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La civiltà della spazzatura: Tutto dipende da una festa?

 
 
Come è possibile che un paese ricco di tanta arte, cultura e bellezze naturali finisca invaso dalla spazzatura? Come può un paese, primo per interessi cultuali, tra i primi posti per siti dichiarati dall’Unesco patrimonio dell’umanità, primo per concentrazione di opere d’arte distribuite sul territorio, dare agli occhi del mondo questa immagine di sé?

Spazzatura Strada
SS 460 del Gran Paradiso, tra Leini e Lombardore

Parliamo di una terra che splende di architettura, pittura, scultura, musica, letteratura, arte gastronomica e tecniche ingegneristiche tra le più avanzate. Con un bagaglio di tali ricchezze è incredibile che non sia in grado di gestire i propri rifiuti. E’ un sintomo la cui ricerca della causa è forse da affidare alla psichiatria? Oppure alla medicina infantile?

E se tutto dipendesse da una festa?

Tra gli anni ‘50 e ‘60 l’Italia ha vissuto quel periodo storico denominato miracolo economico, effetto domino arrivato da altri paesi che l’hanno vissuto prima di noi e prima e meglio di noi hanno saputo gestirne le conseguenze.
Molti, credo per mancanza di una preparazione storica sulle dinamiche che gli eventi economici repentini (positivi e negativi) producono sulle società, non hanno considerato che quella festa non poteva durare per sempre. E, cosa più grave, ci ha portati dalla millenaria logica dell’usa e riusa finché è utilizzabile, a quella dell’usa, getta e ricompra. Oggi paghiamo le conseguenze, per non aver valutato ciò che di negativo può produrre il “voglio tutto e subito”.

Ma anche nell’ipotesi che una festa potesse durare per sempre, abbiamo sottovalutato il fatto che le feste producano spazzatura da smaltire e sostanze tossiche che l’organismo deve espellere con periodi di riposo fisico e mentale. Insomma dopo i festeggiamenti, che ci hanno abituati al dannoso sistema dell’usa e getta, bisognava ricominciare a coltivare un altro sogno: quello di ripulire il Paese dagli “excrementa” che la festa aveva prodotto. Cosa non facile da attuare, perché con la pancia piena e la mente offuscata non è facile nemmeno sognare.

Ci siamo abituati a consumare il necessario, l’utile, l’inutile, il superfluo e persino il dannoso. Sistema giustificato dall’industria e dalla politica, ma purtroppo condiviso anche da noi tutti. È necessario, dicevano e dicevamo, per mantenere posti di lavoro e aumentare il PIL. Ma questa logica non solo non ha mantenuto i posti di lavoro, ha trasformato l’uomo da beneficiario dei frutti del proprio lavoro a strumento per accrescere i consumi. In altre parole, abbiamo costruito un sistema che, mettendo il profitto come scopo primario, ha trasformato l’essere umano a macchina per produrre e consumare, inserendolo in un ingranaggio difettoso che lo degrada da fine a mezzo. Una società che persevera su questa strada farà la fine di un’automobile che, se pur di poco, aumentando sempre la velocità di marcia, non può che andarsi a schiantare, è solo questione di tempo; o come se un cuoco, in mancanza di materie prime, per non rinunciare al guadagno arrivasse a cucinare una parte del proprio corpo.

 

La ricerca della felicità

Penso che questa cattiva pratica sia una delle cause primarie di molti problemi che affliggono la nostra società.

La ricerca della felicità è un diritto a cui ogni essere umano, se ne sente il bisogno, deve aspirare. Ma l’errore, nella ricerca di questo bene supremo, è di cercarlo nei prodotti dell’industria. Gli oggetti industriali non possono creare felicità, semmai creano l’illusione di poterla comprare. Affidando all’industria e al commercio la realizzazione della felicità, inevitabilmente si finisce nella situazione in cui ci troviamo. Si potrebbe dire che siamo invasi dalla spazzatura perché avevamo il legittimo sogno di raggiungere la felicità.

Un ruolo molto importante, quanto dannoso, nella costruzione della civiltà della spazzatura, l’ha avuto l’utilizzo della plastica. Per l’uso quotidiano eccessivo che ne facciamo, ha invaso ogni angolo del Pianeta. Il vento, i fiumi, le correnti marine trasportano plastica ovunque. Ma l’azione più deplorevole l’ha causata l’uomo stesso, spargendo sostanze inquinanti ovunque, compresa la plastica. Non si trova più un angolo della Terra dove dentro un cespuglio o in uno stagno non ci sia una bottiglietta di plastica. Non trasportate soltanto dalle correnti, dai venti e da chi non si pone il problema dell’inquinamento, ma anche da tanti che si lamentano del sistema di raccolta che non funziona.

Un triste primato, considerando il numero di bottiglie di plastica mal utilizzate o abbandonate sul territorio (lo dico a malincuore), lo abbiamo affibbiato a Sorella Acqua. Al bene più grande, a cui si deve la vita, abbiamo dato l’onere sgradevole di aver contribuito a inquinare il Pianeta. Inoltre, usando contenitori in plastica anche per servirla a tavola, le abbiamo fatto perdere il suo aspetto argenteo che ad essa conferisce il vetro.
Con i rifiuti di plastica non ci siamo inquinati soltanto noi popoli che li costruiamo e usiamo, quelli differenziati li abbiamo spediti anche in depositi nei territori di popoli che non l’hanno mai prodotta. Bel regalo!

Molti giornali o trasmissioni radiofoniche e televisive pubblicano quotidianamente articoli sull’inquinamento da plastica. E tutti ci propinano focus su isole di plastica negli oceani.
Con la plastica non ci stiamo intossicando soltanto noi umani, ché ci siamo dati l’appellativo di Homo sapiens sapiens! Con la plastica, oltre l’inquinamento dei mari, abbiamo intossicato anche uccelli, roditori e insetti.
Chi ha la fortuna di frequentare boschi e campagne ha l’opportunità di notare come questi animaletti, ghiri, scoiattoli, topi, lumache e uccelli, sono stati anch’essi invasi dalla plastica. Dalle loro ataviche ecologiche tecniche di costruire i nidi con materiali organici quali pagliuzze, argilla, lana e piume, gli uccelli sono passati a raccogliere sgradevoli frammenti di plastica con cui tessono la struttura dei loro nidi.
 

Spazzatura Merli
Torino

 
Quando ho visto per la prima volta questo nido di merlo, ho sentito una specie di malessere allo stomaco. I pezzettini di plastica che gli uccelli trovano nel bosco, li scambiano per ciuffetti di lana che i rovi strappano alle pecore e li utilizzano per la costruzione del nido. Mentre gli uccelli di città li trovano tra l’erba dei giardini.

Ma perché i prati in città sono pieni di questi piccoli frammenti di plastica?

Sono anni che osservo e segnalo alle autorità preposte per questo servizio, la scarsa attenzione alla manutenzione nei giardini pubblici. I prati erbosi dei centri abitati sono disseminati di frammenti di plastica, perché questa non viene raccolta prima dello sfalcio. Quando la macchina tosaerba passa li frantuma, rendendo poi sempre più difficile la raccolta. Ma che fortuna! Ci sono gli uccelli spazzini!
Ghiri e scoiattoli, invece, sono loro stessi a spezzettarli e sotterrarli nei loro nidi. Mentre le povere lumache senza guscio si attaccano alla plastica come cozze allo scoglio. Fanno venire in mente quei poveri ragazzi che dalle bottiglie di plastica aspirano vapori di colla per stordirsi. È probabile che anche le lumache siano stordite dalle sostanze che, per la lunga permanenza alle intemperie, la plastica cede all’ambiente.

 

Cosa, singolarmente, possiamo fare per deplastificare il Pianeta?

Cascata di Fondo, Valchiusella

 
Premesso che alcune persone già s’impegnano per ridurre il danno, ripulendo spiagge strade e boschi. In montagna ho visto escursionisti, anche se non erano lì per quello scopo, raccogliere bottiglie e lattine abbandonate e mettersele negli zaini per portarle a depositare giù nei cassonetti. Ma in molti facciamo poco. Ne parliamo, ci lamentiamo, ognuno ha almeno una sua soluzione: «Dovrebbero vietare…, ci vorrebbe una legge che…, sarebbe necessario imporre… Dovrebbero, sarebbe, ci vorrebbe…».

Tutto al condizionale e rivolto ad altri. Ma poco si sente la frase che veramente tutti dovremmo pronunciare: «Vorrei vivere in un mondo più pulito ma non posso pretendere e aspettare che siano altri a ripulirlo dagli escrementi che anch’io ho contribuito a disseminare. Allora, sai che c’è? comincio da me!».

Come?

Come prima cosa, per contribuire a ricostruire un Pianeta più vivibile, è necessario divulgare l’urgente necessità di invertire l’abitudine all’usa e getta, soprattutto nei consumi quotidiani. È necessario farlo, perché è una delle cause primarie di molti problemi d’inquinamento.

Come già detto, la ricerca della felicità è un diritto a cui ogni essere umano, se ne sente il bisogno, deve aspirare. Ma l’errore nella ricerca di questo bene supremo è quello di cercarlo nella quantità di prodotti consumati, interesse questo dell’industria. Affidando all’industria la realizzazione della felicità, inevitabilmente si finisce per far ingrassare troppo il corpo, mentre la mente dimagrisce.

Invertire la pratica dell’usa e getta è possibile. Per farlo non servono drastiche rivoluzioni, bensì piccole gocce lasciate cadere giorno per giorno da chi crede in questa necessità. Anche un solo oggetto salvato da morte precoce, moltiplicato per il numero di persone che si adoperano per questo cambiamento, eviterebbe montagne di spazzatura e farebbe risparmiare molta energia. A titolo esemplificativo, se al posto di tante confezioni da sei bottiglie l’acqua si commercializzasse prevalentemente in contenitori morbidi da 5-10-15 litri, come fossero otri, si avrebbe una considerevole quantità di plastica in meno da riciclare sia come volume, che come praticità di raccolta e stoccaggio. Inoltre, al posto delle antiestetiche, antigieniche e deprimenti bottiglie di plastica, per servirla a tavola saremmo costretti, vera raffinatezza, a versarla in splendide caraffe di vetro.

Questo non vuol dire che dobbiamo rinunciare alle comodità e agli oggetti utili per vivere bene. Dovremmo iniziare a consumare cose di qualità, che durino nel tempo, pagandole un equo prezzo. Questo assicurerebbe ugualmente l’occupazione, perché per realizzare un oggetto fatto bene serve più tempo che per costruirne due di scarsa qualità. E riguardo al PIL, forse anche con qualche punto in meno la sofferenza sarebbe più sopportabile, e meno dolorosa, di quella del cuoco che cucina il suo corpo per farlo aumentare.

Un elogio a chi sogna il Pianeta più pulito, e a chi si impegna per farlo.
 

Omaggio ai Sognatori

Per realizzare sogni e idee a volte
basta avere progetti e denaro.
Quando non c’è denaro, ma soltanto
idee e sogni, essi nascono e nell’istante
successivo possono morire.

Ma i veri sognatori non si arrendono
facilmente alla morte dei loro sogni:
con pazienza mettono insieme
gocce di materia strappate all’universo
e frammenti di tempo presi dall’eternità
e fanno germogliare sogni e idee.

Il resto dell’umanità chiama questi
sognatori utopisti.
Ma è proprio dall’opera dei sognatori
di ieri che molti esseri umani oggi
traggono beneficio.