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Mirra, segreti di una pianta apprezzata sin dall’alba dei tempi

L’amato mio è per me un sacchetto di mirra, passa la notte fra i miei seni.
Cantico dei Cantici, 1.13

Nel 1797, il medico, chimico e botanico inglese Nikolaus Joseph von Jacquin (1727-1817) classificò al genere Commiphora, alberi e arbusti autoctoni di Africa — ad eccezione del Maghreb se non per la Mauritania — penisola araba, subcontinente indiano e Sudamerica centro-orientale, appartenenti alla famiglia Burseraceae, piante, la maggioranza delle quali, offrenti resine da cui derivano essenze, incensi, balsami, e nella moltitudine di tali pregevoli sorgenti, la mirra, miscela liposolubile principalmente estratta dalla Commiphora myrrha, specie catalogata nel 1833 dal tassonomista tedesco Heinrich Gustav Adolf Engler (1844-1930), egli parzialmente variando la precedente nomenclatura binomiale in Balsamodendrum myrrha, nel 1828 coniata dal collega e connazionale, Theodor Friedrich Ludwig Nees von Esenbeck (1787-1837).
 

Le preziose e molteplici virtù della Mirra, pianta ampiamente impiegata già presso gli antichi Egizi e più volte menzionata nelle Sacre Scritture, Genesi, Esodo, Vangeli e in particolare, tra i doni dai re Magi recati all'infante Gesù. • TerzoPianeta.info • https://terzopianeta.info
Jacob Adam (1748-1811), Nikolaus Joseph von Jacquin, incisione su rame, 1784

 
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Heinrich Gustav Adolf Engler, 1914

 
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Franz Eugen Köhler (1805-1872), Köhlers Medizinal-Pflanzen, Band II, plate 185, 1889: A: Fronda; B: Estremità di ramo con frutto; 1: Foglia; 2 e 3: Fiore maschile femminile di Balsamodendrum ehrenbergianum, secondo classificazione di Ernst von Berg (1782-1855) 4 e 5: frutto.


 
La longeva Commiphora myrrha — presente anche sotto forma d’arbusto — è costituita da un tronco resistente, massiccio e nodoso, di tonalità grigio-argentea; raggiunge un’altezza massima di quattro metri e dai rami più lunghi, fitti e bitorzoluti, s’estendono brevi fronde spinate, sulle quali da un corto peduncolo si sviluppano radi ciuffi di foglie — ellittiche, lanceolate o spatolate — tinte d’un verde brillante, con robusta nervatura centrale e nel cui angolo superiore (ascella fogliare) si dispongono le infiorescenze, simili a minuscole pannocchie di sfumatura rosacea altrimenti tendente all’arancio.

La corolla è formata da quattro petali, otto stami e un ovario, dal quale s’originano tondeggianti frutti purpurei, carnosi ed elegantemente decorativi; i fiori sbocciano successivamente alla stagione delle piogge e l’espansa chioma — di struttura asimmetrica e irregolare — ne resta adornata per un paio di mesi, nel restante periodo l’albero assumendo una parvenza spoglia e riarsa.
 
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Lentamente e in maniera spontanea, dalle fessure della corteccia viene secreta la succitata mirra, giallognola linfa dall’odore penetrante e fortemente balsamico, solidificantesi al contatto con l’aria e che, una volta seccata, assume colorazione grigiastra o giallo-bruna; la portentosa e aromatica oleoresina gommosa viene ampiamente utilizzata in ambito erboristico e officinale, grazie alle proprietà terapeutiche in dote, dovute all’effetto di costituenti chimici, tra i quali:
• steroli, composti in grado d’intervenire sul metabolismo del colesterolo, con derivata protezione dell’apparato cardiovascolare;
• polisaccaridi, sazianti, prebiotici e anticatabolici;
sesquiterpeni, antinfiammatori, battericidi, antiallergici e antispasmodici;

Cicatrizzante, astringente, antimicrobica, espettorante, carminativa, purificante, la mirra apporta — ovviamente assunta previo consulto medico  — vari benefici: svariate sono le preparazioni suggerite, ad esempio estratti idroalcolici, dentifrici, colluttori, prodotti per l’igiene personale, cosmetici e profumi, sia per il corpo che per gli ambienti, in quest’ultimo caso la fragranza fungendo da repellente nei confronti di ditteri.
 
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L’olio essenziale è un toccasana per l’epidermide sensibile, ideale panacea in caso di lievi ferite, contusioni, smagliature e rasserenante degli stati d’animo qualora effuso nell’aria, sia da solo che in associazione ad altri oli, miscelandolo a quello della lavanda spica (Lavandula angustifolia) — nell’intento di potenziarne l’effetto calmante — oppure d’alloro (Laurus nobilis) per un’azione igienizzante; la tintura risulta essere valido antisettico delle pelli acneiche e, diluita, contribuisce a lenire gengiviti, afte, stomatiti o generali infiammazioni del cavo orofarinfeo.
 

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Olio di mirra

 
In ambito culinario — purché in quantità parsimoniose, dato il gusto amarognolo e pungente che rischierebbe di prevalere sugli alimenti — la mirra si può adoperare polverizzandola per aromatizzare maiale, selvaggina o comunque carni dal sapore deciso — perlomeno non troppo delicato — in alternativa mescolandola a salse accompagnatorie o di fondo; voltando dal salato al dolce, candidato primo all’abbinamento è il cioccolato fondente, mentre nel campo delle bevande, dell’ambrata gommoresina usufruiscono mastri birrai in diverse parti del mondo, annoverandola a sperimentale ingrediente di peculiari birre.

Con le dovute accortezze è possibile destreggiarsi nella coltivazione della Commiphora myrrha, ciò presupponendo competenza nella scelta d’un terreno drenante nel quale metterla a dimora, scavandole una buca profonda — al minimo trenta centimetri e larga sessanta — preventivamente ricoperta con uno strato di sabbia grossolana, per evitare ristagni e preservarne l’impianto radicale; di fondamentale importanza è il mantenimento di temperature che non scendano in al di sotto dei 7/8 gradi, proteggendola dal vento, garantendole abbondante luce solare e irrigandola in maniera non eccessiva e graduale, vale a dire nei mesi estivi quando appare asciutta, diminuendo annaffiature in autunno e sospendendole nella stagione invernale, avendo cura di nutrirla nel periodo vegetativo, con del concime arricchito da fosforo, vantaggioso alle radici, azoto, salutare al fogliame, nonché potassio, giovevole a fiori e frutti.

La raccolta della mirra potrà avvenire dal terzo o quarto anno di vita e per velocizzarne il naturale processo di fuoriuscita, basterà incidere la corteccia per poco meno di tre centimetri, lasciandola poi seccare sul fusto per un paio di settimane, dopodiché staccandola con un coltello o una spatola e riponendola in vasi di vetro per la conservazione.

L’etimologia del termine latino myrrha rimanda al vocabolo greco σμύρνα, a sua volta derivato dall’ebraico מוֹר, con comune denominatore nel significato di «amaro»; nella mitologia ellenica Mirra è il nome della figlia di Ciniro — re di Cipro — trasformata nell’omonima pianta nella leggenda divenuta celebre a merito di Publio Ovidio Nasone (43 a.C. – 17/18), il poeta narrandola nelle Metamorfosi — dove la mirra è tuttavia menzionata ed esaltata anche in diverse e più circostanze; storia in seguito ispirando Vittorio Alfieri (1749-1803), Mary Shelley (1797-1851) e citata fu nella Divina Commedia per immaginaria voce dell’alchimista Griffolino d’Arezzo — Fraudolento relegato tra i Falsari della decima Bolgia — in risposta a quesito postogli da un Dante Alighieri (1265-1321) sbalordito, dopo aver osservato due anime correre in preda a furia, mordendo con estrema efferatezza gli altri dannati.

E l’Aretin che rimase, tremando
mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,
e va rabbioso altrui così conciando».
«Oh», diss’io lui, «se l’altro non ti ficchi
li denti a dosso, non ti sia fatica
a dir chi è, pria che di qui si spicchi».
Ed elli a me: «Quell’è l’anima antica
di Mirra scellerata che divenne
al padre, fuor del dritto amore, amica».
Inferno, Canto XXX, vv.31-39

Sei Canti addietro — e sempre riagganciandosi all’epico componimento ovidiano — il Sommo Poeta accenna alla mirra in qualità di pianta le cui foglie, intrecciate a quelle del nardo (Nardostachys jatamansi), avvolgono la Fenice, morente tra le fiamme:

Così per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,
Quando al cinquecentesimo anno appressa;
erba né biado in sua vita non pasce,
ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,
e nardo e mirra son l’ultime fasce.
Inferno, Canto XXIV, vv.103-108

 

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Gustave Doré (1832-1883), La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri
a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889

 
Usata come medicamento da almeno tre millenni, nel passato la mirra è stata imprescindibile protagonista di rituali religiosi e funerari, in primis dagli Antichi Egizi impiegata tanto come componente del Kyphi — fragranza composta da più di sessanta sostanze e reputata agevolante la vita amorosa del faraone — quanto profumante tecnica d’imbalsamazione, ritenendosi che aromi e unguenti purificassero l’anima del defunto, preparandola all’incontro con il Divino.
Similmente, nella Bibbia la mirra è elemento dell’Olio Santo, ma altresì intenso effluvio menzionato sette volte nel Cantico dei Cantici, testo d’otto capitoli dell’Antico Testamento, sprigionante elevato lirismo poetico attraverso un romantico dialogo fra il terzo re d’Israele, Salomone (1011-931) — ritenuto autore del libro — e la misteriosa fanciulla Sulamita.

Sono venuto nel mio giardino, sorella mia, mia sposa, e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo; mangio il mio favo e il mio miele, bevo il mio vino e il mio latte. Mangiate, amici, bevete; inebriatevi d’amore.
Cantico dei Cantici, 5.1

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Sebastiano Conca (1680-1764), Ritratto di re Salomone, con il Tempio e il Cantico dei Cantici

 
Ad esser rimembrati per antonomasia in associazione alla mirra sono i Re Magi, pazientemente in viaggio a bordo di dromedari per giungere, nel giorno dell’Epifania, al cospetto di Gesù e donarla insieme ad oro e incenso; menzione presente nel solo Vangelo, dei canonici, di Matteo (4/2- 70/74) — secondo capitolo — tuttavia non specificando con dovizia di particolari da dove provenissero o se fossero tre, ipotesi di tale cifra venendo suggerita dalla corrispondenza dei doni portati e nei secoli trovando dichiarata conferma nella tradizione cristiana; ogni paese e relativa cultura, ad essi quantunque riferendosi, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre restando per i cristiani europei.
 
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Cristalli di resina

 
L’Excerpta Latina Barbari (527-539 d.C.) è raccolta tra le fonti più antiche a dare notizia dei tre nomi suddetti, presenti con varianti anche nell’apocrifo Vangelo armeno dell’infanzia, fra le cui pagine i Magi sono i fratelli Melkon, re di Persia, Blalthsaar, re dell’India e Gaspar, re dell’Arabia, benché non vi sia certezza fossero effettivamente regnanti, difatti vocabolo “Magio” all’epoca connotando personalità savie ed erudite, inoltre parecchi storici contemporanei convergendo sull’idea — scaturita dalle documentazioni analizzate — che siano stati sacerdoti dello Zoroastrismo.

Innumerevoli sono le supposizioni remote, correnti e probabilmente future in relazione all’affascinante mistero alleggiante attorno ai Re Magi, centennio su centennio alternandosi versioni su gesta, ruolo, provenienza etnica e sembianze, ma non sul loro votato incedere verso il Re dei Re, in pura brama di venerazione:

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo.
Matteo, 2, 1-2

 

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James Tissot (1836-1902), Les rois mages en Voyage, 1886/94

 
Il primo a dipingere sulla Natività, la stella che si dice li abbia guidati a Betlemme, fu Giotto di Bondone (1267 circa – 1337), nell’affresco Adorazione dei Magi, ubicato nella Cappella degli Scrovegni di Padova e databile al 1303/1305, a nemmen un quinquennio di distanza dal momento in cui s’ipotizza che il pittore e architetto vicchiese abbia assistito al passaggio — avvenuto nel 1301 — della Cometa di Halley, riproponendone realistica raffigurazione, ammesso e non concesso che fargli da guida non siano siano semplicemente state le parole del Vangelo di Matteo.
 
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Giotto di Bondone (ca.1267-1337), Adorazione dei Magi, ca.1304
Cappella degli Scrovegni, Padova

 
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Hieronymus Bosch (1450-1516), Epifania, 1485:1500, trittico al cui centro Baldassarre recante una sorta di pisside contenente la mirra

 
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Invero, un approccio scientifico alla questione sosterrebbe che a far da guida ai Re Magi non possa esser stata una stella, bensì un eccezionale e rarissimo allineamento planetario — originariamente teorizzato da Keplero (1571-1630) e ripreso da più studiosi — ben descritto in un’approfondita analisi ad opera di Grant Mathews, direttore del Centro d’Astrofisica dell’University of Notre Dame, ateneo al cui interno, nel 2016, lo scienziato ha esposto le proprie conclusioni in una conferenza: intersecando dati biblici, storici, astronomici ed avvalendosi delle leggi in capo alla fisica, egli asserisce che nell’evento succitato — risalente al 6 a.C. e mai ripetutosi — il Sole, Giove, la Luna e Saturno si trovassero nella costellazione dell’Ariete, Venere in quella dei Pesci e, dall’altro capo del cielo, Marte e Mercurio nel Toro, congiunzione dall’elevato valore simbolico che ad astrologi quanto ai Magi non poteva verosimilmente sfuggire sfuggita, bensì orientandoli verso destinazione, devota marcia allegoricamente rinnovandosi annualmente nel Presepe: Gaspare, il più giovane, trasporta incenso; Melchiorre, l’anziano del gruppo, conserva nel proprio scrigno dell’oro; infine Baldassarre — per aspetto soprannominato il Moro — è colui che detiene, per l’appunto, la mirra; regali — forse spiritualmente rappresentativi la Santissima Trinità — ai quali sono stati attribuiti numerosi significati secondo interpretazioni; parrebbe oltretutto esserci stato un quarto re magio e una meravigliosa leggenda che l’accompagna, la più celebre raccontata in un libro, dal presbiteriano, scrittore, poeta e insegnante statunitense, Henry van Dyke (1852-1933): appreso da segni celesti della nascita di Gesù, Artaban si dirige verso Betlemme, come regalo portando con sé una perla, un rubino e uno zaffiro; il suo tragitto durerà trentatré anni, nel corso dei quali le tre pietre preziose gli serviranno per compiere atti di carità nel soccorrere ogni bisognoso incontrato da Babilonia a Gerusalemme, città ove giunge anziano e spossato, con lancinante afflizione apprendendo esser imminente barbara Crocifissione e nell’istante estremo del Salvatore — scatenarsi di potente sisma, preceduto da eclissi — da caduta d’una pietra rimanendo colpito.

Al concludersi della propria parabola, Artaban, fu pervaso dal mordente dubbio di nulla aver mai compiuto e dato al Figlio di Dio, al che l’Altissimo, udendo afflizione in cuore, al contrario magnanimo e costantemente rivolto al prossimo, timore fugò: «In verità ti dico, che tutto quello che hai fatto per l’ultimo dei miei fratelli, tu lo hai fatto per me», concedendo all’umile e nobile pellegrino, appagante e grata Pace interiore, egli così potendo raggiungere e bearsi del fulgore del tanto amato e cercato Cristo, a Lui abnegandosi.
 

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John Richard Flanagan (1895-1964), Illustrazione per The Story of the Other Wise Man di Henry van Dyke, 1920

 
In immaginario parallelo, similmente la Commiphora myrrha stilla parte di sé, goccia su goccia, consacrandosi alle mani dell’umanità, in venerando e vivifico interagire.

Non ho come i  Magi,
dipinti sulle immagini,
dell’oro da recarti.

Dammi la tua povertà.

Non ho neppure, Signore,
la mirra dal buon profumo,
né incenso in tuo onore.

Figlio mio, dammi il tuo cuore.
Francis Jammes, Epifania

 
 
 
 

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