Lince: universo di un astuto e schivo predatore

 

I docenti insegnano quanto loro e altri conoscono. I maestri della foresta — orsi, lupi, linci, castori, volatili, fiori e alberi — rivelano come vivere, amare e crescere.
Frederic M. Perrin

 
Saggista, traduttore e, coerentemente alla formazione in medicina conseguita all’Università di Edimburgo, chirurgo presso l’Ospedale dei Trovatelli della capitale scozzese, Robert Kerr (1755-1813), accreditato autore della tassonomia di numerose specie, nel 1792 pubblicò Il Regno Animale — interpretazione dei primi due dei quattro volumi costituenti l’opera, pietra miliare della nomenclatura zoologica, Systema Naturae, realizzata dal medico, botanico, naturalista, nonché padre della moderna classificazione degli organismi viventi, Carl Nilsson Linnnaeus (1707-1778) — con essa introducendo nella letteratura scientifica, il genere Lynx (termine latino traente origine dalla radice proto-indoeuropea leuk-, «luce»), nel 1817, annoverato nella famiglia Felidae e sottofamiglia Felinae, entrambe a firma dell’entomologo, anatomista e paleontologo tedesco, Johann Gotthelf Fischer von Waldheim (1771-1853).
 

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William von Moll Berczy (1748-1813), Robert Kerr, 1794

 
Anche noto come orsetto lavatore, il procione narra remote storie d’evoluzione e migrazioni, affiancando alla simpatia del suo aspetto una condotta comportamentale in assidua fede alla specie, connaturato vincolo a sua Madre Natura e indissolubile armonia biosistemica • Terzo Pianeta • https://terzopianeta
Systema Naturae, edizione del 1758

 

Lince: caratteristiche e specie

Degli appartenenti ai summenzionati gruppi, la lince, oltre a distanziarsi dai propri simili per la dentatura costituita da ventotto strutture anziché trenta, in quanto mancante d’una coppia di premolari, si distingue presentando un rotondeggiante muso incorniciato da folto pelame o “fedine” e sormontato da orecchie dalla spiccata triangolarità, alla cui sommità s’ergono ciuffi neri detti “pennacchi”; nonché robusta ed elegante corporatura caratterizzata da una coda di appena 20/25 centimetri e lunghi arti, soprattutto posteriori, conferenti all’animale peculiare andatura molleggiata ed agile anche in caso di neve e ghiaccio, in virtù di zampe, da processo evolutivo, rese particolarmente massicce ed ampie, dunque assicurandogli presa e, riducendo la possibilità di sprofondamento, una minor pressione sul terreno.
 
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Le dimensioni della lince cambiano secondo la specie, il maschio tuttavia, in base ad un dimorfismo sessuale significativamente marcato, vanta una mole superiore di circa un quarto rispetto alla femmina, mentre il manto, cangiando in risposta all’habitat d’appartenenza, essenzialmente varia in quattro tipologie mostrandosi uniforme, striato, macolato o costellato di motivi vagamente floreali ed appunto definiti “rosette”, ossia gli ocelli aventi funzione mimetica da predazione e difesa, esibiti da altri felini come leopardi e giaguari, ma altresì da rettili, pesci, volatili ed insetti, di questi ultimi con netta prevalenza sulle farfalle, comunque ogni esemplare abbigliandosi d’univoca e personale composizione decorativa.
 
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In coerenza al nome attribuitole da Kerr, la lince ha una vista segnatamente sviluppata, prerogativa che le permettere di captare con precisione qualsivoglia movimento; dote coadiuvata da altrettanto sensibili olfatto — prevalentemente utilizzato come mezzo d’interazione biologia tra individui appartenenti a medesimo habitat — e tattilità, essendo provvista nella zona naso-labiale, sopra gli occhi e sulla superficie posteriore degli arti, di vibrisse, peli di forma cilindrica ed acuminati che, collegati al sistema nervoso, costituiscono il “sesto senso” mediante il quale il felino perfettamente riesce ad orientarsi alla luce notturna, a percepire i cambiamenti nell’ambiente circostante, stato e dislocazione degli oggetti, degli organismi viventi intercettando ogni spostamento d’aria.
 
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Nonostante la summenzionata conformazione e muscolatura degli arti posteriori, favorenti alla lince compiere salti, in alternativa alla deambulazione al passo e trotto, la corsa è sfruttata nella breve distanza, presumibilmente a causa della ridotta massa cardiaca, difatti rappresentando una percentuale compresa tra il 3,5 e il 6,5 del peso corporeo totale, ragione per cui la caccia è praticata effettuando pazienti appostamenti, generalmente puntando le prede in zone di passaggio e catturandole con scatti fulminei quand’esse giungono nell’immediate vicinanze, così da limitare al minimo l’inseguimento e, una volta agguantata la malcapitata vittima, azzannandola alla gola oppure nella parte dorsale se di ridotte dimensioni, quindi nascondendola nella folta vegetazione e poi raggiungendola in media per quattro o cinque notti consecutive, cibandosi — in posizione rannicchiata o a volte sugli alberi per godere di assoluta tranquillità durante il pasto — esclusivamente delle parti muscolari e nutrendosi degli eventuali avanzi nelle giornate precedenti la seguente cattura, ma mai, tranne in caso di malattia o difficoltà fisiche dovute a invalidità, mangiando “bottini” non personalmente procurati ed essendole invisi regimi alimentari saprofagi, vale a dire consistenti in materia organica in avanzato stato di decomposizione.
 
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Gli appostamenti avvengono abitualmente al crepuscolo o all’alba e, con ovvie differenze a seconda della specie, comunemente la lince — carnivora — preferendo camosci, caprioli, piccoli ungulati, uccelli, lagomorfi, cervi, caribù e, anche se con minore frequenza, pecore e tanto altro, l’attacco al bestiame in genere risultando fortemente raro se confrontato con quello d’orsi o lupi, in ogni caso il felino in nessun caso sferrando assalto all’uomo, nemmeno quand’egli tenti d’approssimarne i cuccioli, ciò a dispetto del luogo comune che per molto tempo ha marchiato la creatura dell’etichetta di “bestia feroce”, iniqua ed errata valutazione assolutamente non corrispettiva a realtà e che purtroppo ai tempi ne causò ingenti massacri.
 
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Caratterialmente le lince è specie solitaria e tenacemente territoriale, fra un territorio e l’altro — i maschili ed i femminili sovrapponendosi — comunemente estendendosi delle delle aree neutrali al cui interno i felini transitano senza correre il rischio d’imbattersi nei conflitti che invece scaturirebbero in seguito ad invasioni dei relativi confini, marcati con scalfitture e getti urinari tramite i quali l’esemplare maschio s’assicura d’essere l’unico presente nel luogo da lui saldamente circoscritto, la sua indole eremitica scemando soltanto nella stagione riproduttiva — primariamente in essere a fine inverno — attuandosi un intenso e paziente corteggiamento della femmina, con rituali e vicendevoli avvicinamenti e dopo l’unione, spesso ripetuta fin a desiderio della dama, la coppia condivide la bellezza del conviversi per qualche giorno, la fase gestazione durando un paio di mesi dopo i quali la neomamma — dopo aver pazientemente cercato un adeguata postazione per il futuro parto e in genere individuato in caverne o cavità d’alberi — provvederà ad occuparsi completamente degli amati cuccioli, da uno ad un massimo di cinque, in media due — i piccoli iniziando a vedere dalla terza settimana — allattandoli per tre mesi, crescendoli ed allorché in adeguata età, avviandoli a pratica di caccia, la tenera prole restando al fianco materno fino alla gravidanza susseguente e comunque minimo per tutto il primo anno di vita, poco prima della venuta al mondo di nuova figliolanza partendo alla ricerca di un proprio territorio, inizialmente scelto a poca distanza dalla madre e, gradatamente, concretizzando indipendenza e trascorrendo vita di mediamente una quindicina d’anni — che si raddoppiano in caso di cattività — nella fortuna d’avere scarsi predatori naturali, fra questi principalmente puma, lupi, orsi e ghiottoni, anche chiamati “volverini”, mammiferi carnivori della famiglia dei Mustelidi.
 
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La congenita premura materna fa sì che la lince, a fini protettivi, s’adoperi per cambiare più volte il luogo individuato come primaria cuccia della propria figliolanza, in speciale modo durante le prime due settimane di cecità, dato l’essere quel periodo il più a rischio per i neonati, non di rado la mortalità arrivando a percentuali del 50% e i pericoli mantenendosi elevati fino al raggiungimento di una prima fase d’autonomia, verificantesi dai dieci mesi in avanti.
 
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Primi fossili felini risalenti a undici milioni di anni fa, ad oggi le specie riconosciute di linci — al netto delle molteplici sottospecie catalogate e ad esclusione del Caracal caracal, felide di media grandezza a lungo accomunato alla lince per somiglianza morfologica, poi annoverato nel genere Caracal e semplicemente soprannominato “lince del deserto”— sono quattro, le cui universali e primarie origini localizzate nell’emisfero boreale:

lince canadese (Lynx canadensis), catalogata nel 1792 da Kerr, diffusa in Alaska, Canada e parte settentrionale degli Stati Uniti e del Colorado, possiede un fitto e lungo pelo bruno-argenteo o bruno-giallastro d’inverno, più corto e tendente al rosso-grigiastro nel periodo estivo, comunque candido sull’addome e nero sulla parte finale della coda, le sue dimensioni all’incirca il doppio di quelle d’un gatto domestico, per un peso oscillante fra i cinque e i diciotto kg e degli artigli abbastanza corti, come le altre tre specie la dentatura essendo caratterizzata da quattro canini allungati e aguzzi, funzionali al perforamento e trattenimento della preda, la cui sensibilità permessa da funzionale innervazione e nutrimento principale essendo la lepre “scarpa da neve” (Lepus americanus), leporide lagomorfo;

lince eurasiatica — o europea — (Lynx lynx), nomenclatura binomiale del 1758, ad opera di Linnaeus, è presente nelle foreste siberiane ed europee, porta zampe dalle acuminate unghie retrattili e un mantello, maculato di nero, che varia dal giallo scuro, al bruno rossiccio al grigio intenso, come grandezza duplicando la lince canadese e mantenendo il primato di peso, che può raggiungere i ventisei kg, sebben vi siano esistiti rari esemplari di quasi 40 kg, corporatura essenziale non soltanto alla caccia di piccoli animali quali conigli, roditori, lepri, moschi, rettili, invertebrati, uccelli e volpi, bensì di mufloni, daini, caprioli, cinghiali, renne, alci e cervi;

lince iberica — o pardina — (Lynx pardinus), definizione scientifica del 1827, in capo al biologo ed ornitologo olandese Coenraad Jacob Temminck (1778-1858), è originaria, come si può dedurre dal nome, della penisola iberica ed è specie a tutt’oggi in pericolo d’estinzione. La sua pelliccia, con tipiche macchie di tenue gradazione sull’intera superficie del corpo, è di color bruno-giallastro o grigio chiaro, molto più corta rispetto a quella delle altre specie, in quanto l’ambiente in cui vive soggetto a temperature meno rigide e il suo peso è leggermente inferiore a quello della lince eurasica e in fatto d’alimentazione il cibo prediletto è rappresentato da anfibi, rettili, uccelli, e conigli selvatici e, qualora in assenza di tali prede, volgendosi ad anatre, caprioli e mufloni, per la caccia dovendosi talvolta misurare con volpi rosse, gatti selvatici e manguste (Herpestes ichneumon), sempre che gli avversari non diventino sue vittime, come non è escluso che capiti;

lince rossa — o bobcat — (Lynx rufus), classificata nel 1777 dall’entomologo e naturalista tedesco Johann Christian Daniel von Schreber (1739-1810), vive in tutto il Nordamerica, dal Canada al Messico, rassomigliando, seppure leggermente più piccola, alla lince canadese, ma avendo un manto più variopinto e tendente al bruno-grigiastro, una coda più lunga — con manicotto terminale della coda di colore bianco — all’opposto zampe e pennacchi più corti. Sono le lepri a costituirne il 90% dell’alimentazione, essa non disdegnando cervo mulo e volatili, oltre che, a seconda del territorio d’appartenenza, lucertole, serpenti, selvaggina, roditori, cervidi e piccoli animali in genere, come gatti domestici, donnole, lontre, procioni, opossum, tacchini selvatici, cani delle praterie, aironi, quaglie, antilocapre, crostacei e mufloni di Dall, a volte cervi e la corporale diversità fra le quattro specie nulla togliendo alla meraviglia del loro essere magnifici felini dall’incantevole biologia comportamentale, sussurrante la fiabesca realtà del Creato a chi se ne ponga sentitamente all’ascolto.
 

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Lynx canadensis

 
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Lynx lynx

 
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Lynx pardinus

 
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Lynx rufus

 
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Caracal

 

Si può vivere benissimo senz’anima, non c’è da scriverci una storia, è una cosa che succede molto spesso. L’unico problema è che le cose non ti vengono più incontro, quando le chiami col loro nome. Puoi essere assente dalla tua vita e ingannare tutto il mondo su questa assenza, tutto il mondo tranne gli animali, tranne gli alberi, tranne le cose.
Christian Bobin

 

La lince tra letteratura, spiritualità e volta celeste

Precedentemente al XX secolo ampiamente diffusa e in seguito tristemente decimata, la lince racchiude all’interno del suo essere un solenne simbolo, la silenziosa velocità dagli uomini relazionata ad una sorta di misticismo ramificantesi in un un doppio significato interpretato sia come superamento degli ostacoli posti a barriera dal fato che della capacità di connettersi con la propria interiorità, dalla quale temerariamente e consciamente cogliere la forza per affrontare qualsiasi intoppo del destino e interiorizzare tale totem dunque saggiamente conducendo ad analisi introspettive che rendano, a chi è in grado d’attuarle, la capacità di comprendere gli atteggiamenti altrui al di là della patina di prima manifestazione — eventualmente smascherando sull’istante ipocrisie — motivo per cui nel corso dei secoli il felino è quasi sempre stato oggetto di pura devozione, tranne in rarissimi casi nei quali popoli antichi la ritennero entità demoniaca in riferimento alle appuntite orecchie, parimenti alla mitologia cristiana all’affibbiarne diabolica concezione, contrariamente alla germanica che ne attribuiva elementi di sacralità o ancora, volendo addentrarsi in ambito letterario, nella Divina Commedia, il Sommo Alighieri mettendola a metafora del I Canto infernale, nell’undicesima e dodicesima terzina parlando d’una “lonza” che la maggior parte dei chiosatori identificano in una lince : «Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta, una lonza leggera e presta molto, che di pel macolato era coverta; e non mi si partia dinanzi al volto, anzi ‘mpediva tanto il mio cammino, ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto».
 

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Gustave Doré (1832-1883)
La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri
a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889

 
L’eremitica e introversa attitudine delle linci le restituisce alle tribali tradizioni indio-americane come creature effondenti l’esempio d’una condotta esistenziale che non s’amalgami alle costrizioni poste dagli schemi mentali spesso annodanti gli intelletti umani, al contrario orientando ad uno stile di vita assiduamente e profondamente dedito alla libertà, da ogni animo irraggiato nell’individuo che lo tiene a scrigno, per modo d’esistere in cieca fede a personali moti e inclinazioni, appagando il proprio spirito, saturandolo di quel sincero e meritato ascolto, al fine di totalmente esprimersi, ciò andando verosimilmente di pari passo con un desiderio di solitudine che non denoti mancata facoltà di relazione, ma consapevole scelta delle persone di cui attorniarsi per vivere in compiacente e lieta armonia, questo presupponendo uno scambio d’energia fra individui, ben noto a sciamani e veggenti.

Se designato come animale ascetico, la lince non può essere estranea ad un interpretazione onirica, si ritiene arrivando in sogno — nella specie rossa — come sprone alle opportunità offerte dalla vita, insegnando a non lasciarsi abbattere da errori o sconfitte, ma incoraggiando a non demordere e ad insistere nel raggiungimento degli obiettivi preposti, anche quando apparentemente inarrivabili, la lince bianca simboleggiando sostanziosi cambiamenti all’orizzonte, infine la nera indirizzando alla ricerca inconscia dei sentimenti negativi in sé alberganti allo scopo di riconoscerli, elaborarli e migliorarli e a tale proposito densamente significante è il tatuarsela, fra inchiostro e pelle suggellandosi una specie di sensibile legame con la propria parte psichica.
 
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Protagonista di fantastici racconti e curiosamente il suo nome apparendo nel romanzo Fiabe Russe, dell’autore Aleksandr Nikolaevič Afanasjev (1826-1871), la lince è altresì custode d’inimmaginabile tenerezza, come i “parenti” gatti, sibilando, miagolando e abbandonandosi alla dolcezza delle fusa e perfino la volta celeste dedicandole omaggio nell’omonima costellazione, una delle ottantotto moderne tra le quali annoverata, nel diciassettesimo secolo, dall’astronomo polacco Jan Heweliusz (1611-1687), latinizzato Johannes Hevelius ed il nominativo scelto in quanto, essendo una debole costellazione settentrionale, servirebbe avere in dotazione “occhi di lince” per poterla vedere, l’astro transitando al meridiano il 15 marzo, alle ore 21:00, ad una latitudine minima di -55° e massima di + 90° e situandosi in uno spazio ad est dell’Auriga, in una zona scarsamente illuminata e scevra di stelle apparenti, di conseguenza l’individuazione andando a buon fine sotto un cielo buio e terso, principalmente durante le serate intercorrenti fra novembre e maggio, nel catalogo stellare Prodromus Astronomiae a lui postumo — data l’avvenuta pubblicazione nel 1690 da parte della seconda moglie Elżbieta Katarzyna Koopman (1647-1693) — Hevelius reclamando con comprensibile soddisfazione la scoperta delle diciannove stelle di costellazione e se il corpo celeste carente di propria luminosità, la lince figlia della natura — nel mostrarsi e sopravvivere a minacce antropiche e ambientali — donando all’uomo l’ennesima opportunità di arricchirsi emozionalmente osservandone il cristallino sussistere, insegnamento primo che il pianeta, attraverso fauna e flora, incessantemente proclama.
 

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Costellazione Lince
Tavola Y del III volume Firmamentum Sobiescianum, sive uranographia
dell’opera Prodromus Astronomia di Johannes Hevelius, 1690

 
Come innumerevoli specie animali sfregiata dalla minaccia dell’estinzione, vari sono i tentativi di salvaguardare le lince, assicurandole degna e sacrosanta presenza sul pianeta che le spetta di diritto vivere e calpestare, un importante progetto, fra i tanti, finalizzato alla sua tutela il Life Lynx, iniziato il primo luglio 2017 e previsto fino al 3 marzo 2024, allo scopo d’evitarne la scomparsa nelle Alpi Sudorientali e nei monti Dinarici, consapevoli di quanto la frattura di un solo “anello di fauna” sia deleterio e sciagurato evento, con disastrose ripercussioni sugli interi equilibri ecosistemici.

Se potessi, mi riempirei la casa di tutti gli animali possibili. Farei ogni sforzo non solo per osservarli, ma anche per entrare in comunicazione con loro. Non farei questo in vista di un traguardo scientifico (non ne ho la cultura né la preparazione), ma per simpatia e perché sono sicuro che ne trarrei uno straordinario arricchimento spirituale e una compiuta visione del mondo.
Primo Levi

 
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