, colonie di palline appartenenti a svariate specie di muschio ed effettuanti spostamenti “in branco” di due centimetri e mezzo al giorno, fenomeno per la prima volta osservato e descritto nel 1950 dal meteorologo islandese Jón Pétur Eyþórsson (1895–1968) e suscitante comprensibile ed incuriosito stupore.

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Monti, foreste, ghiaioni, rupi, vallette nivali, sorgenti, alberi ed ogni spazio in cui la Natura s’allarghi in materno abbraccio e lauta accoglienza, sono per i muschi occasione di posa e germoglio in ricorrente divenire e variegato splendore, inconsapevolmente manifestato tra estroversione e riservatezza, in un fluire d’opposti fra l’essere e l’apparire, silente nel mostrarsi agli sguardi e musico nel colmarli di contemplante melodia.
A proprio agio in angoli, cantucci e crepe, adornati di pura, verdeggiante, screziata e rigogliosa bellezza, le Biofrite evocano eternità, costanza, energia, versatilità, pazienza ed il loro aroma, atavico e terroso, ne richiama l’imprescindibile legame con il bosco e le sue creature mitologiche quali gnomi, elfi, folletti e leggenda vuole che la tessitura delle diverse specie sia opera di bellissime fate del muschio che ne ricamano sfumature con un filo verde e la cui vita indissolubilmente intrecciata all’albero su cui risiedono.





Nel diffondersi su fusti o rami, i muschi sono innocui perché non parassiti, ma ne usufruiscono soltanto come sostegno, aggrappandovici con la delicatezza di rizoidi quasi carezzevoli; simultaneamente perseverando in arcaico esistere nelle profondità di acque dolci, si stabilizzano in qualsiasi area congeniale al proliferare, avvolgendola di un vellutato manto che custodisce in sé l’energia primordiale di genesi e rinascita, le Biofrite essendo a tale proposito considerate specie pioniera, poiché in grado d’impiantarsi per prime in suoli di nuova costituzione, susseguenti a smottamenti, eruzioni, sedimenti sabbiosi d’origine eolica o riportando parvenza di vita in territori danneggiati dalle fiamme e ciò grazie alle peculiari strategie d’adattamento che ne favorirono, epoca su epoca, la conquista d’un areale cosmopolita mediante la propensa interazione con ogni substrato e connaturate relazioni ecologiche tuttora oggetto di svariati approfondimenti scientifici, mirati al comprenderne l’affascinante storia evolutiva e trarne informazioni utili alla preservazione degli ecosistemi ed alla dovuta salvaguardia dell’antica e preziosa specie.

©Matthew T. Rader, cc by-sa 4.0, (dettaglio)
I muschi sono figli del tempo,
del tempo e dell’ombra,
poiché sono collegati al riposo e al sogno.
[…]
Nebbia e rugiada bastano a rianimali,
di modo che essi
sembrano sfuggire
al ciclo normale del vivente.
Veronique Brindeau, Elogio del muschio









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