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Fenicotteri: il fascino e l’eleganza dei variopinti trampolieri

 
Come nella tavolozza dei colori muove setole il pittore nel desio di fissare a tela le sfumature del rosato tramonto in cui la sfera solare si fa gentile materia di miscela alle nubi sullo sfondo celeste, con medesimo trasporto deve aver operato Madre Natura nell’adagiar rosacea nuance fra il soffice piumaggio del fenicottero suo figlio, soave creatura dall’incantevole portamento, colmo di raffinata e delicata poetica.

Era il suo corpo fatto di penne
eran di petalo le sue ali
era una rosa che volava diretta verso la dolcezza.
 Ho abbandonato quelle regioni
mi son vestito di frac e di ferro
m’hanno morso molti dolori
ma nel fondo di me stesso
come in quel lago sperduto
continua a vivere la visione d’un uccello
o angelo indelebile che trasformò
la luce del giorno
con lo splendore della sua presenza
ed il suo roseo movimento.
Pablo Neruda, Flamenco

 

Sua Maestà, il Fenicottero

Natura e curiosità sui fenicotteri, imponenti quanto aggraziate creature, abitanti la Terra da oltre cinquanta milioni di anni • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
 
I fenicotteri sono una fra le specie d’uccelli più antica, verosimilmente databile all’era Cenozoica*, indi all’incirca cinquanta milioni di anni fa; numerosi sono i fossili riferibili all’Oligocene*, rinvenuti in Australia, Europa e America del Nord, ma è il Phoenicopterus croizeti, i cui resti sono stati scoperti in terreni dell’Oligocene in Francia, ad essere il più morfologicamente simile all’odierno.

Tre sono i generi Phoenicopterus nel livello tassonomico raggruppante sei specie, ovvero:

Phoenicopterus roseus (Peter Simon Pallas*, 1811) o Fenicottero rosa;

 Phoenicopterus ruber (Carl Nilsson Linnaneus, 1758) o Fenicottero caraibico/americano;

 Phoenicopterus chilensis (Juan Ignacio Molina, 1782) o Fenicottero cileno;

 Phoeniconaias minor (Étienne Geoffroy Saint-Hilaire, 1798) o Fenicottero minore;

 Phoenicoparrus jamesi (Philip Lutley Sclater, 1886) o Fenicottero di James;

 Phoenicoparrus andinus (Rodolfo Amando Philippi, 1811) o Fenicottero andino;

Scientificamente classificato come Phoenicopterus roseus dal biologo, botanico e zoologo tedesco Peter Simin Pallas (1741-1811), il fenicottero rosa, anche detto “fenicottero maggiore”, è uccello di notevoli dimensioni la cui distribuzione abbraccia principalmente i territori asiatici ed africani e l’unica specie a nidificare anche in Europa; lo si può trovare in Spagna, Francia, Albania, Grecia e Portogallo, con diffusione sul territorio italiano nella regione romagnola, sarda, sicula, pugliese e, benché più raramente, in Veneto e Toscana.

Imponente nell’apertura alare, che può arrivare fino ai 165 centimetri, esso vanta un peso che oscilla fra i due ed i tre chilogrammi circa, per le femmine, tra i tre ed i quattro, per i maschi, mentre le piume sono simili in entrambi i sessi; l’arco vitale, secondo dati d’inanellamento, ovvero la tecnica che permette di tracciare i volatili e ricavarne informazioni ornitologiche tramite l’applicazione sulle loro zampe di un piccolo anello metallico, o di una minuscola targhetta di plastica, si estende su poco meno di tre decenni, sebbene in taluni esemplari cresciuti in cattività sia stato raggiunto il record del settantennio di vita.
 
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Il corpo, che raggiunge altezze fino al metro e mezzo, è di forma ovoidale, raccolto su zampe sottili e molto lunghe, la cui base palmata gli permette di muoversi su terreni fangosi senza in tal modo correre il rischio di sprofondarvi e riuscendo di conseguenza a cibarsi abilmente scovando il proprio nutrimento nella ricca fanghiglia, passeggiando lentamente in fase di approvvigionamento; il collo completa la silhouette in maniera elegante, svettando fiero e sottile verso il cielo, turchina atmosfera che in fase di volo, o migrazione, lo vede distendersi completamente insieme ad ali e zampe, con robusto becco rosa, nero in punta, rivolto al basso.

La colorazione dell’ammaliante specie appartenente alla famiglia dei Phoenicopteridae si manifesta in tutto il suo splendore cromatico in età adulta, nei fenicotteri più giovani sono infatti predominanti sfumature che s’amalgamano a fil di pelle nelle tonalità del bianco-bruno, con punte di grigiastro e sono appunto le abitudini alimentari a variarne nel tempo le piumose gradazioni che ne manifestano lo stato di salute in maniera direttamente proporzionale all’intensità delle stesse.

Il fenicottero rosa si ciba specialmente di piccoli invertebrati, cianobatteri, alghe diatomee (microalghe unicellulari d’acqua dolci e marine), frammenti di piante acquatiche, molluschi, larve dell’insetto Chironomus, piccoli crostacei planctonici; taluni di questi alimenti contengono elevate quantità di betacarotene, come ad esempio l’Artemide salina, così chiamata in quanto capace di colonizzare in ambienti ad alta salinità, solitamente ostili alla sopravvivenza. Il pigmento rosso-arancio del composto organico, una volta assimilato, si deposita dunque nelle piume in cui avviene la magica metamorfosi tonale; il nutrimento avviene per filtraggio, particolare tecnica che l’uccello, dopo aver accuratamente ripulito l’imminente pasto da fango e residui di silice, mette in pratica a becco capovolto aiutandosi con le minuscole strutture pelose che lo rivestono, denominate “lamelle”, situate fra mascella e mandibola, attraverso le quali l’acqua, precedentemente pompata dalla lingua, fuoriesce rilasciando i microorganismi in essa contenuti.
 
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La posizione assunta durante i pasti è alquanto bizzarra, il volatile si posiziona infatti su una sola zampa, inglobando l’altra nel ventre e rimanendo in perfetto equilibrio nell’intera fase di nutrimento; un tocco di meraviglia allo sguardo, con pizzicor di core, il poter assistere al suo peculiare rifocillarsi, quasi fosse una sorta d’armonico funambolismo sulle tinte calde dell’arcobaleno.
 
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Colori che al variopinto piumaggio non servono esclusivamente per confermare l’ottimo stato di salute della creatura, ma che si fanno acceso richiamo d’Amore alla vista degli spasimanti in ricerca d’unione, una danza in tutta rositudine che i pretendenti mettono in atto in periodo primaverile, schierandosi in una sontuosa sfilata di gruppo durante la quale i maschi, in ritmica ritualità collettiva, allargano le ali esponendo alla vista la parte nero rossastra delle piume inferiori, allungano il collo ruotandolo in sincronia con i compagni ed inchinandosi di fronte alla rosata dama, nell’intento di condurla in amoroso ballo, con la grazia tipica dei ballatori di flamenco; la femmina, garbatamente sedotta, cede al corteggiamento e s’accoppia, nella meraviglia dell’atto più antico del mondo, fra sensuali penne ed inno alla vita.
 
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A scintilla esplosa fra i due esemplari di sesso opposto, la cui maturità sessuale viene raggiunta fra i due ed i cinque anni d’età, con capacità di riproduzione generalmente a partire dal sesto anno di vita, la femmina si discosta dal gruppo ed il maschio fa altrettanto, abbandonando la parata e seguendola nell’imminente concretizzarsi della natural unione dalla quale originerà la magia del concepimento, attuato in una sorta della di lei sensual resa, manifestata abbassando la testa ed allargando le ali, nell’invitar lo spasimante all’intimo atto che li legherà oltre carnalità, essendo la specie propensa ad instaurare legami monogami, generalmente della durata di anni o comunque per tutto il periodo d’incubazione delle uova, amorevolmente e responsabilmente condiviso.

La meticolosa preparazione del nido, semplice accumulo di fango dalla conica forma rimembrante le torri nuragiche e dall’altezza d’una quarantina di centimetri circa, incavato sul vertice in premuroso istinto d’accoglienza, avviene in reciproca collaborazione adagiante al suo interno rametti, fili d’erba o piume a costituirne il futuro ed ospitale giaciglio; la postazione prescelta prevede estuari, zone costiere, acque di laguna poco profonde, salate, alcaline e salmastri, fra le quali la coppia inizierà ad accovacciarsi ancor prima della nascita dell’uovo, in una sorta di sperimentazione all’imminente ruolo genitoriale.
 
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Unico è l’uovo deposto, delle dimensioni d’un’arancia, inizialmente azzurrino, ma candido all’aspetto in quanto ricoperto da strato gessoso, in seguito grigiognolo e punteggiato, covato in alternanza fra maschio e femmina per circa un mese, nel solerte interesse d’entrambi a mantenerne la temperatura costante, girandolo delicatamente di tanto in tanto, con gentilezza di becco e zampe, le medesime che il dolce pulcino dal bianco piumaggio e dal minuscolo becco, presenterà al mondo corte e rosate, per la prima decina di giorni circa accovacciate in tutta sicurezza e protezione fra le pareti del nido, poi condotte alla realtà del suolo in compagnia dei compagni neonati, sotto attenta supervisione dei genitori.
 
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L’attività di scoperta del mondo in compagnia è possibile in quanto le femmine di fenicottero nidificano a poca distanza fra loro, poi cortesemente sostenendosi nell’esperienza della maternità nel rendersi disponibili, insieme agli esemplari maschi, nell’alternarsi a ricoprire ruolo di vigilanza sui cuccioli impegnati nello spassoso sguazzar tra la fanghiglia dello stagno, mentre il resto degli adulti s’allontana per cercar nutrimento da riportare la sera, fra la gratificazione dello svezzamento e la stanchezza della ricerca; i piccoli vengono sfamati becco a becco per il primo bi-trimestre, loro iniettando una sorta di fluido iperenergetico costituito da proteine, grassi e carboidrati, una sorta di “latte di gozzo” direttamente prodotto dallo sviluppo delle cellule epiteliali ricoprenti l’apparato digerente d’alcune tipologie di volatili. Tali cellule, analogamente alle mammarie mammifere, seppur con precise differenziazioni produttive, modificano la propria costituzione, per l’appunto trasformandosi nel tal latte, quando, raggiunto un determinato spessore sullo strato basale, dallo stesso si distaccando iniziando l’ammirevole metamorfosi su stimolo della prolattina, prezioso ormone che, allo stesso tempo, facilita il distacco dell’intera massa lipidica.

A tre mesi circa, poco più, poco meno, dal loro primo sguardo sul pianeta, i teneri piumati si saggeranno nella sublime ed invidiabile esperienza del volo, inconsapevoli di quanto il meraviglioso dono a lor concesso, in supremazia sull’uomo, di leggiadramente e beatamente librarsi nell’aria, sia futura possibilità di solcar l’infinità celeste, nell’attività migratoria, loro peculiare caratteristica agli studiosi facilmente tracciabile grazie alla pratica d’inanellamento succitata, importante tecnica per la prima volta sperimentata in Camargue, verso la metà del secolo scorso.
 
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Sia per quanto riguarda il lor fascinoso migrar che per quanto concerne la vita a fil di terra, i fenicotteri rosa sono specie gregaria e mirabilmente cooperativa, la nidificazione stessa rappresenta l’apice d’uno spirito d’aggregazione che prevede l’adunarsi d’immense colonie all’interno delle quali la gravidanza diviene ancestrale anello di congiunzione fra specie, in ecosistemica simbiosi alla sacralità della natura, la stessa che durante il lungo ed irregolare errar fra nubi e cieli gli stessi possono osservare ad ampio raggio da elevate vedute, fissando allo sguardo le immagini nel giallo intenso dello loro iridi.
 
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La socialità loro innata si fa inoltre protettiva sul naturale rischio d’estinzione, considerando infatti che la maturità sessuale raggiunta al quinquennio ed il rapporto di coppia di tipo monogamico non giochino a favore della frequenza di riproduzione, la condivisione nell’accudimento dei cuccioli, collaborando strettamente fra la ricerca del cibo e la gestione degli stessi, ne garantisce la sopravvivenza; carezzante mano di Madre Natura, inoltre, sovviene all’eventuale perdita dell’unico uovo deposto, dotando la madre della possibilità di deporne un secondo entro due settimane dal primo, a dimostrazione di quanto il suscettibile equilibrio dei biosistemi possa provvedere a se stesso, se non minato da sciagurato, deleterio ed incosciente intervento antropico.
 
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Ulteriore evoluzione del volatile è la capacità, attraverso un verso molto sonoro, di produrre vocalizzazioni al fin di riconoscersi con i propri figlioli, appunto in quanto nascituri affianco a numerosi altri nidi; ma non solo, i versi maschili raggiungono infatti elevate tonalità nasali, balbettanti, durante la fase di corteggiamento, mentre l’intero gruppo, sia in fase di volo che in percezione di pericolo, dà sfogo a schiamazzi molto potenti, simili allo starnazzar delle oche.

Un arco vitale, quello del fenicottero, indubbiamente caratterizzato da colori, melodie, sentimenti, trasmigrazioni, un posarsi sulla crosta terrestre vivendola in assoluto riguardo e sulla stessa abbandonandosi a momenti di meritato riposo in maniera alquanto curiosa, ovvero raggomitolandosi su stessi, nascondendo il capo e ritraendo una gamba, dormendo sull’altra, alla vista parendo strambi alberelli dalle sfumature dei ciliegi in fiore, con delicato e fragile tronco, radicato sotto la superficie dell’acqua; differenti sono le tesi avanzate allo scopo di spiegare scientificamente codesto comportamento, tuttavia non ancor giungendo ad empirica ed assoluta verità le stesse. Alcune delle ipotesi sostengono che l’atteggiamento possa venir messo in atto per mantenere costante la temperatura corporea nel porre un’unica zampa sul terreno, pertanto assorbendo minor quantità di freddo; oppure al fine di lenir la stanchezza muscolare alternando ambedue le zampe.

Supposizioni frequentemente contestate in quanto lo star posizionati su un’unica zampa necessiterebbe comunque d’un immane fatica muscolare, messa in atto all’aggiunta necessità di mantenere l’equilibrio, di conseguenza consumando la medesima energia che si vorrebbe tenere in corpo, con derivato dispendio di temperatura corporea.

Un gioco che non varrebbe dunque la candela e che taluni scienziati hanno voluto analizzare per entrar in maniera approfondita sull’argomento, indi scoprendo, tramite analisi di scheletri e posizionamento dei volatili su piattaforme atte a valutare i bilanciamenti, che le ossa delle zampe, qualora posizionate perfettamente dritte, entrano in una sorta di bloccaggio delle articolazioni che favorisce lo star in posizione eretta, inoltre, l’esperimento condotto sulle piattaforme, ha rivelato nei fenicotteri una stabilità di sette volte maggiore della fase di sonno, rispetto a quella di veglia, concludendo che gli stessi siano geneticamente ed ambientalmente predisposti a calarsi fra le braccia di Hypnos rimanendo eretti.
 

Nessun uccello vola appena nato, ma arriva il momento in cui il richiamo dell’aria è più forte della paura di cadere e allora la vita gli insegna a spiegare le ali.
Luis Sepúlveda

 
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Luoghi, mitologia e simbolismo

Molti sono nell’italica penisola i luoghi od i parchi dove potersi deliziare della vista del fenicottero rosa, a partir dai cagliaritani stagni in cui il lo strabiliante pennuto è ormai presenza fissa, proseguendo per le pugliesi Saline di Margherita di Savoia, o ancora nella tarantina Salina dei Monaci ed altro ancora, fino a far tappa nell’interessante, sia dal punto di vista storico che evolutivo, riserva sicula Saline di Priolo, in provincia di Siracusa, fondata nel 2000 dalla regione Sicilia ed amministrata dalla LIPU, la Lega Italiana Protezione Uccelli.

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Saline di Priolo

Il magnifico territorio in questione, severamente protetto per salvaguardarne l’incredibile biodiversità, colpisce per la sua assoluta bellezza naturale, a maggior ragione considerando il fatto che la stessa sia situata in una zona ad alta densità industriale, in particolar modo per attività di raffinazione petrolifera, motivo per cui stupisce maggiormente il fatto che quest’anno vi abbiano nidificato più d’ottocento coppie di fenicotteri, forse rassicurati dall’allentarsi della pressione dell’uomo sull’ambiente inevitabilmente conseguito all’imposto lockdow per Covid-19.

Unico luogo, in Sicilia, idoneo alla nidificazione della tal specie, il quasi raddoppio delle nidificazioni, verificatosi quest’anno rispetto al precedente, ha concesso l’entusiasmante esperienza del veder argini naturali pullular di nidi ed ancor gli stessi sorgere sulle isole artificiali, in piena capacità d’adattamento ed accettazione dell’opera umana, qualora ben intenzionata e salutare, ed il ripopolamento in atto, già di per sé di smisurato valore ecologico, assume ancor più importanza in considerazione del fatto esser stata la riserva, nel 2019, gravemente offesa da un devastante incendio; numerose le donazioni devolute alla causa, la maggior parte provenienti dal polo industriale locale, in cooperazione all’amministrazione comunale.

Focose ed impietose fiamme abbattutesi su fauna e flora le quali, al successivo e massiccio giungere dei fenicotteri rosa riagganciano indirettamente il mito agli stessi da sempre accostato, ovvero quello della fenice che rinasce dalle proprie ceneri, sottile filo rosso teso tra il volatile ed il mito a partir dalla tonalità del suo piumaggio, nell’etimologia greca definito “piume di porpora” dall’unione delle due parole phoinix (porpora o fenice) e pteron (penne), oppure in rimando all’impresa di qualche impavido fenicottero rosa che parrebbe aver avuto il coraggio di penetrare l’ostili, nefaste e saline acque d’origine vulcanica del Lago di Natron, nella Tanzania settentrionale, ed ivi deporre le proprie uova fra calor e color di fuoco del Vulcano Gelai.
 

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Lago Natron

 
Ulteriore simbologia, di mitologica derivazione greca, rimanda alla ninfa Cenis, colei che, posseduta dal dio del mare Poseidone, alla di lui richiesta d’esprimergli un desiderio come dono d’Amore che lo stesso avrebbe voluto farle, rispose con la dichiarata aspirazione a divenir uomo ed infallibile guerriero, venendo indi trasformata in Ceneo, colui che si rivelò effettivamente valoroso armigero, guidando eserciti e donando vita ad un figlio, Corono, partecipante alla spedizione degli Argonauti (coloro che sotto la guida di Giasone, a bordo della nave Argo, s’avventurarono alla conquista del “vello d’oro”) ed ucciso anni dopo dall’eroe Eracle.

Forte delle sue incessanti vittorie, superbia germinò nel cuore di Ceneo, fin al punto da conficcar una lancia al centro della piazza cittadina e pretendere che la stessa venisse venerata, in omaggio alla sua potenza e gloria. A conseguenza di ciò, Zeus, padre di tutti gli dèi, s’adirò ed ordinò ai centauri d’ucciderlo, come avvenne; dopo iniziale ed incredibile resistenza di Ceneo, lo stesso venne annientato a colpi di tronchi d’albero e pietre che, sotterrandolo, lo soffocarono.

La sua rinascita si verificò tramite metamorfosi in uno splendido uccello dalle ali ramate.

Lontani frammenti di storica narrazione ne narrano esperienze alquanto infelici, ovvero l’esser prelibato cibo per gli antichi Romani oppure strumento musicale per i Sardi, i quali ne utilizzarono i femori per costruir le tipiche launeddas, antichissimo strumento a fiato per il quale attualmente vengono utilizzate canne di palude; inversamente a lui devoti gli antichi Egizi, per i quali il fenicottero era venerato come animale sacro, in devozione a Rê (o Ra), divinità del sole della remota cittadina d’Eliopoli.
 

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Vaso egiziano in argilla risalente al periodo predinastico di Naqada II, ca. 3500-3300 a.C.


 

Di divinità in divinità, è nell’Induismo che il fenicottero rosa raggiunge il culmine della sua valenza simbolica, atta a concretizzarsi in esempio agli umani occhi tramite la sua fine determinazione nel tendere alla luce attraverso le tenebre, nel caparbio risvolto dell’animo di scrollarsi di dosso qualsiasi oscurità, rinascendo ad alba dopo ogni tramonto.

La sfera emotiva è solleticata dal suo profondo rapporto con l’acqua, dono della natura sua sorella alla quale affidare lo schiudersi alla vita dei propri cuccioli, da Amare ed accudire con sentito e nobile spirito di fraternità, in fidente riporsi all’interno del gruppo di riferimento, dunque allontanando ogni sentimento negativo d’invidia e rivalsa, al contrario carpendo dalla relazione il suo intrinseco valore di reciproco arricchimento, sicché ricevendo-donandosi, nella purezza dell’esistenza.
 
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Sommo insegnamento giunge da Madre Natura, colei che si fa inestimabile scrigno d’emozioni ed esempio, oltre che costante monito alle coscienze nel suo latrar insofferenza nei confronti dello sfregio umano, qualora spina nel cuore di tutto il suo creato.

Maternità, altruismo, amicizia, sincerità, sensibilità, ardimento, son solo alcuni degli aspetti stimolanti le riflessioni che il fenicottero rosa ha il potere di suscitare in coloro che decidano d’intraprendere un’evoluzione dell’anima, a partir dalla contemplazione delle sue gesta, ascoltandone i richiami fra simili ed inoltre lasciandosi sedurre senza presunzione alcuna al suo esplodere in rosata nuances la propria beltà, interiore ed esteriore.

Nel variopinto incanto di tutte le sfaccettature cromatiche esistenti, il rosa s’erge a simbolo di tenerezza, innocenza, mitezza, positività, ma, al di là dell’interpretazioni lui date dall’umanità tutta, esplosione prima appartiene ai profumati petali dei fiori, alle nubi in romantico sfumarsi sul cielo al calar del sole, così come all’ali delle farfalle od ai granelli di sabbia di rare spiagge offerte in dono come tiepide polveri di montagna, in attesa dell’onde a rinfrescarne la calura.
 
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Rosa è il colore per antonomasia attribuito alla femminilità, alle donne che d’amabile soavità san far consapevole esistenza in fede all’eufonico stile di vita, alla piacevolezza d’un bacio, alla garbatezza d’un sorriso, alla resiliente ostinazione a credere ad un futuro sempre più roseo, magari adagiandosi naso all’insù nell’osservar la migrazione dei fenicotteri, rubando lor più grazia possibile, da tener stretta a sé fra un passo e l’altro, in cocciuta fede al domani.

Io credo nel rosa.
Io credo nel baciare, baciare un sacco.
Io credo che ridere sia il modo migliore per bruciare calorie.
Io credo nell’essere forti quando tutto sembra andare male.
Io credo che le ragazze felici siano le più carine,
Io credo che domani sarà un altro giorno,
Ed io credo nei miracoli.
Audrey Hepburn


 
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* Il Cenozoico, quarta delle cinque suddivisioni della storia geologica terrestre, il cui intervallo di tempo è compreso fra i sessantacinque milioni ed i due milioni di anni fa.

* L’Oligocene, terza epoca del periodo Paleogene dell’era cenozoica.

* Peter Simon Pallas: Il botanico, zoologo e biologo tedesco Peter Simon Pallas (1741-1811), uno dei più autorevoli esploratori del diciottesimo secolo, una volta conseguita laurea in Scienze biologiche affinò conoscenza e passione scientifica nell’intraprendere numerose spedizioni in Russia e fu nella regione siberica che il naturalista ebbe occasione d’incontrare varie specie d’uccelli a cui diede nome, come nel caso del Phoenicopterus roseus, e delle quali descrisse dettagliatamente nell’opera Zoographia Rossiae asiaticae, del 1811.