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Lemuri, i bizzarri “spettri” emblema del Madagascar

 
 
Lemuri: socievoli e mansueti, sono le proscimmie endemiche del Madagascar e delle isole Comore, di cui un centinaio di specie esistono, lasciandosi ammirare nelle variopinte fattezze ed amare nell’espressione ed indole estrosa.

Perché amo gli animali? Perché io sono uno di loro. Perché io sono la cifra indecifrabile dell’erba, il panico del cervo che scappa, sono il tuo oceano grande e sono il più piccolo degli insetti. E conosco tutte le tue creature: sono perfette in questo amore che corre sulla terra per arrivare a te.
Alda Merini

Appartenenti all’ordine Primates — così vennero definiti, nel 1758, alcuni mammiferi placentati dal medico, naturalista e botanico svedese Carl Nilsson Linnaeus (1707-1758) — e al sottordine Strepsirrhini —classificazione nominale ad opera del biologo francese Étienne Geoffroy Saint-Hilaire (1772-1844) — i cosiddetti lemuri vennero catalogati scientificamente nel 1821, all’infraordine Lemuriformes, per mano dello zoologo, botanico e biologo inglese John Edward Gray (1800-1875), la nomenclatura comprendendo ben sette famiglie — delle quali, purtroppo, tre ormai estinte — su ventidue generi, di cui quindici quelli ancora esistenti, alcune specie scoperte tardivamente, solo nel XXI secolo, considerata la difficoltà dell’avventurarsi in approfondite ricerche in Madagascar, a causa della facinorosa storia passata dell’attuale repubblica.
 

Lemuri: caratteristiche delle socievoli e mansuete proscimmie endemiche del Madagascar e delle isole Comore, di cui esistono un centinaio di specie, variopinte ed estrose, indubbiamente amabili • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
John Edward Gray (1800-1875), Maull & Polyblank Photographic Studios, 1855

 
L’immensa isola, con i suoi abbondanti quasi 588.000 km² di superficie quarta al mondo per grandezza e distesa sull’Oceano Indiano dirimpetto al Mozambico, ha il privilegio di custodire all’interno dei propri confini il 5% delle specie animali e vegetali del pianeta, di cui l’80%, come il lemure, autoctone, popolanti un territorio la cui variegata fauna e la lussureggiante flora, sparsa tra colline e foreste, oltre alla vermiglia sfumatura del terreno ferroso, da cui l’epiteto “Isola Rossa”, nutrirono assortite leggende narranti di fantasiose creature, come ad esempio quelle tratteggiate dall’ambasciatore, mercante, scrittore e viaggiatore veneziano Marco Polo (1254-1324) nel Il Milione, diario della spedizione effettuata in Asia, fra il 1271 e il 1295, con il padre Niccolò (1230-1294) e lo zio paterno Matteo (1252-1309), con annessa descrizione dell’esperienza dal giovane vissuta nei 17 anni a servizio della corte di Kublai Khan (1215-1294), condottiero mongolo e fondatore del primo Impero cinese della Dinastia Yuan, maestosamente e fruttuosamente regnante sulla Cina dal 1279 al 1368.
 
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Tranquillo Cremona (1837-1878), Marco Polo alla Corte del Gran Khan, 1863

 
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Monumento di Kublai Khan a Xanadu, Mongolia Interna

 
Il Milione venne scritto, in lingua franco-veneta (medievale scrittura frutto d’amalgama fra il francese antico e il dialetto italico settentrionale), dall’autore di romanzi cavallereschi Rustichello da Pisa, come resoconto dei racconti a lui direttamente dettati dallo stesso Marco, durante la convivenza dei due nella prigione genovese di Palazzo San Giorgio, dove entrambi erano stati rinchiusi rispettivamente in seguito alla battaglia della Meloria, scontro fra le Repubbliche marinare di Genova e Pisa, avvenuto il 6 agosto nel 1284, e a quella di Curzola, combattuta il 7 settembre 1298 tra la Repubblica di Venezia e quella di Genova, dalla carcerazione della coppia venendo alla luce una dei capolavori letterari di viaggio più belli di sempre, tra le cui pagine, fra la moltitudine di descrizioni, miti di creature vennero alimentati dall’alone di mistero che aleggiava nei cieli del Madagascar, uno stato insulare le cui culture indigene si svilupparono in maniera splendidamente autonoma e povera di contatto con il resto del mondo, restituendo all’Occidente l’immagine di un’ermetica terra colma di potenziali scoperte, enigmaticità che il Marco viandante verbalizzò pescando nelle sue memorie, il Rustichello redattore fissandole a pergamena.

L’isolamento biologico del Madagascar si ipotizza sia conseguenza del suo essersi separato dall’Africa 140 milioni di anni fa, il canale di Mozambico, dapprima di ridotte dimensioni, nel corso dei secoli divenendo abbastanza ampio da interrompere la traversata degli animali, gli stessi e la vegetazione differenziandosi evolutivamente dalle specie africane e il loro eccezionale tasso d’endemismo essendone testimonianza prima, con la presenza esclusiva d’esseri viventi fra i quali il lemure, dolce animo dall’aborigeno cuore battente nel suo habitat, in una culla di biodiversità di magnifica esistenza.

Lemuri: le origini degli spiriti molgasci

I lemuri odierni sono discendenti, al pari delle scimmie antropomorfe, dai primati primitivi e la loro differenziazione avvenne tra i 62 e i 65 milioni di anni or sono, giungendo in Madagascar nel periodo compreso fra i 40 e i 52 milioni di anni fa, nell’ambiente insediandosi in assoluta libertà e beatitudine, data l’assenza di competizione interspecifica — ossia di animali interferenti sulla riproduzione — ed eleggendolo a propria dimora all’interno prescelti ecosistemi le cui caratteristiche garantirono loro un’evoluzione ad ampio spettro, derivandone soggetti di varia morfologia e mole, inoltre capacità d’adattamento portandoli a divergere lievemente nella dieta, qualora copiosamente presenti in più specie in un medesimo areale, in modo da garantirsi adeguato nutrimento e degna sopravvivenza.

Risvolto mitologico si cela invece nel nome del lemure, esso difatti — ancora a merito di Linnaeus, il quale in Konung Adolf Frideriks Naturalie Samling del 1754, scrivendo «Lemŭres dixi hos, quod noctu imprimis obambulant, hominibus quodanmodo similes, & lento passu vagantur», prese termine latino significante «spettri», dagli antichi Romani riferito alle anime dei defunti incapaci di trovare pace in quanto colti da morte precoce o violenta, quindi vaganti sulla terra in perenne persecuzione dei viventi, questi ultimi condotti alla follia in conseguenza degli infiniti tormenti a loro inferti e a tal credenza era dedicata cerimonia appunto intitolata Lemuralia, celebrata il 9, 11 e 13 maggio; dunque evocativo aggancio linneano alle peculiarità dell’animale peraltro corroborato dall’originale conformazione degli occhi — dall’iridi varianti dal nero, all’ocra, all’azzurro — notevoli per dimensione e spiritati, aspetto dovuto dal tapetum lucidum, una lamella specchiante, posizionata dietro o all’interno della retina, deputata all’efficienza della visione notturna, in quanto la stessa, riflettendo la luce verso la retina, dandole modo di catturarla ed accrescere la capacità visiva in situazioni di scarsa luminosità, sebbene i lemuri s’avvalgano primariamente dell’udito come senso percettivo atto all’orientamento.
 

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Carl Nilsson Linnaeus (1707-1758)
Konungs Adolf Frideriks Naturalie Samling, 1754

 
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Carl Nilsson Linnaeus (1707-1758)
Konungs Adolf Frideriks Naturalie Samling, 1754

 
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Carl Nilsson Linnaeus (1707-1758)
Konungs Adolf Frideriks Naturalie Samling, 1754

 
Il muso è generalmente affusolato, con corte orecchie e un tartufo nero, la dentizione solitamente costituita da 36 denti, fra i quali 8 incisivi, 4 canini, 12 premolari e 12 molari, equamente suddivisi nelle due arcate, mentre il corpo varia dimensione in base alla specie, in un peso che va dai 30 gr, per 6 cm di lunghezza, del microcebo pigmeo — Microcebus myoxinus, nomenlactura binominale attribuitagli nel 1852 dal medico, esploratore e zoologo tedesco Wilhelm Carl Hartwig Peters (1815-1883) — ai 6-10 kg, su una lunghezza media di 70 cm, dell’Indri indri — così binominato, nel 1788, dall’entomologo, biologo e botanico germanico Johann Friedrich Gmelin (1748-1804) – che si contende il primato del lemure più grande ancora vivente con il sifaka diadema — scientificamente classificato come Propithecus diadema, nel 1832, dallo zoologo inglese Edward Turner Bennett (1797-1836) — un’altezza intorno al metro per una corporatura di 6-8,5 kg.
 
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Lemure microcebo pigmeo

 
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Lemure microcebo pigmeo

 
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Indri Indri

 
Un record tuttavia ampiamente battuto da specie falciate dall’estinzione in tempi remoti, che raggiunsero la stazza di un gorilla, come fu ad esempio per il Megaladapis, catalogato nel 1894 dal paleontologo e zoologo Charles Immanuel Forsyth Major (1843-1923) e scomparso dalla faccia della terra 1500 anni fa all’incirca, all’epoca della sua esistenza alto almeno un metro e mezzo per un peso, negli esemplari più mastodontici, che raggiunse l’ottantina di chilogrammi.
 
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Megaladapidae

 
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Stampa della collezione Tiere der Urwelt
illustrata da Heinrich Harder (1858-1935), secondo le descrizioni di Wilhelm Bölsche (1861-1939), 1905

 
I colori del soffice manto spaziano nelle tonalità del bianco, nero, fulvo, grigio, marrone e giallastro, miscelandosi tra loro secondo specie, tuttavia accomunate dalla lunga coda, talvolta di misura superiore al corpo e di sovente tenuta eretta simil albero di veliero, ma, dacché non prensile, ininfluente nelle eleganti e silenziose danze compiute dai lemuri fra piante e rupi, facilitati però nei voli, oltre che nella manipolazione in generale, dal prezioso dono del pollice opponibile — vanto dei primati e di pochi altri rappresentanti del mondo animale — con un unico esemplare, da Madre Natura dotato di un sesto dito, uno pseudo-pollice collegato al palmo da un sottile fascio di tendini e situato sul polso dell’Aye-aye, il Daubentonia madagascariensis — paternità binominale in capo al succitato Gmelin — misantropo lemure notturno dalla stravagante peculiarità strutturale portata alla luce dall’anatomista, della North Carolina State University, Adam Hartstone-Rose e raccontata sull’American Journal of Phisical Antropology, oltretutto l’Aye-aye distinguendosi anche per avere il terzo e il quarto dito sensibilmente più lunghi in confronto alle altre estremità articolari della mano — nei lemuri prive d’artigli, ma dotate di resistenti unghie — perspicacemente utilizzati per battere sui tronchi e poi acchiappare vermi e larve che gli capitano “sottozampa”, attivandosi nella ricerca tramite ecolocalizzazione.
 
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Aye-aye

 
Gli ultimi arrivati in famiglia sono il tenero e paffuto lemure nano battezzato, in onore del filantropo ambientalista newyorkese Andrew Sabin, Cheirogaleus andysabini, altrimenti detto delle Montagne d’Ambra, dove nel 2005 fu identificato pur essendo poi formalmente annoverato nel 2015, a un anno di distanza dall’ingresso fra le specie del del minuscolo lemure nano di Grove, scovato nel Ranomafana and Andringitra National Park ed oggetto di studio genetico dal 1999, benché soltanto nel 2017 con ufficialità descritto e appellato Cheirogaleus grovesi, in memoria del mammiferologo, biologo evolutivo, primatologo, tassonomista e antropologo britannico-australiano, docente di antropologia biologica all’Australian National University di Canberra, Colin Peter Groves (1942-2017), il quale poté almeno apprendere dell’omaggio prima d’anzitempo scomparsa.

La pelliccia bruno-rossiccia del nano di Groves ne avvolge un corpicino di soli 400 grammi su per giù, 49 cm di lunghezza dei quali 29 di coda, ma a colpire direttamente il cuore sono i suoi dolci occhi scuri e tondi, contornati di nero o marrone intenso, che esso ruota nelle oscurità della notte, essendo una delle 26 nuovi lemuri notturni identificati dal 2005 ad oggi, a conferma di quanto sia varia la loro specie e di come il Madagascar sia un privilegiato, prezioso e protettivo scrigno dalla straordinaria differenziazione biologica in cui più esseri animali sono perfettamente in grado di coesistere in edificante e sistemica armonia, interagendo, senza mai sovrapporsi, nella magnificenza dei molteplici biosistemi.
 

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Lemure nano delle Montagne d’Ambra

 
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Lemure nano delle Montagne d’Ambra

 
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Lemure nano di Groves

 

Che ammirevole paese il Madagascar!
Meriterebbe da solo non un osservatore ambulante, ma delle accademie intere. È nel Madagascar che, posso annunziarlo ai naturalisti, si trova per loro la terra promessa. È là che la natura sembra essersi ritirata come in un santuario particolare, per lavorarvi su modelli diversi da quelli di cui si è servita altrove; le forme più insolite e più meravigliose vi si incontrano ad ogni passo.
Philibert Commerson

 

Le quattro tribù di lemuriformi

A livello di classificazione tassonomica, quattro sono le famiglie di Lemuriformes viventi, ognuna con tipicità ben specifiche, fra le quali dimensioni ridotte e una coda superiore di una volta e mezzo la statura per la famiglia Cheirogaleidae; dimensioni varie, grandi occhi, ampie orecchie e coda cortissima nell’Indridae; dimensioni medie, coda abbastanza lunga e pelo lanoso per la Lemuridae; infine dimensioni medie e coda di lunghezza inferiore al corpo, per i discendenti della famiglia Lepimuridae.

La famiglia Cheirogaleidae è la sola rappresentante della superfamiglia Cheirigaleoidea, mentre Indridae, Lemuridae e Lepimuridae fanno capo alla superfamiglia Lemuroidea ed ambedue includono Primati del sottordine Strepsirrhini, a sua volta bipartito in due infraordini: Lemuriformes e Chiromyformes, distinzione significativa qualora si voglia correttamente inquadrare la provenienza dell’aye-aye, dato il suo esser l’unica specie vivente della famiglia Daubentonidae, erroneamente assimilata alla Lemuroidea, viceversa riferibile all’infraordine Chiromyformes.

Sebbene alcune delle specie di maggiori dimensioni tendano a prediligere dieta erbivora e vita diurna, biologicamente i lemuri sono prevalentemente onnivori e notturni, quindi nutrendosi tanto d’insetti quanto di frutti e semi, spesso variando, come nel caso del microcebo pigmeo, conformemente alla stagione, visto l’alternarsi di periodi caldi e umidi, a mesi in cui dominano frescura e siccità, tipico delle aree subtropicali, dunque cibandosi di frutta, secca e fresca, insetti volanti, con le femmine riservandosi, durante le stagione aride, pausa letargica volta a garantire le energie necessarie ad affrontare i momenti più difficoltosi, contrariamente ai maschi, d’indole errabonda ed dunque inclini a frequenti spostamenti. Dal punto di vista fisico, tra i due soggetti non esiste dimorfismo sessuale e il fatto d’essere fra i più piccoli primati del pianeta, ilarmente venne descritto dallo zoologo, esploratore e naturalista britannico GeraldGerryMalcolm Durrell (1925-1995): «Due di loro possono stare in una tazza da tè. Sono esserini delicati con il manto grigio-verde ed enormi occhi dorati, zampe e orecchie rosa, morbide come petali. Emettono squittii e gorgheggi acuti e non appena incontrano un individuo della loro specie si leva un coro di invettive lillipuziane tra i rami illuminati dalla luna».
 

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Gerry Malcolm Durrell

 
L’Indri indri, dalle abitudini diurne, è titolare d’un urlo identificativo che riesce a protrassi per alcuni minuti, con intento d’allarme e difesa o semplicemente comunicativo, su tre sequenze, a nota lunga, discendente e a ruggito, la prima con grido della coppia dominante, di 5 secondi a testa; la seconda in passaggio da note acute gradatamente calanti nella frequenza, nello scambio fra due soggetti; infine la terza vocalizzata da tutti i componenti del gruppo, salvo i giovanissimi.

Questa specie trascorre un’esistenza in piccole schiere familiari dove è sempre presente una coppia adulta con i suoi cuccioli di svariata età, allargandosi i confini a più nuclei qualora l’ambiente circostante presenti ostacoli all’indipendenza dei “giovanotti” e nei momenti di relax utilizzando gli alberi come comode amache sulle quali sdraiarsi per godere dei raggi solari, sulle comodamente posizionandosi a gambe accavallate, in pace assoluta.

Per l’imponente Indri Indri, amare equivale a devota fedeltà, dunque se non per tragici eventi, unione sancita nell’istante in cui cuor femminile ha sobbalzato al canto dello speranzoso cavaliere, da nulla è scalfita perdurando in figliolanza e in quotidiano girovagare balzando fra rami, valendo di potente muscolatura delle zampe anteriori in connubio a solida presa delle anteriori, apparentemente sproporzionate rispetto al corpo, al fin di deliziarsi di molteplici tipologie di fogliame, golosamente ricercando germogli di lauraceae, nonché, consuetudine d’ogni lemure, lo spettacolare millepiedi del fuoco, sfruttandone veleno per difendersi dai parassiti e contemporaneamente, lievemente addentandolo, provando una sorta d’allucinata ebrezza.
 

 
Raffinato nell’aspetto ed eccellente saltatore è lo stretto parente Sifaka, di denominazione derivata dalla peculiare vocalizzazione lanciata nelle malgasce foreste, diurno clan dal regime rigorosamente vegetariano — iscrivendo a menu frutti, cortecce, gemme, foglie, fiori d’un centinaio di piante — e compagine ballerina per antonomasia, poiché slanciata negli arti inferiori, sugli stessi saltando anziché avanzare carponi.
 

 

 

 
Con il potere d’infatuare ogni sguardo che sia sensibile alla tenerezza animale, il nano di Groves vive la notte fra piante alla ricerca di frutta e fiori, di tanto in tanto cibandosi anche di invertebrati oppure vertebrati di limitata grandezza, con i suoi affascinanti e nerastri occhi, incastonati nella sua faccia come fossero tondeggianti e vitree biglie, aggirandosi nelle tenebre come un furtivo e ramato fantasma caudato.

Notturno e arbicolo è l’Aye-aye, giornalmente dedito al riposo che degnamente si concede “accucciandosi” in nidi da lui creati, sovrapponendo strati di foglie nelle biforcazioni d’imponenti rami o nella cavità dei tronchi e sgattaiolando in corsa poco prima del tramonto, per circa tre ore saltellando alla ricerca, come già detto, di pupe o larve d’insetti, vermi o vegetali, con il dito ausiliario summenzionato riuscendo a prelevare il midollo della canna da zucchero e del bambù, in più alla polpa delle noci da cocco o del frutto ramy, Canaruim madascaraniense, efficientemente aiutandosi con i denti, dato che, pur eguagliandosi ai lemuri nella dentatura provvisoria, in quella definitiva rassomiglia ai roditori.
 

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Aye-aye

 
Al di là di personali gusti legati alla specie, l’insieme delle stesse deve mantenersi in perenne e accorta difesa dei nemici comuni, provenienti tanto dalla terra quanto dal cielo, fra i quali ad esser più agguerriti e temuti sono, tutti endemici del Madagascar, il Fossa, Cryptoprocta ferox, mammifero e predatore carnivoro al vertice della catena alimentare la cui snella morfologia rammenta quella di un piccolo puma — sciaguratamente per i lemuri, gli stessi rappresentando il suo pasto prediletto da procurarsi cacciandoli, sia sul suolo che in arrampicata sugli alberi, con la celerità a lui permessa da una corporeità allungata alla quale a garantire straordinario equilibrio è la lunghissima coda — il gufo e la poiana malgasci, rispettivamente Asio madascariensis e Buteo brachypterus, senza poi scordare quanto la minaccia d’estinzione sia sempre dietro l’angolo, non di rado per effetto di antropiche riduzioni degli habitat, causa principale a cui s’accodano smodate e irresponsabili deforestazioni, un insensibile bracconaggio e lo sconsiderato commercio come animali da compagnia, motivo per cui moltissime sono le iniziative volte alla salvaguardia della specie, come l’eco-turismo e il ricollocamento in riserve naturali.
 
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Fossa, Cryptoprocta ferox

 
Ulteriore filo rosso è la strenua protezione dei cuccioli, dei quali temerarie paladine sono le madri il cui ruolo, predominante sui maschi, si evince dalla conduzione di matrice matriarcale del gruppo, un’organizzazione sociale accuratamente scrutata e pionieristicamente portata alla ribalta della scienza, nel 1966, dalla primatologa e scrittrice di libri per l’infanzia Alison Bishop Jolly (1937-2014), ricercatrice sentitamente legata ad approfondimenti sulla biologia dei lemuri, dei quali ha tracciato esperienza in numerosi testi nei quali immortalare a scrittura i suoi lavori sul campo, primariamente quelli svolti all’interno della Berenty Reserve, una ridotta zona privata di foresta nella parte meridionale dell’isola e per encomiare l’entusiasta, esorbitante e seriamente impegnata dedizione della donna, ad un lemure microcebo, il Microcebus jollyae, della famiglia Cheirogaleidae, nel 2006 è stato dato il suo nome in degna riconoscenza.
 
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Microcebus jollyae

 
L’aver portato alla luce il sistema matriarcale dei lemuri da parte della perspicace Alison fu una prima staffetta fra più ricercatori che, da quel momento in poi, ampliarono quello che venne valutato essere aspetto generalizzato dei suddetti animali, di cui si teorizzarono più motivazioni, annoverano fra le ipotesi:

una cessione del dominio da parte dei maschi affinché le madri, crescendo in maniera libera e ottimale i cuccioli, riescano a garantire loro maggior sopravvivenza;

una strategica tecnica delle femmine allo scopo di tenere testa ai maschi nella personale scelta del soggetto con il quale concepire, così scongiurando un’esagerata richiesta riproduttiva;

una scelta maschile “di comodo” dettata dal desiderio di evitare spossanti rivalità in vista dell’accoppiamento.

In linea di massima i lemuri sono monogami, mentre il periodo di riproduzione cambia in base alla specie, tuttavia atteggiamenti dei rituali d’accoppiamento sono trasversali, come ad esempio il produrre, ad inizio corteggiamento, determinate essenze da parte dei maschi, in fede ai periodi addolcendole e aumentandone l’aroma floreale e fruttato, in relazione direttamente proporzionale al testosterone prodotto, una volta andato a buon fine il concepimento instaurandosi una gravidanza della durata di due/cinque mesi, al termine della quale viene alla luce un solo cucciolo, ben presto conscio dell’enorme quantità d’affetto a lui destinata, il piccolo aggrappandosi alla pancia della mamma per il primo trimestre di vita, fino a raggiunta capacità di cavalcarla sulla schiena, mai mancando di restarle comunque letteralmente appiccicato fino alla conquista dell’indipendenza.

Il lemure è un essere vivente manifestante socialità in maniera del tutto personale e in uno studio condotto dalla ricercatrice e biologa evolutiva Ipek G. Kulahci sull’individualità dei lemuri per effetto della loro capacità d’interazione, riportando deduzioni scaturite dall’osservazione, durata un paio d’anni, di lemuri dalla coda ad anelli — il Lemur catta binominato da Linnaeus — nel Duke Lemur Center del North Carolina e al St. Catherines Island Lemur Program in Geeorgia, dimostrando come gli esemplari fossero esattamente in grado di selezionare le proprie amicizie, intraprendendo soddisfacenti relazioni con alcuni lemuri rispetto ad altri, predisposizione dalla scienziata ritenuta di significativa importanza, sullo sfondo di un benessere psicofisico derivante dalle connessioni instaurate e legami d’amicizia particolarmente importanti quando condizioni ambientali che richiedano sforzi d’adattamento, si possano affrontare facendo forza dell’unione.

Il Catta, altresì Katta, esponente della famiglia Lemuridae, deve il suo soprannome alla lunga coda contrassegnata dagli anelli bianchi e neri perfettamente intervallati, in parte terminale di un corpo longilineo dal grigio mantello, mentre torace, ventre, collo, aree del muso e parte inferiore delle zampe biancastra, a decorarne lo sguardo due occhi azzurri, che in età adulta assumono una colorazione fra il giallo e l’arancio, nel suo complesso la corporatura, fra i 5 e i 6 kg di peso, per una lunghezza di 40/50 cm, simile a quella d’un gatto domestico.
 

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Catta

 
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Catta

 
Specie diurna e prevalentemente frugivora, mai comunque disprezzando insetti, foglie e semi, il catta vive quasi sempre a terra, deambulando su quattro zampe sebbene sappia erigersi e stare seduto, il relativo gruppo arrivando a contare una trentina d’individui e la specie la più popolare a seguito del film d’animazione, con successiva serie, Madagascar, proiettato nel 2005 e prodotto dallo studio cinematografico statunitense Dream Works Animation, pellicola con estremo favore accolta e con protagonista, nella miriade d’animali in veste d’attori, il quartetto formato dal vitale, accentratore, vanesio e iellato leone africano Alex, dalla speranzoso, risoluto e visionario Marty la zebra, dall’ipocondriaco e timoroso Melman, maschio di giraffa reticolata, dall’ippopotamo femmina Gloria, superba, ottimista, divertente, decisa e amorevole mente del gruppo e dall’assolutistico, flemmatico, inflessibile e acuto pinguino Skipper.

In evidenza fra ulteriori personaggi minori e antagonisti vari, come comprimari spiccano — oltre ad altri tre pinguini nelle figure dell’ingegnoso Kowalski, del dolce e ricettivo Soldato e del guerriero Rico — il celebrato trio di lemuri composto dal festaiolo catta King Julien XIII e dai fedeli Maurice, aye-aye, e nel socievole, emotivo e altruista Mortino, microcebo pigmeo, una frastornante combriccola che s’avvicenda sulle peripezie di Marty la quale, soffocata nella sua libertà dai confini dello zoo, scappa sull’idea d’evasione di cui fautori i pinguini che già avevano tentato impresa scavando e ritrovandosi nel suo recinto invece che oltre le recinzioni; dopo la fuga della zebra saranno Alex, Melman e Gloria ad andarla a cercare, per varie peripezie i quattro ritrovandosi in Madagascar e fra lemuri, perseguitati dai Fossa, che vivono sopra un gigantesco baobab, da qui la pellicola sviluppandosi in intricate vicissitudini che i sette condivideranno intersecando le loro personalità, divertendo il pubblico e portandolo a riflessione su varie questioni esistenziali, in primis il valore dell’amicizia e della libertà.

In salto dalla fantasia alla realtà, riflettendo sul miracoloso evolversi dei lemuri nel corso dei secoli, in più specie, differenziandosi nei colori e negli atteggiamenti, pur conservando esplicito ed interiore legame, in un’isola conquistata a bordo di teorie, non può che emergere splendore e valenza della loro presenza sul Pianeta ed altresì di qualsiasi animale, indubbi insegnanti per chiunque sappia aprire le porte del cuore e della mente al creato, con esso interagendo in riguardosa e sincera considerazione.

La compassione e l’empatia per il più piccolo degli animali
è una delle più nobili virtù che un uomo possa ricevere in dono.
Charles Darwin