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Natura infinita: torna la vita a Černobyl’ e Fukushima

 
Černobyl’ e Fukushima, città e culture distanti, come differenti le cause, ma non le conseguenze, delle catastrofi di cui sono state loro malgrado teatro, tramontando in una devastazione dalla quale, Madre Natura sta risorgendo e per l’ennesima volta offrendo insegnamento e dimostrazione delle straordinarie capacità di adattamento, rigenerazione e resilienza.

 

Fukushima: 11 Marzo 2011

Sono i quasi 3780 metri, sul livello del mare, a pregiare il Monte Fuji del titolo di più alta montagna del Giappone, vulcano reputato una delle tre montagne sacre, insieme al Monte Haku, patrimonio mondiale dell’umanità, ed al Monte Tate, celebre per le sue calde sorgenti, gli onsen, dalle acque color cobalto.

Patrimonio dell’UNESCO come il “cugino” Haku, l’innevata bellezza delle sue vette lo rende, culturalmente e storicamente, simbolo primo della patria nipponica. Luogo di secolare pellegrinaggio fra tradizionali locande, templi e santuari visitabili tramite appositi percorsi, il Monte Fuji, nel XII secolo, fu centro d’addestramento del buddismo ascetico, ossia la fusione del movimento di pensiero buddista con quello shintoista; la sacralità del luogo ispirò raffigurazioni artistiche a partir dal XIX secolo, precedenti incisioni su legno risalgono invece ad otto secoli prima.
 

A distanza di anni dai disastri che colpirono Černobyl' e Fukushima, Natura sta risorgendo e per l'ennesima volta offrendo insegnamento e dimostrazione delle straordinarie capacità di adattamento, rigenerazione e resilienza. (https://terzopianeta.info)
Lago Kawaguchi e Monte Fuji

 
La regione di Chūbu, fra la prefettura di Shizuoka e quella di Yamanashi, ne accoglie le maestose rocce, bagnate dal lago Kawaguchi e facenti parte della catena dello Stratovulcano del Pacifico; cime più basse, che comunque quasi raggiungono o addirittura superano i 3000 metri, appartengono alle tre catene montuose delle Alpi giapponesi (Monti Hida, 3190 mt, Kiso, 2596 mt, e Akaishi, 3193 mt) che s’estendono per lungo in tutta l’isola di Honshū, la più vasta fra le isole dell’arcipelago, oltre che la terza in Asia e la settima a livello planetario. Un’isola dalla conformazione stretta ed allungata, arcuata, con territorio prevalentemente montuoso, di matrice vulcanica, e collinare, in cui nell’unica pianura di notevole estensione, Kanto, è adagiata la capitale Tokyo.

Ulteriori pianure relativamente ampie sorgono lungo il corso inferiore di alcuni fiumi ed il generale contrasto climatico che caratterizza l’intero territorio, vede la zona rivolta al Pacifico soggetta a fredde correnti, con scarsa piovosità, opporsi alla parte di terra antistante il Mar del Giappone, di clima maggiormente mite e piovoso.

L’arcipelago giapponese è formato da poco più di 6850 isole, di cui le maggiori sono cinque (oltre ad Honshū, Hokkaidō, Kyūshū, Shikoku e Okinawa); l’instabilità geologica derivante dall’attività vulcanica, causa prima di violenti terremoti, la prevalenza di montagne a discapito delle pianure e la conseguente scarsità di superfici coltivabili, non ha impedito ai suoi abitanti di raggiungere rilevante densità demografica, facendo leva sulla produttività e sull’umidità del suolo, favorevoli sia ad una vegetazione spontanea, con abbondanza di fauna selvatica, che ad attività di coltivazione.

L’avvenuta industrializzazione di fine Ottocento, portò il Paese del Sol Levante ad incrementare la produzione interna, aumentando, sul filo del galoppante capitalismo, l’esportazione dei propri manufatti e permettendo alla popolazione, per tutto il secolo a seguire, di ottimizzare le proprie condizioni di vita, concentrandosi le stesse, nel corso del tempo, nelle zone urbanizzate, Tokyo in primo luogo, per tutta la parte metropolitana della stessa Honshū; milioni d’individui culturalmente, etnicamente e linguisticamente concordi, unanimi, unitari, di quella coesione risultante non solo dalla limitata emigrazione ed immigrazione, ma da un sodo e massiccio attaccamento alla propria patria, in usi e costumi.

La celere ed oculata modernizzazione che, rigorosamente basata sulla disciplina, ne permise l’eccellente evoluzione in campo industriale, produttivo, infrastrutturale, organizzativo, finanziario, istruttivo e militare, rende all’oggi una potenza di rilievo mondiale, senza che le radici culturali, il delicato e riguardoso rapporto con la natura e la fedeltà alle proprie tradizioni, siano state minimamente appannate, tantomeno quando, nella sua isola maggiore, il Giappone fu colpito al cuore da funghi atomici che, nell’agosto del 1945, fra Hiroshima e Nagasaki, elevarono al livello massimo l’idiozia umana, esplosa in nubi di fumo denso ed assassino.

Evento storico indelebile alla memoria ed inconcepibile alla comprensione.

Di minor impatto, seppur spina nel fianco della nipponica terra, fu il disastro nucleare che, 66 anni dopo, colpì l’isola di Honshū nella sua figlia Fukushima, capoluogo dell’omonima prefettura intra insulare: l’11 marzo del 2006, infatti, a seguito del terremoto di Tōhoku, ritenuto il quarto più potente a livello mondiale, di magnitudo Richter 9, con epicentro nel pacifico, nella centrale di Fukushima Dai-ichi, i reattori attivi cessarono le azioni di fissione, ma lo pompe che avrebbero dovuto garantire il loro raffreddamento non funzionarono, in quanto i generatori d’emergenza furono distrutti dal violento tsunami conseguente al sisma.

La fissione, anche detta scissione nucleare è un processo fisico-nucleare attraverso cui il nucleo atomico di un elemento chimico pesante declina in frammenti di dimensioni minori, ossia in nuclei di atomi con inferiore numero atomico e derivata emissione di un’enorme quantità di energia e radioattività, reazione che può accadere in maniera naturale o essere stimolata artificialmente bombardando neutroni.

Il suddetto processo è caratteristico alle tipologie di reattori, denominati appunto reattori nucleari a fissione, che innescano, alimentano e controllano una reazione nucleare a catena, partendo da materiale combustibile (fissile), allo scopo di produrre energia elettrica tramite il calore che la reazione stessa produce. Strutturalmente, la reazione a catena all’interno di ogni reattore avviene in una una specie di fornello denominato nocciolo, dal quale viene estratto calore (raffreddamento); producendo il succitato inevitabili radiazioni che vanno schermate, risulta fondamentale che vi siano sistemi di regolazione dei processi attraverso efficaci strumenti di controllo e che la temperatura degli stesi reattori non superi mai i 400°C, per evitare danneggiamenti.

Basilare, dunque, programmare tecniche alternative d’emergenza qualora incidenti improvvisi causino l’eccessivo elevarsi delle temperature, soluzione che a Fukushima non avvenne, arrecando tre crisi nucleari e deleterio rilascio di materiale radioattivo dal 12 al 15 marzo del 2011. L’International Nuclear and Radiological Event Scale (INES), la scala internazionale degli eventi nucleari e radiologici che l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) creò al fine di classificare la gravità degli incidenti a riguardo, per renderli immediatamente comprensibili a chiunque, assegnò al disastro di Fukushima il massimo livello, il 7, considerando che, nella scala logaritmica, il passaggio da un livello al successivo coincide con l’aumento del danno di circa dieci volte:
 
A distanza di anni dai disastri che colpirono Černobyl' e Fukushima, Natura sta risorgendo e per l'ennesima volta offrendo insegnamento e dimostrazione delle straordinarie capacità di adattamento, rigenerazione e resilienza. (https://terzopianeta.info)
 
Nonostante a solamente una persona sia stata riconosciuta dal governo, come causa della morte, lo sviluppo di patologia neoplastica a conseguenza radioattiva, 184.000 persone, circa, furono evacuate, delle quali si suppone che 1600 siano in seguito decedute per logorio psicofisico.
A tutt’oggi, sono in corso intensi programmi di bonifica ai quali s’aggiunge una lenta dismissione dell’impianto che, a detta del gestore, necessiterà di 30/40 anni per essere portata a compimento.

Il Giappone ha sfidato se stesso, ha puntato sul nucleare e su questo ha costruito il suo successo tecnologico con 52 centrali atomiche. Ha calcolato tutto, programmato il più piccolo dettaglio. Ma non ha potuto prevedere la forza sconosciuta e misteriosa della natura.
Kazuto Tatsuta, 1F:Diario Di Fukushima

 
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Černobyl’: 26 Aprile 1986

A un centinaio di km a nord di Kiev, nella parte settentrionale dell’Ucraina, nel distretto d’Ivanik, sorge una sfortunata città, poco più d’un migliaio d’abitanti, per 250 kmq di superficie, irreversibilmente compromessi in corpo ed animo da uno dei più esiziali disastri nucleari di tutti i tempi, quello avvenuto all’1:23:40 del 26 aprile 1986 nella centrale V.I. Lenin, situata a 3 km dalla cittadina di Pryp”jat’, a sua volta distante 18 km da Černobyl’.

Nella notte funesta, all’interno della suddetta centrale erano in corso test di sicurezza, protagonista uno dei quattro reattori, il numero 4 che, ai tempi, da solo sovveniva al 10% del fabbisogno energetico dell’intera Ucraina. L’obiettivo da raggiungere era dimostrare, senza alimentazione esterna, la produzione d’energia prodotta da turbine in accoppiata all’alternatore secondo principio d’inerzia, quindi in assenza del vapore alimentante le pompe di circolazione. Necessaria alla verifica dell’ipotesi, seppur incosciente decisione, fu la temporanea disattivazione di alcuni circuiti d’emergenza, per circa un minuto, tempo necessario all’avvallamento ed alla conferma della teoria iniziale, e dopo il quale sarebbe entrato immediatamente in atto il gruppo diesel d’emergenza.

L’illusione era quella d’una raggiunta autonomia dell’impianto che, se in quei 60 secondi fosse riuscito, da sé, a far circolare l’acqua nel circuito di raffreddamento, avrebbe garantito maggiore sicurezza, ma probabile errore umano, unitamente a difetti tecnico-strutturali, causarono un potente boato dovuto all’esplosione stesso reattore.
 
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La temperatura interna al reattore 4 s’innalzò vertiginosamente, idrogeno ed ossigeno dell’acqua andarono in scissione e la loro pressione causò la rottura dei tubi preposti al necessario refrigeramento, portando in questo modo l’idrogeno a contatto con l’incandescente grafite delle barre di controllo e facendo sì che il coperchio, garante della chiusura ermetica del reattore, si levasse con assurda potenza nell’aria e, con esso, nella stessa si dispersero pericolosissimi isotopi radioattivi, fuoriusciti dall’incendio con l’immane quantità di grafite; una nebulosa coltre di materiale radioattivo avvolse immediatamente il territorio circostante, con impellente necessità d’evacuare circa 336.000 persone.

Complice il vento, la nuvola nociva (la cui emissione di vapore radioattivo sarebbe cessato solamente il 10 maggio), s’espanse alla Bielorussia, raggiungendo gradualmente i cieli baltici, polacchi, tedeschi, finlandesi, svedesi, nord-americani, fino al Regno Unito ed ancora a tirata unica sulle terre slave, svizzere, austriache, italiane, russe, turche ed altre ancora, rendendo, con il proprio tocco, ogni paese sfiorato a rischio di contaminazione del suolo.

Una catastrofe. Scala INES: livello 7.

Vari furono negli anni i processi e le accuse, ove le responsabilità rimbalzarono come palline da ping pong fra progettisti ed operatori, sicuramente condannando l’avventatezza come comportamento primo attuato senza valutarne a priori i possibili rischi catastrofici, in caso di falle o di errate valutazioni.

Nella centrale di Černobyl’, ad esempio, i quattro reattori presenti erano RBMK-1000, una tipologia a canali, moderata a grafite e raffreddata ad acqua con “coefficiente di vuoto positivo”: il coefficiente di vuoto è il numero utilizzato per indicare la variazione reattiva di un reattore nucleare quando cambia, in positivo o in negativo, il grado di vuoto, ossia il rapporto tra il volume occupato dal vapore sul volume globale occupato dalla miscela di liquido e vapore.

La positività del coefficiente di vuoto del reattore 4, significa quindi che, al suo interno, l’aumento di calore del liquido refrigerante porta alla formazione delle sacche di vapore le quali, a loro volta, aumentano la reazione a catena; in più, il coefficiente di potenza dei reattori di questo tipo è anch’esso positivo, il che coincide con una crescita della reazione nucleare del nocciolo direttamente proporzionale alla potenza termica. Considerando inoltre che alle basse potenze corrisponde instabilità di sistema a causa dell’interferenza dello Xenoz, un sottoprodotto della fissione nucleare, va da sé che l’assenza di liquido refrigerante, al minimo errore, possa divenire, come si è poi verificato, un problema colossale dalle atroci conseguenze, sia dal punto di vista umano, che ambientale.

Una sessantina abbondante furono i morti accertati ed incalcolabili le vittime di tumori tiroidei susseguiti all’esposizione radioattiva. Numerose le divergenze fra i dati ufficiali e quelli invece riportati da varie associazioni antinucleariste internazionali, fra cui l’ONU e Greenpeace, secondo le quali, nei decenni a seguire, le patologie neoplastiche che provocarono la morte di migliaia e migliaia di persone al mondo, sono facilmente riconducibili all’avvenuta esposizione radioattiva; a tal proposito, nelle cause civili, 7 milioni di persone sono state risarcite.

Nel 2000, un rapporto dell’United National Scientific Committee on the Effects of Atomic Radiation (UNESCAR), il Comitato scientifico delle Nazioni Unite per lo studio degli effetti delle radiazioni ionizzanti, ha riportato gli innumerevoli danni, fra cui malformazioni congenite degli animali, subiti da fauna e flora.

La stessa UNESCAR, insieme a varie altre organizzazioni, prese parte all’incontro istituzionale denominato Černobyl’ Forum promosso dall’AIEA e svoltosi per la prima volta nel febbraio del 2003 a Vienna, poi ripetutosi nel 2004 e nel 2005, con l’obiettivo di ragionare scientificamente sulle conseguenze del disastro, con derivato rapporto sulle ripercussioni ambientali, sanitarie e socio-economiche.

Il peggior disastro con cui il genere umano si sia mai dovuto confrontare, legato all’incapacità di scienziati e ingegneri di prevedere come problemi apparentemente piccoli possano tramutarsi in disastri di scala quasi inimmaginabile.
Michail Gorbačëv

 

Černobyl’ e Fukushima: Oggi

Al di là di ogni valutazione numerica, di ogni documento, di ogni processo e di qualsiasi tentativo di celare e sminuire i catastrofici eventi, la natura, da sempre, prosegue imperterrita il proprio percorso, smuovendo le proprie terre interiori e miscelando le proprie acque come fossero zolle di cuore e lacrime d’essere, nel sacrosanto diritto di continuare ad esistere in fedeltà a se stessa, nonostante l’uomo. Nonostante Caino. Colui che, tuttavia, lentamente si trova a ricostruire, inginocchiato sugli stessi terreni ch’egli stresso ha distrutto e sui quali la natura ricresce al doppio della velocità. Dolce e fiera.

Černobyl’: nel 1986 venne dato ordine d’uccidere e seppellire sotto coltri di cemento gli animali presenti nelle zone contaminate.

Una doppia sconfitta, per l’umanità, quasi una beffa l’avvelenamento di una parte di fauna prima, soppressa poi. Sacrificata alla protezione dell’aguzzino. Storia triste, tristissima, ma prevedibile.

A tutt’oggi, le zone d’esclusione sono spopolate fin da quella terribile ed esplosiva giornata in cui il mondo intero annoverò incubi fra i propri sogni. Ma talvolta succedono cose che ribaltano la logica o semplicemente raddrizzano l’umana illogicità. E si può riprendere a sperare.

E così, in un giorno qualunque del 2007, un documentarista di neozelandesi origini al nome di Peter Hayden, ha varcato l’ingresso proibito, avventurandosi in zone contaminate ed avvolgendo i propri sensi all’incredibile scoperta di una biodiversità che nemmeno bavaglio nucleare è riuscito a reprimere. Gli occhi dello stesso hanno amorevolmente seguito piccoli orsetti in curiosa esplorazione, una coppia di lupi, una gatta in materna protezione a piccoli mici in crescita, e ancora meravigliose alci, furbesche linci, amabili civette, buffi castori, imponenti aquile, possenti cinghiali, incantevoli cervi, cavalli selvatici, nobili alci, esili caprioli e numerosi insetti di svariati colori. Un piccolo universo adagiato in una flora piena, nascente, rigeneratasi dal nulla.

L’incredibile esperienza, peraltro vissuta e riconfermata nel 2016 da un inviato di National Geographic, è stata raccolta nel documentario «Černobyl’ Reclaimed: An Animal Takeover».

 

Nonostante il devastante calo faunistico ai tempi dell’esplosione, non solo la fauna è tornata a ripopolare le zone in cui l’uomo non ha più messo piede, ma alcuni esemplari di animali sono addirittura risultati presenti in misura maggiore rispetto a prima ed in parità a zone naturali non contaminate.

Fukushima: medesimo rinvigorimento floreal-faunistico a Fukushima, dove una ventina di specie animali, in un periodo di tempo nemmeno tanto lungo, hanno ripreso il sacrosanto possesso dei territori a loro naturali e simbiotici.

Le pagine della rivista scientifica Frontiers In Ecology raccontano d’uno studio condotto dalla Georgia University e grazie al quale, con posizionamento d’un abbondante centinaio di videocamere, all’occhio umano è stato possibile osservare e godere delle commuoventi immagini di simpatici cuccioli d’orso, celeri lepri, sinuosi gatti, e poi ancora cani, cinghiali, fagiani e macachi.

Ricerca affine, coordinata dal biologo Jim Smith, ad opera dell’università di Portsmouth, quella descritta sul bisettimanale scientifico Current Biology ed attuata secondo lunghi periodi di valutazione al fine di giungere ad empiriche conclusioni sugli effetti a lungo termine delle radiazioni.

Le osservazioni del fenomeno, seppur su più fronti e provenienti da differenti parti del pianeta, si sono concordantemente agganciate a due considerazioni fondamentali:

la prima riferita alla ridotta vita degli animali rispetto all’uomo, in quanto la brevità della loro esistenza non permetterebbe ad eventuali patologie neoplastiche d’aver tempo di formarsi e conclamarsi;

la seconda in richiamo invece alla scomparsa dell’uomo in quei luoghi, pertanto al mancato danneggiamento ambientale a sua opera, quale l’inquinamento in genere, il disboscamento, l’intrusione negli equilibri degli ecosistemi e tutto quanto di similare avviene nelle zone urbanizzate e non solo.

Di opinione non esclusivamente riferibile all’umana assenza il biologo Timothy Mousseau della South Carolina University, secondo il quale anche gli animali stessi hanno saputo rendersi protagonisti della propria sopravvivenza, come ad esempio la scoperta, da parte sua e di colleghi, di alcuni uccelli capaci di produrre massicce dosi di antiossidanti per proteggersi dalle radiazioni.

Ad ogni modo, dove l’uomo non arrivi ad incrinare i delicati habitat naturali, flora e fauna si destreggiano egregiamente, partendo dalle loro stesse risorse. Ciò non toglie nulla al fatto che il danno creato vada monitorato ancora per decenni, l’avvelenamento della natura, dopotutto, presenterà conto all’umanità tramite i suoi frutti ed attraverso le modificazioni genetiche dei suoi figli.

Ciò nonostante, non può che donar sorriso la coriacea resistenza e determinazione d’ogni essere vivente sfuggente all’umana azione.

L’antropica assenza che si fa ricchezza, rinascita, pace. L’uomo della pietra la cui evoluzione ha otturato ogni sentire quella pietra posizionandogli al posto del cuore. Greve. Saturo. Colmo di brame dalle più avide sfaccettature, battito di scettro che bastone di claudicante diviene, nel momento egli sia l’unico a rischiare l’estinzione per sua stessa mano, nel non provare amore e riconoscenza verso natura, nell’inconsapevolezza che anche tonnellate di cemento, prima o poi si faranno crepa di passaggio all’esile potenza d’un filo d’erba.

Quello che è più importante è che il punto di vista ecologico conduce ad interpretare ogni relazione sociale, psicologica, naturale, in termini non gerarchici. Per l’ecologia non si può comprendere la natura se ci si pone da un punto di vista gerarchico. Inoltre, essa afferma che la diversità e lo sviluppo spontaneo, costituiscono dei fini in sé, che devono essere rispettati per se stessi.
Murray Bookchin

 
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La nuova consapevolezza maturata in noi di essere parte costitutiva dell’ecosistema e di partecipare in prima persona, vittime e carnefici, alla sua distruzione, ci suggerisce che inquinare l’ambiente significa avvelenare noi stessi. Che quando i pesci muoiono nei fiumi, quel veleno che li ha uccisi giungerà ben presto nella caraffa d’acqua cosiddetta potabile sulla nostra tavola. Che quando vendiamo per 30 denari una foresta, abbiamo venduto, con gli alberi abbattuti, parte della nostra eredità d’ossigeno, che con l’ape uccisa oggi dalle molecole di sintesi muore la speranza nei fiori del futuro.
Giorgio Celli