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Aquila Arpia, il maestoso rapace dell’America Latina

Vola alto per potere abbracciare con lo sguardo una visuale più ampia sulle zone sottostanti. Ed è per questo che gli uomini dicono dell’aquila che, fra tutti i volatili, è l’unico divino.
Aristotele, Historia animalium

Rapace tra i più affascinanti del regno animale, l’Aquila Arpia impera possente e maestosa d’ali oltre i due metri, la volta celeste dell’ecozona neotropicale, dal Messico all’Argentina.
 
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Nel 1758 catalogata alla nomenclatura binomiale Harpia harpyja dal medico, naturalista e botanico svedese Carl Nilsson Linnaeus (1707-1778), la specie appartiene alla famiglia delle Accipitridae, a sua volta classificata nel 1816 dall’ornitologo Louis Pierre Vieillot (1748-1830) e comprendente rapaci diurni, accomunati da robusti artigli, facoltà visiva straordinariamente sviluppata e un resistente becco arcuato, quali — oltre alle aquile — sparvieri, poiane, astori, bianconi, nibbi, albanelle e avvoltoi del Vecchio Mondo.

Anche detta brasiliana o “americana” nell’intento di non erroneamente confonderla con l’Arpia della Nuova Guinea, o papuana, Harpyopsis novaeguienae, di medesima famiglia, ma differente in genere ed endemismo, la mastodontica Harpia harpyja è fra le aquile più grandi e a contendersi con lei il primato su mole e lunghezza sono — rispettivamente — l’aquila di mare di Steller, Haliaeetus pelagicus, e delle Filippine, Pithecophaga jeffery.

Gli esemplari femminili adulti dell’Arpia, a livello selvatico possono raggiungere fino a 10 chilogrammi di peso, rispetto ai maschili, la cui massa corporea media è inferiore del 35% circa; il marcato dimorfismo sessuale non riguarda però il piumaggio, color ardesia su dorso, esterno delle ali, parte bassa del collo e petto, con ventre latteo, al pari delle possenti zampe — dai tarsi giallognoli — benché quest’ultime screziate da lievi e scure strisce orizzontali, decisamente meno accentuate e più sottili delle nitide bande coricate a contrasto sulla nera coda, grigie sopra la stessa e bianche al di sotto.
 
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Il capo è biancastro-cinerino, ad esclusion delle piume che — quando issate — formano una duplice cresta di tonalità grigio intenso, incorniciando a mo’ di capigliatura un muso dal tipico rostro adunco e corvino; lo sguardo è vigile e penetrante, con un’iride che spazia da gradazioni brune a sfumature tendenti all’ocra-arancio.

Delle foreste pluviali tropicali — preziose custodi del più elevato grado di biodiversità — l’Aquila Arpia predilige la parte pianeggiante, specialmente gli strati emergenti, perennemente esposti a luce solare ed eventi atmosferici, nei quali regna e caccia indisturbata, in qualità di predatore alfa, ovvero all’apice della catena alimentare e dunque salva da qualsivoglia minaccia avversaria, avvalendosi d’affilatissime grinfie, tre anteriori e una posteriore, la cui lunghezza — d’oltre 12 centimetri nella femmina, poco meno di 9 nel maschi — ne favorisce l’azione prensile e istantaneamente offensiva.

La conformazione arrotondata e ampia delle ali — internamente chiare, tranne strie nero — permette all’Aquila Arpia d’agilmente volteggiare tra frasche e proprio le chiome degli alberi, ne costituiscono prescelto luogo di predazione, con particolare attrattiva per bradipi e scimmie, prediligendo le urlatrici, Alouatta, scoiattolo, Saimiri, saki, Pithecia, ragno, Ateles e cappuccine, Cebus capucinus; tuttavia la dieta carnivora del rapace includendo altrettanto, pappagalli, conigli, armadilli, porcospini, formichieri, opossum, serpenti, procioni, iguane, talvolta cervi e — allorché raggiunga zone abitate — bestiame domestico, in tal caso correndo seria probabilità d’essere abbattuta dai proprietari degli animali presi di mira.
 
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Fotografia: Jonathan Wilkins, cc by-sa 3.0

 
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La ricerca dell’abile cacciatrice avviene con placida astuzia: nascosta e pazientemente appollaiata su massicci rami, allo scopo di non sprecare energia, una volta scrutato il territorio e focalizzata la vittima, sferra improvviso attacco in tutta velocità e il malcapitato — ghermito dai temibili uncini e trasportato direttamente nel nido — difficilmente trova scampo, peraltro la capacità di sollevamento del rapace essendo impressionante, nel riuscire a tener in volo per lungo tempo animali che ne rasentano il peso; contribuisce al successo predatorio l’attitudine al silenzio, l’Aquila Arpia infatti non emettendo versi con frequenza, se non riservando vocalizzazioni all’interno della coppia: desta emozione il rapporto di fedeltà che s’instaura tra il maschio e la femmina dal momento in cui, dopo essersi scelti — non è noto se vi sia peculiare rituale di corteggiamento — condividono l’intera esistenza, unendosi per sempre.

La vita media delle Aquile Arpie è di 25/35 anni, con maturità sessuale prevista attorno al quarto/sesto anno: i futuri genitori collaborano alla preparazione del nido, generalmente costruito su alberi molto alti, fra questi prevalentemente optando per il kapok, Ceiba pentandra, pianta dal tronco massiccio — con rami fittamente spinosi — che s’eleva per una settantina di metri: l’ospitale covo viene realizzato con intrecci di fogliame e fronde appositamente selezionate per resistere nel tempo, risistemato in caso di rottura oppure ampliato secondo necessità e preparato ad accoglier successive nascite, comunque eventualmente instaurantesi non prima di due o tre anni dalla precedente.

La femmina deposita solitamente due uova bianche ed accudimento riservando — in seguito a cova di quasi un bimestre — esclusivamente al primogenito, ragione per la quale è sovente il solo a schiudersi, alla gemma restante tornando casomai a prestare attenzione qualora malauguratamente il nascituro non sopravviva; tanto a naturale incubazione quanto a svezzamento, partecipa anche l’esemplare maschio: nel giro d’una quarantina di giorni, il pulcino muoverà i suoi primi passi all’interno del nido e l’involo avverrà all’età di sei mesi, tuttavia il nutrimento da parte genitoriale proseguirà per almeno un quadrimestre.
 
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Tra genitori e aquilotto s’instaura una comunicazione vocale, con volume e acutezza determinati dal contenuto del messaggio da trasmettere: i pulli, ad esempio, emettono brevi e ripetitivi cinguettii per giornaliere richieste d’accudimento oppure stridenti sibili in percezione di presenze nemiche, situazione di pericolo che allerta l’Arpia, spronandola a tempestiva e strenua difesa, sebben tendenzialmente non sia aggressiva nemmeno nei confronti dell’uomo, se non provocata.

Per i primi sei mesi il nascituro è privo di piume — in prima crescita totalmente bianche — e perché queste s’ingrigiscano, dovrà trascorrere perlomeno un triennio; l’abbandono del focolare avverrà gradatamente a partire dal compimento del primo anno, madre e padre iniziando a gradualmente diminuirgli la fornitura di cibo affinché sia spronato a opportuna indipendenza, nonostante un legame di fondo parrebbe persistere, suggerito dall’attitudine dei figli a imbastire nidi nelle vicinanze di quelli che ne accolsero amorevole venuta al mondo.

Maestosa, determinata e imperturbabile, l’Aquila Arpia ha temperamento introverso, ma non al punto da gradire la solitudine totale, pura e nobile abnegazione difatti congiungendola irreversibilmente all’anima gemella, con la qual intraprendere compartecipe tragitto vitale; che la si osservi in volo o nell’orgogliosa postura eretta, con ali abbassate a cromaticamente ricordar un compatto mantello che l’avvolge, non è possibile restarle indifferenti e nonostante alcune sfaccettature dell’espressione possano incutere timore, altre ne lasciano trapelare la coesistente dolcezza, disegnata in amabili mimiche e incuriositi sguardi, nei millenni già tratteggiate nei codici Maya, analizzati e raccolti nel 1910 in un libro ad opera dello zoologo statunitense Glover Morril Allen (1879-1942) e del connazionale — antropologo, linguista, educatore e archeologo — Alfred Marston Tozzer (1877-1954), specializzato in studi mesoamericani, con particolare interesse nei confronti della succitata popolazione indigena.
 

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Fotografia: Brian Henderson, cc by-sa 2.0

 
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Fotografia: Eric Kilby, cc by-sa 2.0

 
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Fotografia: Daniel Arndt, cc by-sa 2.0

 
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Fotografia: Cradley Malvern, cc by-sa 2.0

 
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Fotografia: Allan Hopkins, cc by-sa 2.0

 
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Inizialmente, le aquile nel complesso furono rilevanti nell’arte sepolcrale, religiosa o profana, poiché ritenute benevole e protettrici, col passar dei secoli poeti e mitografi partorendone via via l’immagine di creature maligne dal volto di donna e corpo d’uccello, che artigliavano gli uomini, li rapivano e ne divoravano l’anima; non a caso, l’etimologia dell’Harpia harpyja rimanda al vocabolo latino Harpyiae, «le rapaci», e al greco Αρπυιαι, dalla radice del verbo ἁρπάζω, «rapire».

In verità, questo aspetto deforme non comparve immediatamente nella letteratura classica, ad esempio il cantore Omero citando le fantomatiche Arpie nell’attribuitagli Odissea, ma senza apporne descrizione, all’opposto lasciando intendere fossero personificazioni di venti e tempeste flagellanti i marinai, procelle che agguantarono le figlie di Pandareo, per assoggettarle al castigo delle furiose Erinni.

Delle fanciulle al fulminante Giove,
Che nulla ignora, e i tristi eventi, e i lieti
Conosce de’ mortali; e quelle intanto
Dalle veloci Arpíe furo rapite,
E in balía date alle odïose Erinni
(Odissea, Libro XX, vv. 97-101)

Similmente, nella Teogonia di Esiodo, la Arpie ancor non manifestano tratti mostruosi e sono concepite come donne alate dai lunghi e sciolti capelli, fulminee nel volo.

E Taümante, sposò d’Ocèano dai gorghi profondi
la figlia, Elettra. Ed Iri veloce die’ questa alla luce,
ed Occhipète e Procella, le Arpie dalle fulgide chiome,
che a pari errano a volo coi soffi dei venti e gli uccelli,
sopra veloci penne, ché in alto si lanciano a corsa.
(Teogonia, Le prime quattro essenze, vv. 265-269)

Dei tanti autori del passato che ne scrissero, di poema in poema l’origine del mito evolvé per stadi e le Arpie variarono in nome, numero, discendenza, subendo metamorfosi fisica e nel corso del tempo incarnando coloro che scagliano avversità, tormentando popoli e singoli individui, incutendo terrore e ricoprendo un incarico significativo nel mettere in pratica punizioni su prescrizione divina.

Ne Le Argonautiche di Apollonio Rodio (295-215), le Arpie hanno tratti orripilanti e nel testo specifico s’accenna alla celebre leggenda di Fineo, condannato dagli déi alla cecità e all’esser dalle depredato ripetutamente delle pietanze postegli davanti, dalle stesse ingurgitate e imbrattate d’escrementi, condannandolo a non potersi sfamare.

Stanza su quelle spiaggie avea Fineo
D’Agenore figliuol, che delle tutte
Sventure umane la maggior sofferse,
Per la data già tempo a lui da Febo
Profetic’arte, ond’ei mal cauto abuso
Fe’, svelando a’ mortali anco la sacra
Mente di Giove. Irato il dio vecchiezza
Diuturna gli diè, ma in un la cara
Luce degli occhi a lui togliea, nè alcuno
Concedeagli gustar di tanti cibi,
Di che i vicini che il venìan chiedendo
Di vaticinii, gli fornian la casa;
Chè dalle nubi repentinamente
Giù piombando le Arpie, di man, di bocca
Gli rapian sempre con gli adunchi artigli
Ciò che a cibar prendea, talor la mensa
Disertando di tutto, e talor qualche
Lasciandovi reliquia a fin che vivo
Pur d’inedia languisse; e un odor tetro
Vi spargean sopra, che nessun potea,
Non che al labbro appressar quelle vivande,
Pur da lunge patirlo: un cotal puzzo
Si diffondea da que’ lasciati avanzi.
(Le Argonautiche, Libro II, vv. 239-261)

Menzionando l’interruzione delle vessanti razzie su Finéo da parte delle Arpie — dacché poi cacciate dai sopraggiunti Argonauti — nell’Eneide,  Publio Virgilio Marone (70-19) ne palesa crudeltà e ripugnanza, ipotizzandole provenire dallo Stige, ovverosia uno dei cinque fiumi dell’Ade, altrimenti detto «dell’odio».

Strofadi grecamente nominate
Son certe isole in mezzo al grande Ionio,
Da la fera Celeno e da quell’altre
Rapaci e lorde sue compagne arpie
Fin d’allora abitate, che per téma
Lasciâr le prime mense, e di Finèo
Fu lor chiuso l’albergo. Altro di queste
Più sozzo mostro, altra più dira peste
Da le tartaree grotte unqua non venne.
Sembran vergini a’ volti, uccelli e cagne
A l’altre membra: hanno di ventre un fedo
Profluvio, ond’è la piuma intrisa ed irta;
Le man d’artigli armate, il collo smunto,
La faccia per la fame e per la rabbia
Pallida sempre, e raggrinzata e magra.
(Eneide, Libro III, vv. 354-368)

E in eco al «buon maestro» fu Dante Alighieri (1265-1321) collocando le «brutte Arpie» nel Canto infernale, precisamente nel secondo girone del VII Cerchio, nidificate fra «strani» alberi, che intrappolano al loro interno le anime di suicidi e scialacquatori; nell’arte, lugubre visione è concretizzata dalla maestria grafica di pittori quali Priamo della Quercia (ca.1400-1467), Jan Van der Straet (1523-1605), William Blake (1757-1827) e Paul Gustave Louis Christophe Doré (1832-1883).

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.
Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto ‘l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.
(Inferno, Canto XIII, vv. 10-15)

 

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Gustave Doré (1832-1883), La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri, 1889

 
Altro punto a sfavore per le Arpie, si registra nella centoventicinquesima ottava del trentatreesimo Canto dell’Orlando furioso, dove Ludovico Ariosto (1474-1533) riporta le vicende dell’avventuroso paladino Astolfo, saltato in groppa all’Ippogrifo per suonare un corno incantato e metterle definitivamente in fuga, così interrompendone le devastanti scorrerie ai danni del re d’Etiopia Senapo.

E così in una loggia s’apparecchia
con altra mensa altra vivanda nuova.
Ecco l’arpie che fan l’usanza vecchia:
Astolfo il corno subito ritrova.
Gli augelli, che non han chiusa l’orecchia,
udito il suon, non puon stare alla prova;
ma vanno in fuga pieni di paura,
né di cibo né d’altro hanno più cura.

Mitizzata, raccontata per allegorie, effigiata, ammirata o temuta, l’imperterrita Aquila Arpia volteggia orgogliosa dalla notte dei tempi, d’epopea in epopea suscitando diversificate narrazioni e restando indelebile nella cultura popolare di più paesi.

Nell’insediamento del Parco Nazionale Pacaás Novos a Rondônia, in Brasile, la tribù degli Uru-Eu-Wau-Wau — a tal proposito chiamata «popolo dell’Aquila Arpia» — ne utilizza le piume per fabbricare frecce e copricapi, con il rapace condividendo il rischio di vedersi decimare nel proprio ambiente: aprendosi alla tecnologia e in collaborazione con WWF e Associazione Kanidé, alcuni esponenti del gruppo etnico si sono attivati per la protezione dell’Amazzonia, attraverso droni di controllo con i quali monitorare la situazione, contrastando sul tempo il bracconaggio e tentando d’impedire deforestazioni.
Guadagnando altezze proibite all’umanità, l’aquila è emblema di forza cosmica: la credenza del di lei riuscire a non distogliere gli occhi dal Sole — origine dell’epiteto Uccello di fuoco — la rese sia metafora di catarsi per assorbita energia del vitale astro che d’ascesa spirituale; nell’iconografia cristiana, San Giovanni Evangelista (11-98/99) è spesso raffigurato con accanto il rapace, a parallelismo di quanto, attraverso il Vangelo, il discepolo abbia saputo immergersi ed nelle profondità della luce divina, permeandosene.
 

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Cosmè Tura (ca. 1433-1495), San Giovanni Evangelista a Patmo, ca.1475

 
Dominatrice dell’aria, l’aquila è di sovente raffigurata a livello araldico in concomitanza al leone, diametralmente simbolo di predominio sulla terra; nello stemma di Panama è proprio l’Harpia harpyja ad esser indiscussa protagonista, sovrastante uno scudo suddiviso in cinque settori e con un nastro nel becco, che riporta il motto nazionale Pro Mundi Beneficio, «Per il bene del mondo».
 
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Come accennato, l’areale dell’Aquila Arpia è compreso fra Messico, Centro-Sud America e Argentina, sebben il preoccupante deterioramento degli habitat in seguito a disboscamenti, ne abbia considerevolmente diminuito la presenza, per di più difficilmente recuperabile, dato l’esser poco riproduttiva e non migratoria; l’esser ormai sfortunatamente relegata nella categoria Vulnerabile, mette a serio rischio anche il delicato e imprescindibile equilibrio ecosistemico, intrecciato dalla Natura millenni or sono ed allentato, strada facendo, per mano antropica, motivo per cui — numerose e colme di speranza — sono sorte associazioni nazionali e iniziative deputate a preventiva sensibilizzazione, una su tutte l’organizzazione The Peregrine Fund, spesasi per il progetto Harpy Eagle, partito dal 1989 a conservazione della specie.

Frattanto, nella volta celeste che ancor l’ospita con rispetto, pregiandosi della sua presenza, l’Aquila Arpia non demorde, indissolubilmente ascoltando l’arcaico richiamo d’ogni alba e tramonto, in un ciclico, quotidiano e sacro divenire.

L’aquila fissa il sole senza arretrare punto,
come l’anima interiore guarda Dio senza distogliere mai lo sguardo da lui.
[…]
Lì non si pensa né ai santi né agli uomini,
ma si vola semplicemente nelle altezze divine.
Quando l’aquilotto non può fissare il sole,
viene gettato fuori dal nido.
Così farà l’anima sapiente,
la quale rigetta tutto ciò che può oscurare lo splendore dello Spirito,
poiché all’anima
— al pari dell’aquila —
non si addice il riposo,
bensì il volo incessante verso l’altezza sublime.
(Hadewijch, Lettere, XIII sec.)

 

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Fotografia: Eric Kilby, cc by-sa 2.0

 
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Fotografia: Carolyn Whitson, cc by-nc-nd 2.0

 
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Fotografia: Allan Hopkins, cc by-sa 2.0

 
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Fotografia: Bill Abbott, cc by-sa 2.0
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Fotografia: Haui Ared, cc by 3.0

 
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Fotografia: MDF, cc by-sa 3.0

 
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