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Leone: Sua Maestà in bianco e nero

 
Regale e solenne, il Leone, simbolo delle sconfinate pianure africane, è tra i predatori terrestri più possenti e che Natura volle, dalle sfumature dorate e altrettanto, bianco e nero, fiere le quali se differenti in gradazione di manto e criniera, non per la sontuosità, dipinta sui rispettivi aspetti in onore alla straordinaria magnificenza del Creato.

Per quanto riguarda la sembianza di leone, bisogna ritenere che essa indichi il dominio, la forza, l’indomabilità e la somiglianza, nei limiti del possibile, all’arcano della divinità ineffabile.
Dionigi l’Areopagita

Nel 1817, l’entomologo, anatomista e paleontologo Johann Gotthelf Fischer von Waldheim (1771-1853) raggruppò famiglia di mammiferi dell’ordine dei Carnivori sotto il nome di Felidae, schiera della quale vennero a far parte tanto il leone nero quanto il bianco, uniti in sottofamiglia, genere e specie, fino a suddividersi nella relativa sottospecie, ma non nel percorso vitale, per ambedue diretto ad una gravosa diminuzione degli esemplari attualmente esistenti.
 

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Pierre François Eugène Giraud (1806-1881), Johann Fischer von Waldheim

 

Il leggendario Leone Nero

Quello che leggendariamente è conosciuto come Leone nero, scientificamente porta il nome di Panthera leo leo, sottospecie di leone a sua volta classificato come Panthera leo, entrambe le nomenclature nominali ad opera del botanico, medico, accademico e naturalista svedese Carl Nilsson Linnaeus (1707-1778), a tutt’oggi ritenuto l’iniziatore della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi.
 

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Alexander Roslin (1718-1793), Carl Nilsson Linnaeus, 1775

 
Il regale mammifero, anche comunemente detto Leone dell’Atlante, di Barberia, berbero o nubiano, le cui origini appartengono al territorio nordafricano, è attualmente ritenuto «estinto in natura», ossia, qualora ve ne fossero alcuni esemplari ancora viventi, il loro stato di conservazione, quindi l’insieme di variabili quali il numero di quelli esistenti, i cali demografici della specie, le concrete possibilità di riproduzione in cattività e le incombenze di vario genere nefaste sulla loro sopravvivenza, siano a predirne inesorabilmente l’inevitabile estinzione, rischio elencato in determinate tabelle, fra le quali la più importante è la lista rossa della IUNC, l’Unione internazionale per la conservazione della natura.

Triste destino, conclusosi in impagliatura, fu riservato ad un rarissimo esemplare abbattuto nel 1812 e custodito nell’odierno Kosmos, precedentemente Museo di storia naturale dell’Università di Pavia, istituzione, fra le più remote d’Italia, fondata nel 1771 dal gesuita, accademico, rettore e biologo Lazzaro Spallanzani (1729-1799) ad oggi patrimonio naturalistico d’estrema importanza storico-scientifica fra le cui mura si conservano migliaia di reperti anatomici, zoologici e d’anatomia comparata, pazientemente e zelantemente raccolti attorno ad un’originaria collezione, ch’era per lo più costituita da minerali, donata dall’imperatrice del Sacro Romano Impero, Maria Teresa d’Austria (1717-1780), nata d’Asburgo, poi ampliatasi tra acquisti e lasciti nel corso del tempo.

Ultimo regale leone berbero in vita allo stato brado, del quale si posseggano informazioni concrete, fu quello malauguratamente abbattuto, nel 1942, sul Tizi n’Tichka, valico appartenente all’Alto Atlante (sistema montuoso dell’Africa nord-occidentale) e collegamento fra la parte sudorientale di Marrakesh e la cittadina Ouarzazate, a sua volta situata nella lussureggiante valle del Dadès, dal nome del fiume che l’attraversa.

A livello di possanza, il leone nero fu secondo solamente al leone americano, classificato come Panthera leo atrox, nel 1853, dal paleontologo statunitense Joseph Leidy (1823-1891), e al leone della steppa, anche detto delle caverne, scientificamente catalogato come Panthera spelaea, nel 1810, dallo zoologo e paleontologo Georg August Goldfuß (1782-1848), ambedue estinti e venuti alla luce grazie al ritrovamento di fossili, in suolo americano ed eurasiatico, appartenenti al Pleistocene.
 

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Henry Cadwalader Chapman (1845-1909)
Memoria di Joseph Leidy, 1891

 
Il muscoloso e mastodontico felino nubiano raggiungeva una lunghezza di almeno tre metri e mezzo, per un peso di circa tre quintali, regalmente adornati da un’ampia e fitta criniera dalle sfumature molto scure, tendenti appunto al nero, magnificamente disposta su gran parte del busto, che ipotesi antecedenti ad approfonditi studi biologici immaginavano caratteristica appartenente alla sottospecie, viceversa esplicando successive analisi quanto la stessa derivasse principalmente dall’adattamento a determinate condizioni climatiche, pertanto potenzialmente sviluppabile dalla totalità delle sottospecie che si fossero trovate a vivere in zone montane a temperature decisamente più umide e fredde rispetto a quelle tipiche delle savane, come peraltro verificatosi in leoni di vario genere posti in cattività a rigide temperature.
 
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Illustrazione di Leone nero
John George Wood (1827-1889), Animate Creation, 1898

 
Rigorosa ricostruzione di filogenesi ha datato l’evoluzione del leone berbero attorno ai 100.000 anni fa, localizzandone l’antica presenza generalmente in settentrionale fascia costiera africana, con particolare concentrazione nell’area magrebina e, seppure in minore diffusione, nello stato egiziano, dove raffigurazioni dello stesso su reperti archeologici, ne riportano immagine di criniere maggiormente rarefatte, a conferma di quanto elevate calure influissero in maniera inversamente proporzionale sulla compattezza delle stesse.
 
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La mole e l’incredibile potenza del leone nero lo rendevano temibile predatore le cui fauci azzannavano al collo, senza possibilità di scampo, differenti tipologie di prede quali cervi e capre berbere, cammelli e dromedari, cinghiali, giraffe, asini selvatici, orici, antilopi, gazzelle, riuscendo addirittura a sperimentarsi con successo nell’attacco di pachidermi e ippopotami, nonostante ciò prevedesse rigoroso scontro con altri predatori altrettanto temerari ed imponenti, quali il leopardo berbero, anche noto come di Barberia o pantera dell’Atlante, quello a cui, nel 1777, l’entomologo e naturalista Johann Christian Daniel von Schreber (1739-1810) affibbiò nomenclatura di Panthera Padres panthera, e l’orso dell’Atlante, catalogato nel 1848 dal medico e naturalista Heinrich Rudolf Schinz (1777-1861) come Ursus arctos crowtheri, entrambi validi avversari con i quali giocarsi la preda in sanguinario duello.

A brutalità d’aggressione corrispondeva comunque un indole pacifica che il leone nubiano lasciava fuoriuscire in assoluta socialità all’interno del gruppo di riferimento, ponendosi il maschio a protezione delle numerose femmine e rispettivi cuccioli, nella meravigliosa inclinazione naturale a custodire i membri della propria famiglia.
 
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Questo animale col suo tonante grido desta i sua figlioli, dopo il terzo giorno nati, aprendo a quelli tutti l’indormentati sensi: e tutte le fiere, che nella selva sono, fuggano.
Leonardo da Vinci

Minaccia sul gruppo ed iniziale decimazione dei suoni componenti venne inizialmente a calarsi sulle loro probabilità di sopravvivenza a partire dal 2500 a.C. circa, complice la progressiva desertificazione delle savane ed il conseguente vortice che inglobò nella sua stretta mortale gran parte di fauna e flora, falciando possibilità vitali ad oltranza e costringendo il leone berbero a restringere il proprio habitat alle zone alpine dell’Atlante, algerine e libiche.

La sua presenza nella settentrionale regione della Nubia venne garantita dal suo esser considerato sacro dalla popolazione, salvaguardandolo dunque da un caccia sfrenata, ma nel corso dei secoli la sua incolumità venne messa a dura prova dal proliferare della civiltà sulle sponde del Nilo, in aggiunta all’irresponsabile e spropositato utilizzo che ne venne fatto in epoca romana allo scopo d’utilizzarne una moltitudine d’esemplari come spettacolo da proporre in efferate lotte circensi, motivo per il quale al delta del Nilo spetta il triste primato d’inizio estinzione della sottospecie, complice anche il fatto che il popolamento di quello che era l’ambiente naturale del leone nero ne diminuì drasticamente il numero delle prede selvatiche, direzionando lo stesso la sua caccia su animali domestici ed inconsapevolmente aumentando l’accanimento antropico nei suoi confronti.
 
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Nel frattempo divenute efficaci e precise alleate di battaglia all’uomo, nella difesa d’abitazioni e bestiame, le armi da fuoco, il leone nubiano andò via via decimandosi nella maggior parte dei territori che si pregiarono di ospitarne l’esistenza, alla fine del XIX secolo ormai riducendosi a sopravvivere in limitate aree marocchine, dove la percezione d’un assai probabile rischio d’estinzione condusse gli ultimi leoni di sottospecie ancor viventi all’interno di parchi zoologici in più parti del mondo, ma è allo zoo di Témara, città costiera del Marocco nel comune rurale, oltre che una delle dodici regioni marocchine, di Rabat-Salé-Kenitra, ad una quindicina di km dalla capitale Rabat, che spetta l’onore d’aver ricevuto in dono tutti i leoni berberi appartenuti al sultano del Marocco, Muhammad V (1909-1961), una dozzina di eredi dei quali sono stati ospitati nell’inglese cittadina di Hythe, contea di Kent, presso il Port Lampedusa Wild Animal Park.

È invece la fortunata capitale etiope, Addis Abeba, ad essersi fatta culla ovattante per undici esemplari postumi a quelli che furono i leoni neri dell’ultimo imperatore d’Etiopia, Hailé Selassié (1892-1975), incoronato Negus Neghesti, «Re dei Re», animo intimamente e perennemente devoto alla remotissima Chiesa ortodossa etiope, alla quale s’uniformarono nel credo numerosi appartenenti al popolo locale e verso cui, nella Giamaica dei primi del Novecento, sorse, erede del cristianesimo, il movimento spirituale Rastafari, riconoscendo in Selassié, il Cristo ritornato sulla terra per regnare al sacro nome di Jah — forma contratta dell’ebraico, יהוה ,YHWH — il Leone Conquistatore della Tribù di Giuda narrato nell’Apocalisse, essendo egli discendente della detta tribù di Israele in virtù dell’incontro tra re Salomone e la regina di Saba, Makèda, illustrato nella Bibbia e in particolare nell’antico testo etiope Kebra Nagast, dunque considerato il Messia nella seconda manifestazione come profeticamente annunciato dalle Sacre Scritture come seconda venuta del Messia.
 

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Hailé Selassié

 
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Esemplari discendenti dai leoni di Hailé Selassié

 
La presenza del leone berbero in cattività è estremamente significativa sia nell’ottica di conservazione della specie, quanto nella speranza di una sua possibile reintroduzione in natura, come previsto da un grandioso progetto che prese forma a partire dal 1978, purtroppo al momento in stand by per mancanza di fondi, nel suo incipit fortemente sostenuto dallo studioso Nobuyuki Yamaguchi della Qatar University – Dipartimento di Scienze Biologiche e Ambientali, in collaborazione con l’University of Oxford e su iniziale finanziamento dell’associazione inglese WildLink International e attuabile tramite riproduzione selettiva, ovverosia il processo attraverso cui il controllo antropico sulla procreazione di fauna o flora si mette in opera in una sorta di selezione artificiale allo scopo di reintrodurre determinate specie in natura a seguito di monitorato accoppiamento in stato di cattività.

Le tre fasi di progettazione strutturate da Yamaguchi, delle quali solamente la prima è stata in parte ultimata, prevedono un’iniziale analisi genetica sui campioni prelevati dai leoni neri tassidermizzati, allo scopo di redigere processo filogenetico che permetta di confrontarli agli esemplari esistenti, analisi grazie alla quale i leoni berberi presenti allo zoo di Témara sono stati certificati come ibridi dei loro avi.
 
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La seconda fase prevede un’ovvia ed accurata selezione delle coppia con maggiore corrispondenza genetica e l’unione della stessa nella speranza d’un positivo esito della gravidanza, ed infine l’inserimento del leone, in terza fase, nel naturale ambiente d’origine, ovviamente previo accertamento che l’esemplare da ricollocare abbia un background genetico adeguato.

Un nobile proponimento scientifico indubbiamente di complicata, ma forse non impossible, realizzazione, prospetto d’immenso valore etico, ancor prima che scientifico, per mezzo del quale dignitosamente restituire al leone nero l’esistenza a lui privata nel corso della storia, in una sorta retroattivo ascolto a disperati ruggiti.

Finché gli uomini non ascolteranno gli orsi bianchi piangere, i rinoceronti gemere, le rondini lamentarsi, le api chiamare aiuto, le sequoie implorare il cielo, resteranno insensibili all’estinzione di massa delle specie animali e vegetali.
Bernard Pivot

 
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I rari Leoni Bianchi

A differenziare sfumature di mantello del leone nero e del bianco è, nel caso del leone berbero, una mera questione di melanismo, vale a dire l’iper-espressione dei geni atti a determinare il colore più scuro della pelliccia, quindi un eccesso di pigmentazione che, in un determinato organismo, si manifesta in modo che la stessa venga ad esprimersi in maniera completa, condizione diametralmente opposta all’albinismo dove, al contrario, una mutazione genetica presente dalla nascita causa la totale assenza di melanina.

Detto ciò, il candore del pelo tipico del leone bianco non è, come erroneamente si potrebbe esser portati a credere, conseguenza albinica, ma un polimorfismo genetico, eventualità biologicamente attiva quando due o più fenotipi coesistono, nella percentuale minima dell’1%, nei singoli d’una medesima popolazione, come avviene appunto nel candido felino per effetto di leucismo, singolarità susseguente all’azione d’un gene, quasi sempre recessivo, noto come chinchilla o color inhibitor, che impallidisce pelame o piumaggio degli animali coinvolti in tale processo, in quella che si potrebbe altresì considerare come una specie d’albinismo parziale, in quanto la pigmentazione oculare si mantiene nella normalità, con sguardo generalmente miscelato tra nuance azzurre e dorate, mentre negli albini l’iride stessa appare purpurea.
 
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A livello anatomico, oltre che comportamentale, il leone bianco è assimilabile a quello africano in generale, con una mole che nel maschio fluttua approssimativamente fra i 180 e i 260 kg, per una lunghezza racchiusa più o meno tra i 2,70 e i 3,10 metri, con probabilità di generare figli bianchi in percentuale del 100% se i genitori sono entrambi tali, ridotta al 50% se la coppia genitrice è costituita da un leone bianco ed uno fulvo con un gene recessivo, infine crollando al 25% di probabilità nel caso in cui ad unirsi siano due leoni fulvi con entrambi gene recessivo e dominante, perciò con una possibilità su quattro che gene recessivo materno e paterno s’uniscano.
 
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Terminologia scientifica del leone bianco, classificato dallo zoologo sudafricano J. Austin Roberts (1883-1948), è Panthera leo krugeri, statuario e magnifico quadrupede scorto per la prima volta nel 1938, dopo che da sempre si credeva fosse frutto di narrazioni leggendarie prive di fondamento, diversamente reale e ornante le meridionali zone sahariane con la sua pomposa presenza, ma con vertiginoso calo demografico al procedere dei decenni.

Era il relativamente lontano 1975 quando, nella Riserva di Timbavati, limitrofa al Parco Nazionale Kruger, il fotografo e naturalista Chris McBride avvistò una tenera cucciolata, immortalata in scatti d’eccezionale valore storico-ambientale e delicatamente raccontati fra le pagine del suo libro, intitolato I bianchi leoni di Timbavati, pubblicato nel 1877.

Gli animali selvaggi non sono nostri e non possiamo farne quello che vogliamo. Dobbiamo renderne conto a coloro che verranno dopo di noi.
Motto di Timbavati

Si stima siano da 30 a 200 i leoni bianchi sparsi nei vari parchi zoologici nel mondo e premurosa protezione è dedicata a quelli il cui ruggito s’estende in eco nei circa 4.500 ettari di suolo, recintati a salvaguardia d’insulse attività di bracconaggio, da parte del Global White Lion Protection Trust, organizzazione di pubblica utilità localizzata nell’area protetta acquisita nell’intento di trasferirvi leoni bianchi allevati in cattività, con l’avvenuta e benefica interazione dei tredici esemplari reintrodotti e il tanto atteso evento d’una nuova nascita, avvenuta nel 2004.

Al di là dell’indiscutibile, seduttiva ed affascinante bellezza del leone bianco, pallore di livrea non gli rese grande beneficio, essendo infatti maggiormente visibile dalle prede, più facilitate nella fuga, rispetto ad un fulvo con maggiori possibilità di mimetizzazione, con il rischio di vedere moltiplicati gli sforzi per cibarsi, con prolungati stati di denutrizione talvolta causa di morte per irreversibile debilitazione.
 
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Oltre al rischio d’inedia, la rarità di sembianza che lo contraddistingue fu – ed è tuttora – accattivante attrattiva per i bracconieri, avidi di rari trofei, così come avvenne per coloro che all’epoca ne vollero sfruttare l’incantevole grazia in richiamo alla curiosità degli spettatori in contesti circensi, unicamente a fini di lucro e celere introito, in completo disinteresse nei confronti dei diritti del nitido felino a rimanere nel suo ambiente nativo, dal quale venne prelevato anche da alcune popolazioni indigene nella convinzione che la tipica singolarità cromatica appartenesse all’animale in quanto messaggero delle divinità idolatrate.

I leone bianco è veramente una rara perla di sottospecie, il cui areale nativo s’estese esclusivamente nella regione di Timbavati ed in quella del Parco Nazionale Kruger, la più grande riserva naturale del Sudafrica, appartenente alla Kruger to Canyons Biosphere (K2C), una zona indicata dall’UNESCO come «riserva internazionale dell’uomo e della biosfera» nella quale ben 6 sono gli ecosistemi di diverse tipologie di vegetazione, con circa 1900 specie di piante e significativa presenza di mammiferi, rettili, anfibi, pesci e volatili; l’apertura al pubblico del parco suscitò un tale interesse turistico da risultare vantaggioso in particolare modo agli stessi leoni, essendo infatti i visitatori particolarmente attratti dagli stessi, il loro abbattimento venne proibito dall’allora primo guardiano di quella che, in quegli anni, si chiamava The Sabi Nature Reserve, lo scozzese James Stevenson Hamilton (1867-1957) il quale, seppur fra molteplici difficoltà, derivanti dalle varie opposizioni governative, s’attivò operando direttamente a favore di uno stravolgimento organizzativo della riserva, in primis impedendone la caccia, nell’ottica di presevarne la fauna selvatica.
 
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Gli immani e costanti sforzi di Hamilton diedero primi frutti quando, dopo aver presentato, per la prima volta nel 1912, la sua proposta di nazionalizzare la riserva, pressioni sul parlamento e tenacia nel sostenere le propri intenzioni si concretizzarono in realizzazione di sogno nel 1926, quando The Sabi Nature Reserve venne ribattezzata National Kruger Park, con apertura pubblica l’anno successivo, rendendo giustizia all’uomo che si dedicò alla riserva per 44 anni, estendendola e salvaguardandola come nessuno in precedenza.
 

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Parco Nazionale Kruger

 
Sebbene la maggior parte dei leoni ingiustamente rimossi dai loro habitat sia oggi tutelata in riserve o parchi zoologici, gelide sbarre si rinchiudono sul loro esistere anche ai nostri giorni nelle pratiche circensi e tantomeno sconfitta definitivamente è la brama di caccia dei bracconieri più accaniti, piaghe di società che variegate associazioni, fra le quali in particolare modo la stessa Global White Lion Protection Trust, s’adoperano a più livelli, da una parte attuando controlli serrati che inducano in severe sanzioni e pene detentore i trasgressori, dall’altra promuovendo una cultura, contemporaneamente sia storica che etica, attraverso la quale entrare in empatia al mondo animale, nello specifico caso ai leoni bianchi, condividendone il diritto ad un’esistenza che sia per loro salutare e dignitosa, nel rispetto reciproco fra esseri viventi ospitati sul medesimo suolo.

Medesima grandezza di spirito ha spinto l’autrice ed ambientalista Linda Tucker, nonché cofondatrice della Global White Lion Protection Trust, ad impegnarsi personalmente per almeno un trentennio, anche attraverso l’omonima Linda Tucker Foundation, affinché gli amati leoni bianchi sfuggano alle illegali e bieche commercializzazioni di carcasse ancora in essere, chiedendo personalmente al parlamento sudafricano onerose moratorie per gli autori dell’infame massacro e legislazioni ben precise a riguardo, nell’ottica d’una definitiva proibizione di ripugnanti commerci.

L’impegno della Tucker, parallelamente rivolto alla conservazione degli ecosistemi, si svolge in strettissima cooperazione all’ecologo, di mondiale nomea, Jason A. Turner, direttore d’ecologia al Global White Lion Protection Trust, di cui fu cofondatore, oltre che uomo dedito per più di tre decadi al mondo dei leoni in genere, in contemporanea abnegazione alla causa degli esemplari bianchi, studiandone scrupolosamente la specie, tenacemente contrastando l’attività dei bracconieri e sostenendo un approccio moderno all’ecologia tradizionale che s’innovi nell’interesse generale dei biosistemi, fauna e flora, apprendendo dall’interazione fra le stesse e le tribù indigene, da consultare in merito alle loro arcaiche conoscenze, come peraltro presentato dall’appassionato studioso alla Bioneers Conference, associazione senza scopo di lucro che da sempre prospetta soluzioni concrete e riformiste in sostegno di cause ambientali, allargando il proprio interesse alla sostenibilità, alla giustizia sociale e ai diritti in genere in costante riferimento alla permacultura, ovvero la gestione pratica dei territori antropizzati in assoluto rispetto ai delicati equilibri ecosistemici.
 
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La relazione di Turner, esposta nella conferenza del 2018 ed intitolata Cosa possiamo imparare dai leggendari leoni bianchi del Sud Africa, è pregevole stimolo alla riflessione, quanto illustre esempio della grandezza umana quando espressa in nobile riguardo al Pianeta ed a tutti i suoi abitanti fra i quali, appunto, i leoni, bianchi, neri o fulvi che siano, alla medesima maniera testimoni di fratellanza, ardimento, tempra ed accondiscendenza, quella rivolta all’uomo nella mesta accettazione dell’essere stati dallo stesso martoriati, ciò nonostante non perdendo universalmente la fiducia nel farsi condurre a nuova rinascita, parallelamente omaggiando l’intera umanità dell’esempio offerto attraverso il loro stile di vita.

Gli eleganti e possenti mammiferi, aggressivi ed egoisti predatori solamente a scopo di nutrimento per sopravvivenza, conducono infatti la loro vita in branchi, residenti o nomadi, dall’organizzazione sociale ben definita, dove alla cura dei cuccioli si dedicano premurose leonesse solitamente imparentate fra loro, abili cacciatrici quanto affettuose madri, a loro volta protette sull’intero territorio dall’esemplare maschio, con il quale non mancano d’abbandonarsi in tenere effusioni come sfregamenti del capo, fusa e reciproche leccature.

Ancestrale sincronia dei cicli riproduttivi femminili esplode nella meraviglia di nascite concentrate nel medesimo periodo, permettendo alle leonesse di sostenersi nella crescita dei loro piccoli e allattando indistintamente i propri quanto quelli delle compagne, nella condivisione dell’allevare che è propria all’intera specie e rende emozione all’apprenderne.
 
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Il re di tutti gli animali, colui che al ruggire stende spaventoso eco vocale sull’intera fauna, custodisce in sé un’intrinseca inclinazione al gioco, con il quale si diletta amichevolmente svagandosi con i propri simili durante la sua intera esistenza, talvolta anche con l’uomo che sia riuscito a comprenderne il grande animo, lentamente avvicinandosi ad esso, in similarità di linguaggio e scambievole riguardo, nell’incantevole magia dell’interazione fra esseri viventi.

Il leone può insegnare a molti l’umanità; perché si fanno umane le belve, quando imbelviscono gli uomini; e se talvolta degenerarono fu (a giudizio di Marziale) per essersi pervertite al contatto degli uomini.
Baltasar Gracián y Morales, El Discreto, 1646

 
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