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Elefanti: nozioni e curiosità su animali straordinari

Il grande elefante ha per natura quel che raro negli omini si truova, cioè probità, prudenzia e equità.
Leonardo da Vinci (1452-1519), Bestiario, 1494 (Codice H)

 

Simbolo per eccellenza di saggezza, potenza e longevità, gli elefanti sono animali colmi di virtù, dal proverbiale talento mnemonico alle sorprendenti facoltà intellettive, fino alla sconfinata capacità di donare amore • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Salvador Dalí (1904-1989)
Gli Elefanti (1948), Collezione privata

 
Simbolo per eccellenza di saggezza, potenza e longevità, gli elefanti sono animali colmi di virtù, dal proverbiale talento mnemonico alle sorprendenti facoltà intellettive, fino alla sconfinata capacità di donare amore • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Rembrandt Harmenszoon van Rijn (1606-1669)
Elefante Asiatico, 1637, British Museum

 
Appartenenti alla famiglia Elephantidae, gli elefanti sono i più grandi mammiferi viventi, in grado di raggiungere i 50 quintali di peso e i 3 metri di altezza, per una massiccia corporatura con una lunga e sottile coda, con un ciuffo finale dai rigidi peli, un corto collo, due piccoli occhi ed una testa voluminosa, la cui peculiare caratteristica è una lunga proboscide, alle estremità della quale si trovano le narici e due denti incisivi a crescita continua, ben conosciuti come zanne. La proboscide è di fondamentale importanza ed utilità per gli elefanti, avendo funzione olfattiva e tattile ed essendo costituita da una moltitudine di muscoli circolari e longitudinali, la cui divisione in migliaia di fasci distinti consente all’animale ampia possibilità di presa, sostituendo nell’atto dell’afferrare l’azione che, nell’uomo, appartiene alle mani ed alle braccia; le zanne d’avorio, costituite da una solida struttura di fibre che conferisce loro resistenza e flessibilità, oltre ad essere prezioso strumento in aiuto alla proboscide in operazioni di sradicamento e trasporto, sono valido mezzo di difesa.

Le specie in cui si dividono sono l’elefante asiatico (Elephas maximus), l’elefante africano di foresta (Loxodonta cyclotis) e quello africano di savana (Loxodonta africana), fra loro distinguibili per le numerose differenze sul piano anatomico e tra le più evidenti, la mole, di gran lunga superiore nell’africano, esso difatti se mediamente raggiunge un’altezza di 3,5 metri e una lunghezza di 6,5 metri per altrettante tonnellate di peso, può arrivare a toccarne 8, quando l’asiatico, generalmente non supera i 5mila chili. Maggiori sono anche le dimensioni di orecchie e zanne, quest’ultime presenti in entrambi i sessi, mentre fra gli esemplari orientali le femmine ne sono prive, inoltre, sostanziale diversità è nella conformazione della miracolosa proboscide, vero e proprio arto supplementare utilizzato per raccogliere cibo, attingere acqua, irrorare la pelle ed all’estremità, a contornare le narici particolarmente sensibili, i mammiferi africani presentano due protuberanza digiformi, invece gli asiatici solamente una, nella parte superiore. Ad accomunare le famiglie, seppur in misura variabile, sono i corpulenti e lunghi arti, con pianta del piede piatta, dita prive di movimento ed unghie a forma di zoccolo, sebbene l’asiatico presenti 5 “zoccoli” anteriori e 4 posteriori, mentre nell’africano gli stessi possano essere 4 o 5 anteriori, 3 o 4 posteriori.
 

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Elefante africano di savana

 
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Elefante africano di foresta

 
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Elefante asiatico

 
Il cranio degli elefanti è di grandi dimensioni, seppur con un peso non eccessivo in quanto costituito da ossatura cava, tuttavia il loro cervello può pesare fino a 5 kg, il più consistente in natura e la loro memoria raggiunge primati difficilmente eguagliabili, da cui il proverbiale detto peraltro corroborato dalla scienza. L’innato talento mnemonico dei proboscidi consente loro di visualizzare e registrare con inverosimile esattezza volti, colori, luoghi, tragitti effettuati così riportandosi facilmente dove trovare viveri, acqua e acuta abilità, diviene favorevole nelle situazioni in cui debbano difendersi da predatori o eventuali bracconieri.

Congenita dote di ricordare, unita all’eccellente udito e olfatto, sovvengono ad una vista che tra i cinque sensi risulta il meno efficiente e, complice la scarsa mobilità della testa, preclude loro di perlustrare ad ampio raggio e in lontananza, aggiungendo difficoltà d’osservazione in condizioni d’oscurità, nonostante sia la fase notturna momento scelto per svolgere attività, per poi dedicare al riposo le ore comprese fra la tarda mattinata e il primo pomeriggio.

La riproduzione è abbastanza limitata, essendo che la gravidanza, della durata di circa 22 mesi, oltre ad avvenire dalla prima decade di vita in poi, si conclude con la nascita di un solo cucciolo (rarissimi sono i parti gemellari) e circa 3 anni d’attesa per la successiva, che divengo un lustro fra un parto e l’altro, fattore di non poco conto se si valuta il rischio d’estinzione, con pedante ruolo del bracconaggio nel decimare esemplari senza remora alcuna, nell’effimera brama d’avorio.

Inoltre, salvo eccezioni, la parabola degli elefanti normalmente si conclude verso i 70 anni e la facoltà di procreare s’arresta al mezzo secolo, quindi generalmente, una femmina non partorisce più di 7 cuccioli nel corso di tutta la sua esistenza. Ulteriore delicatezza del percorso gestazionale riguarda le due stagioni di siccità che la futura madre si trova ad affrontare, greve alla stessa in misura maggiore rispetto ad altre specie animali provviste di folto pelo in quanto la sua pelle, nonostante lo spessore di quasi 5 cm, è dotata d’elevata sensibilità e necessita d’essere frequentemente bagnata per favorire una costante dispersione del calore.

La lunga durata della gestazione permette ai piccoli elefanti di nascere con un cervello degnamente sviluppato, assicurando loro, fin dalla nascita, un’ampia probabilità di sopravvivenza, nonché un’armonica integrazione nelle strutture gerarchiche del gruppo, oltre che ad una fisicità in grado di reggere i frequenti spostamenti dello stesso.

L’allattamento materno dura almeno sei mesi, nonostante vi siano casi in cui si sia protratto per molto più tempo, instaurando fra la madre ed il cucciolo un empatico rapporto fra nutrimento ed affetto, addolcito dalla tenera e singolare consuetudine dell’elefantino di poppare la proboscide, pari all’abitudine dei neonati di suggere il pollice.
 
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Le attuali caratteristiche fisiche dei pachidermi sono ovviamente conseguenti dalla loro evoluzione nel corso del tempo, a partire dagli antichi esemplari, i Moeritherium, vissuti nella zona settentrionale africana ben 50 milioni di anni prima, sprovvisti di proboscide e con orecchie minuscole, passando per esemplari modificatisi nel corso delle varie ere fino ad arrivare, 2 milioni di anni fa circa, alla succitata famiglia Elephantidae, dalla quale discesero i mastodontici mammuth ed infine gli esemplari dei nostri giorni, con differenziazione filogenetica, tra gli elefanti indiani ed africani, attuatasi nel Pleistocene.
 

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Moeritherium

 

Abitudini e curiosità sugli elefanti

L’elefante è rigorosamente vegetariano e, data l’imponenza, ingenti sono le quantità di cibo assunto quotidianamente, riuscendo a consumare fino a quattro quintali di verdure scelte fra bacche, germogli, foglie e rametti, aggiungendo al banchetto quasi 150 litri di acqua, cercata nei vari corsi in un susseguirsi migrazioni attuate coprendo giornalmente notevoli distanze in virtù della capacità di percorrere lunghi tratti mantenendo una discreta velocità, in quanto, pur non essendo adatti ad andare di galoppo, ondeggianti e con il capo ciondolante quasi imitando il gesto d’un vecchio sconsolato mentre osserva un mondo da ricostruire, possono marciare sfiorando i 20 km/h e a dispetto delle apparenze, sfoggiano persino una spiccata agilità.
 

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©Sebastião Salgado

 
A guidare gli esodi sono le femmine, dette matriarche: determinano i percorsi da seguire, le modalità da attuare per affrontarli, accollandosi le problematicità dei soggetti più giovani e deboli del branco, solitamente costituito da membri consanguinei e dal quale i maschi si separano una volta compiuti 14/15 anni, motivo per cui nel clan rappresentano la minoranza. Raggiunte le tanto agognate oasi ristoratrici, gli elefanti non usano l’acqua esclusivamente per abbeverarsi, ma anche per giocare e divertirsi, quindi tuffandosi, immergendosi completamente e non ultimo, ricoprendosi di fango, pratica che permette all’animale di creare uno strato di palta sulla propria pelle, difesa e lenimento alle punture d’insetti, proteggendosi al contempo dai cocenti raggi solari.
 
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L’acqua è ulteriore legame fra esemplari che sono in grado di relazionarsi profondamente, addirittura riconoscendo i barriti l’un dell’altro e, piccola vanità, riconoscendo addirittura la propria immagine riflessa. Difatti, da un interessante esperimento condotto facendo specchiare tre elefantesse, dopo una prima e breve ispezione dello specchio, le stesse hanno indubbiamente dimostrato di essere perfettamente in grado d’identificarsi e non solo, perché gli atteggiamenti successivi si sono incentrati sull’evidente “sistemazione” della propria immagine, muovendo la bocca, modificandosi l’aspetto con i movimenti della proboscide e addirittura, in un caso, arrivando a togliersi un cerotto ch’era stato appositamente posizionato di nascosto per scoprirne la reazione alla vista.

Aggiuntivo e curioso episodio di misterioso significato quello in cui si è reso protagonista un elefante indiano che, filmato dai biologi del Wildlife Conservation Society’s India Programa Karnataka, nel parco del Nagarohole National Park and Tiger Reserve (anche detto Rajiv Gandhi, la più grande riserva protetta dell’India meridionale tra i Ghati occidentali e i monti Nilgiri), è stato sorpreso nell’atto di mettersi in bocca legna fumante per poi sbuffare enormi quantità di fumo, probabilmente una sconosciuta pratica d’automedicazione.

Oltre a buffi e divertenti narcisismi femminili e sperimentazioni con legname fumante, gli atteggiamenti degli elefanti manifestano una capacità intellettiva encomiabile, sublime nella misura interattiva che li rende abili imitatori dei suoni da loro percepiti, rendendoli propri ed utilizzandolo come segno d’appartenenza ad uno stesso gruppo.

Intimo legame che, nella fase di fine vita, prosegue con vere e proprie cerimonie eseguite alla morte di un componente del branco. Gli elefanti ne ricoprono il corpo con rami, fogliame, talvolta lo sotterrano e per un certo periodo tempo rimangono nei paraggi in una sorta di veglia e dedizione si accentua qualora a perire sia stata una matriarca.
 
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Una commovente ritualità dalla quale lasciarsi meravigliare, ma non stupire, essendo il mondo animale un meraviglioso universo troppo spesso offeso dall’uomo, una sfumatura d’emotività che la natura manifesta attraverso la sua fauna, accogliendo fra la propria terra un dolce animo il cui barrito ha cessato d’emettere suoni ed il cui corpo è premurosamente stato adagiato sul suo manto da fedeli compagni di vita ed avventura.

Dicono che in Africa, da qualche parte, gli elefanti hanno un cimitero segreto dove vanno a morire, a liberarsi dei loro corpi grigi raggrinziti, per volare via, finalmente spiriti leggeri.
Robert McCammon

 

Elefanti ed esseri umani

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©Gregory Colbert

 
Intelligenza, mole e forza dell’elefante sono state le principali caratteristiche che hanno portato l’uomo ad interagirne, sia a fini lavorativi che bellici, fin dall’antichità, fu infatti nella Valle dell’Indo che iniziarono i primi tentativi, circa 4000 anni fa, di domare elefanti selvatici, in seguito adoperati per variegati usi a vantaggio dell’uomo, in particolar modo per quanto riguarda l’elefante asiatico, sfruttato nell’agricoltura.

Dal punto di vista militare, per il cui ruolo vennero preferiti esclusivamente elefanti maschi, il primo utilizzo dei pachidermi, come narrato da testi sanscriti, risale al 1100 a.C., fino alla loro introduzione nell’esercito persiano, capeggiato dal re di Persia Dario I, come valido aiuto nei combattimenti.

Con balzo di due secoli, il primo esercito europeo a trovarsi di fronte a pachidermi in veste da guerra fu quello di Alessandro Magno nella Battaglia di Gaugamela, (o di Arbela), il conflitto, avvenuto in Iraq il 1° ottobre del 331 a.C. fra il Regno di Macedonia e l’Impero achemeniede di Dario III dove l’imperatore persiano schierò centralmente alle linee 15 elefanti che impressionarono l’esercito macedone, oltre a vantare un’impressionante superiorità numerica, di circa otto volte maggiore, fra cavalieri e fanti; tuttavia, nonostante i proboscidi avversari ed il minor numero di soldati, la capacità tecnica di Alessandro Magno ebbe la meglio e ad eclatante trionfo seguì usurpazione del trono avversario.

L’utilizzo degli elefanti come strumento di guerra si estese presto tempo anche in Occidente e lo sfruttamento divenne tale da cagionare l’estinzione della sottospecie nordafricana, anche detta “dell’Atlante”, il cui areale dal settentrione del continente giungeva sino alle odierne coste di Eritrea e Sudan.

Celebri imprese, fra le tante, in cui uomo ed elefante combatterono insieme ricordano un vittorioso Pirro, re dell’Epiro, prevalere sulle legioni romane nei primi scontri di Heraclea, nel 280 a.C., per poi, solo un anno dopo, nella Battaglia di Ascoli di Puglia, aver comunque la meglio su Roma, seppur lasciando sul campo una quantità smisurata di suoi soldati, causa la maggior resistenza degli avversari romani; medesima illusione d’essere infallibile grazie ai proboscidi fu quella del condottiero e politico cartaginese Annibale Barca, il quale, quand’ebbe a guidare il proprio esercito nella traversata delle Alpi all’alba della seconda guerra punica, portò a termine l’azione anche avvalendosi di trentasette esemplari, ma non immaginava che l’ausilio degli animali avrebbe poi perso nell’inverno successivo, a causa delle critiche condizioni climatiche. Soltanto il suo monumentale Surus, fedele compagno di tante battaglie resistette al gelo, elevandosi in tal modo ad eterna leggenda; però sorte non fu benevola e l’anno successivo, durante la discesa verso l’Etruria, l’eroico elefante si spense sopraffatto dagli stenti in una notte di sosta nei pressi della confluenza tra il fiume Trebbia e il torrente Aveto.
 

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Jacopo Ripanda (XV sec. – 1516 ca.)
Annibale varca le Alpi, 1508-1509, Palazzo dei Conservatori, Roma
©José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0

 
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Elefante Turrito in memoria di Annibale
Parco dei mostri di Bomarzo, Viterbo

 
Dopo aver abilmente compreso come spaventare i poveri animali, i romani, nei secoli successivi, vennero ampiamente utilizzati anche dagli stessi ed in seguito da numerosi imperatori e sultani, nel corso di vari periodi storici ed innumerevoli combattimenti, purtroppo sottomettendo alla barbarie umana gli innocenti quadrupedi, almeno fino all’avvento della polvere da sparo.

Fortunatamente il contesto bellico non è stato l’unica modalità di rapporto fra uomini ed elefanti.

Peculiare ed empatica interazione con gli stessi fu invidiabile esperienza del giovane ed esperto fotografo naturalista britannico Will Burrad-Lucas, che parte dell’infanzia trascorse in Tanzania, appassionandosi alla natura; nell’agosto del 2017, trovandosi in Kenya per catturare immagini dei maestosi e rari elefanti “big tusker”, ossia dalle lunghe zanne, da inserire poi in un libro, Lands of Giants, per un progetto con la Tsavo Trust, l’organizzazione no-profit keniota a tutela e sostegno della fauna e degli abitanti del luogo, si trovò a relazionare con un’anziana elefantessa che per oltre sei decadi aveva vissuto all’interno del parco nazionale dello Tsavo. Il primo contatto visivo portò all’uomo immenso stupore nel visionare un esemplare tanto imponente quanto aggraziato, di colei che si lasciò osservare e fotografare in completa serenità; soprannominata F_MU1, ad affascinare l’artista dell’obiettivo fu l’età dell’animale, di sessant’anni circa, rugosamente adagiata fra le pieghe della sua pelle a testimoniarne l’essere riuscita a rifuggire la crudele attività di bracconaggio, fortuito evento purtroppo non sufficiente ad allungarne ulteriormente l’esistenza in quanto, poco tempo dopo essere stata magnificamente immortalata dal fotografo, il pachiderma ha trovato la morte, probabilmente accelerata dalla seria situazione di siccità propria del territorio che ne accolse gli affascinanti barriti. Alla protettiva attività della Tsavo Trust si affianca quella della società Kenya Wildlife Service, fondata nel 1989 al fine di salvaguardare e coordinare ogni azione di difesa faunistica del luogo, oltre ad agire in prima linea affinché i regolamenti legiferati a tal proposito, vengano rispettati.
 

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Elefante “big tusker”

 
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Elefante “big tusker”

 
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F_MU1, ©Will Burrad-Lucas

 

Simbologia e leggende

Esseri viventi di emozionale spessore quanto sono stati, sono e saranno gli elefanti, sempre che l’umano sappia non interferire in modo deleterio sulla loro sopravvivenza, non possono essere esenti dall’esser correlati a simbologie o leggende di varia tipologia o provenienza.

Animale sacro per antonomasia, leggenda asiatica ne racconta l’antica capacità di volo, unita alla possibilità di cambiar forma al loro corpo, come fossero nuvole; secondo tale narrazione, un gruppo di elefanti un giorno volle trovare riparo sotto un albero, ma, discendendo dal cielo, ne ruppe sbadatamente un ramo che, cadendo, uccise alcuni discepoli che sotto la pianta erano riuniti insieme ad un saggio. Quest’ultimo, inviperito, maledì i quadrupedi volanti, obbligandoli a stare per sempre sulla terra ed a mantenere un’unica forma.

L’ampio utilizzo che le corti ne fecero domando il pachiderma ad essere cavalcato dai re, portò nel tempo a credere che la potenza dell’animale avesse una valenza ultraterrena, assegnandogli simbologie a protezione della longevità, della famiglia e della ricchezza, una positività racchiusa nelle sembianze che spesso divengono tatuaggi portafortuna.

Di buddista provenienza la convinzione che l’elefante bianco sia stato l’ultima incarnazione del Buddha prima della sua rinascita ad uomo; l’animale parve apparire in sogno alla madre, la regina Maya, reggendo con argentata proboscide un fiore di loto bianco, barrendo acutamente per tre volte e poi entrandole in grembo dal fianco destro. Dopo tale sogno, gli astrologi di corte profetizzarono la nascita di un valoroso profeta.
 

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Sogno di Maya

 
L’elefante bianco presenta un colorito epidermico non candido, ma leggermente più chiaro rispetto a quello dei suoi simili e tendente al rossastro, che diviene un rosa chiaro quando l’animale si bagna. Fin dai tempi antichi, in parecchi paesi dell’Asia, l’elefante bianco è considerato sacro e di buon auspicio, venerato come colui che rimuove ogni impedimento, portando agiatezza. La specie è rarissima e, nella rarità, comunque maggiormente riscontrabile in esemplari asiatici, più che negli africani, necessitando di premurose cure, considerata la maggior delicatezza della pelle.

Nel cristianesimo l’elefante rimanda alle virtù della castità e della moderazione, oltre che essere simbolo di Cristo nel pestare la serpe con le zampe, immagine frequentemente riproposta nelle raffigurazioni pittoriche del paradiso; altro racconto narra invece di un elefante ferito da un serpente che, cadendo, schiaccia il proprio nemico, allegorizzando la forza e l’impossibilità della sconfitta del divino ad opera del demonio.
 

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Elefante bianco

 
Una moltitudine di storie, reali od immaginarie, nelle quali i proboscidi sono protagonisti indiscussi, trasversali a paesi e religioni differenti, trovando punto comune nella convinzione che l’animale, nella realtà, racchiuda in sé innumerevoli qualità quali saggezza, fedeltà, perseveranza, longevità, intelligenza, nobiltà d’animo, sensibilità e svariate sfumature caratteriali che lo rendono essere vivente capace d’amare. Sono molti i gesti d’affetto nel branco ad aver convinto gli scienziati di quanto le relazioni al suo interno, oltre che gerarchiche, siano puramente affettive, come hanno scoperto il biologo ambientalista Joshua Plotnik e lo psicologo di primati Frans de Waal, della Emory University di Atlanta in Georgia, i quali, in pubblicazione sulla rivista scientifica Peer J, hanno esternato il risultato di lunghi e complessi studi sulle comunità di elefanti nelle riserve tailandesi. La convinzione dei due ricercatori era quella di poter far rientrare i proboscidi nel ristretto gruppo di animali che riescono ad empatizzare con altri esseri viventi, immedesimandosi nel dolore di un loro simile, capacità ampiamente dimostrata, in aggiunta alle decine di abilità già conosciute, come l’essere in grado di riconoscere le voci umane, nell’etnia e nel genere, memorizzandone i timbri a fini difensivi.

Un essere vivente meravigliosamente affascinante, la cui storia nei secoli, purtroppo, non racconta di bontà umana, ma di sfruttamento, ora come allora. E che siano antiche battaglie o recenti attività di bracconaggio poco importa, poiché è inaccettabile mancare di riguardo nei confronti d’una creatura tanto amabile, ingegnosa, altruista fino al punto d’arrivare ad adottare cuccioli orfani e a sacrificare la propria vita per i suoi cari, un animale dunque non solo degno del rispetto più assoluto, ma dal quale se ne dovrebbe carpire l’insegnamento più elevato.

Gli elefanti sono capaci di piangere, dice Darwin, di fare amicizia e di avvicinarsi ad ascoltare gli umani che cantano nella savana. Hanno un cervello simile al nostro, capace di ricordare, di complesse relazioni sociali e di grandi emozioni: possono provare terrore, compassione, coraggio. Si proteggono a vicenda, emettono un brontolio quando sono soddisfatti, comunicano su lunghe distanze con suoni molto bassi, una frequenza non udibile dagli umani.
Carlo Grande

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