Api, il dolce e laborioso mondo delle regine degli impollinatori
Immensurabile dono, le api, elargiscono attraverso il miele, prodigandosi anima e corpo in laborioso operato da cui l’umanità trae prezioso giovamento.
Ogni ape porta in sé il meccanismo dell’universo: ognuna riassume il segreto del mondo.
Michel Onfray<
Davvero spesso, allorquando capiti che una d’esse accorci distanze, svolazzandomi accanto pacifica e senza indugio, come in cerca di posa, sorge in me il naturale desiderio d’un contatto che il più delle volte avviene, nel semplice far di mano terreno su cui possa soffermarsi, per qualche istante acquietare ali e poi serafica marciare nella leggerezza di passi i quali, soavemente avvertiti a fil di pelle, mi rendono un’emozione senza pari, una sorta di ritorno all’origine d’ogni vivente, alla bellezza dello sfiorarsi nella fugace connessione i cui gli attimi, sfuggendo alle leggi del tempo, si cristallizzano a mente e cuore, regalandomi un sentore di purezza, di Creato, di parità fra specie, sospeso tra un volo ripreso ed una sosta inaspettata; invero, con apprensione quasi materna sento d’osservarla qualora m’appaia inerme alla vista, sennonché al premuroso sfiorala, flebile muoversi ne comunichi l’essere ancora in vita, benché palesemente spossata dall’incessante affaccendarsi di fiore in fiore, fin ad accasciarsi stremata… Ecco… il riuscir a far sì che un poco d’acqua zuccherata sul mio dito, la inviti a poggiarci fiduciosa l’affusolata ligula, rifocillarsi e ripartire, genera intenerimento d’ineffabile trasporto e nel sacrale momento, vivo l’immenso.
L’ape non è un animale domestico e neppure selvatico, ma qualcosa di intermedio, una creatura capace di contrarre rapporti con l’uomo senza perdere la propria libertà; o comunque restando sempre in condizioni di riprendersela.
Plinio, Naturalis historia
A seguito della schiusa dell’uovo, esistenza dell’ape operaia trova principio sul fondo d’una delle numerose celle esagonali costituenti l’arnia, ove verrà nutrita dalle “sorelle” e prestotempo avviata a precise mansioni che la vedranno dedita or a riassetto e rivestitura protettiva di propoli delle strutture preposte all’accoglienza di nuove nascite e successiva opercolatura, or alla salvaguardia dell’alveare, or a ricezione e redistribuzione del cibo oltreché — previo sviluppo delle ghiandole ceripare — alla fabbricazione dei favi o “restauro” di quelli danneggiati; trascorsi solitamente una ventina di giorni, ecco ch’essa, in nuova veste di bottinatrice, fuoriesce dalle “mura domestiche” per assolvere al complesso quanto delicato ruolo affidatole, mirabilmente tuffandosi a capofitto fra petali e stami, succhiandone il succulento nettare, accumulandone ingenti quantità nella borsa melaria, portandolo alla “base” e consegnandolo alle “colleghe” le quali — di passaggio in passaggio integrandolo di nutritizi fermenti salivari — ne depositeranno singole gocce in ogni cella, evaporandone eccedenze d’acqua sbattendo celermente le ali e producendo, per l’appunto, il miele; inoltre, sparpagliando polline da una pianta all’altra, favoriranno la fecondazione fra specie, fungendo da indispensabili vettori della biodiversità ecosistemica.
Il miele è l’epopea dell’amore,
la materialità dell’infinito.
Anima e sangue dolente dei fiori
condensata attraverso un altro spirito.
Garcia Lorca




Il rapporto fra ape e fiore, risulta di basilare importanza, espletandosi un’immane funzione racchiusa in un piccolo essere, ma infinitamente grande — discorrendone valicando gli empirici confini dimensionali — protagonista d’una relazione imprescindibile, prodigiosa, inestimabile eppur discreta, nel suo svolgersi, riservata e pregevole, umile e devota, infaticabile, arcaica ed inconsapevolmente generosa, nel fornir miele, ampiamente impiegato in ambito cosmetico, parafarmaceutico, omeopatico o in qualsivoglia preparazione atta a contrastare diversificati disturbi, grazie a peculiari proprietà antiflogistiche, digestive, antivirali, ricostituenti, antimicrobiche, emollienti, sedative, antiossidanti; panacea per antonomasia sul mal di gola e portentoso germicida è la suddetta propoli, elaborata dalle api partendo dalle resine di gemme o cortecce, miscelandovi polline, cera, enzimi ed ottenendo un composto adoperato, in aggiunta alla sovraccennata predisposizione delle celle, per riempire le fessure dell’arnia e contrastare l’ipotetico accesso di temuti predatori.



Particolarmente rinforzante è la pappa reale, provvidenziale nutrimento prodotto dalle api operaie ed esclusivamente riservato alle larve prescelte a potenzialmente ricoprire la carica di regine — identificabili sia dalle maggiori dimensioni, sia dalla marcatura colorata sul corsaletto — rimpinzate a iosa nell’obiettivo d’accrescerne maggiormente corporatura e fra le quali solamente una primeggerà sulle altre, egregiamente presiedendo una collettività matriarcale e capillarmente organizzata fra più incarichi, ineccepibilmente ricoperti e portati a termine nella meraviglia d’un autonomo regno frutto di zelante coscienziosità, realizzato in geometriche simmetrie con mirabile minuziosaggine ed intriso di solerte, strabiliante e magnanima cooperazione.




C’è un capolavoro, la cella esagonale, che sfiora la perfezione. Nessun essere vivente, nemmeno l’essere umano, ha raggiunto, nel centro della sua sfera, ciò che l’ape ha ottenuto da sola: e se un’intelligenza di un altro mondo scendesse e chiedesse alla terra la creazione più perfetta, io le offrirei il semplice favo di miele.
Maurice Maeterlinck, La vita delle api.
Nell’apiterapia, persino cera e veleno trovano ampio spazio in virtù d’alleati del benessere e secondo la medicina ayurvedica il miele, purché non se n’ecceda nell’assumerlo, possiede capacità terapeutiche bilancianti i tre Dosha — Vata (aria ed etere), Pitta (acqua e fuoco) e Kapha (terra e acqua) — il cui equilibrio sarebbe fondamentale al mantenimento dello stato di salute dell’organismo, derivante dall’armonia delle tali energie vitali fra corpo, mente e spirito, a loro volta costituiti dai medesimi elementi di cui è composto l’universo, nell’intenso legame fra microcosmo e macrocosmo che la suddetta scienza reputa sussistere.
Ventaglio di variegata e pura delizia nei sapori delle innumerevoli varietà disponibili, gradevole addolcente di tisane, decotti, infusi e bevande in generale, ingrediente di sciroppi o cocktails, a livello culinario il miele sprigiona trasversale aroma nel prestarsi facilmente a più accostamenti, a seconda della tipologia abbinandosi a verdure, salse, carni, pesce, formaggi, latte, yogurt, gelato, frutta secca e dolci, tanto negli impasti quanto versato direttamente su quel che si desideri arricchire nel gusto, purché mantenendone una temperatura compresa fra i quindici ed i venti gradi, conservandolo in dispensa, al riparo dalla luce e non in frigorifero, per evitarne la cristallizzazione e conseguente ossidazione che giocherebbero a discapito di morbidezza e bontà, avendo peraltro l’accortezza di non usare cucchiaini in metallo, dacché materiale deleterio sulla composizione enzimatica, prediligendo quelli in plastica oppure, idealmente, le caratteristiche bacchette in legno arrotondate in punta, le cui scanalature agevolano presa e spalmatura.
Testimonianza visiva del sostanzioso alimento nella preistoria è suggerita da pitture rupestri fra le quali quella scoperta nel 1921 in Spagna, nelle grotte Cuevas de Arãna, ritraente una figura umana attorniata da api in volo ed arrampicatasi per mezzo di liane fino all’alveare, allo scopo di sottrarlo e presumibilmente riporlo nel “paniere” sorretto a mano; affascinanti testimonianze di cui l’Africa è copioso scrigno, nell’assolata terra talune pareti rocciose custodendo rappresentazioni non soltanto attestanti ai posteri l’arcaica attività dei “cacciatori di mieli” intenti nel “saccheggio”, bensì anche la tecnica attuata nel mentre, ovvero — e un graffito nelle colline di Matobo Hills, nello Zimbabwe, ne riporta la scena — il confondere e calmare lo sciame con il fumo emanato da rudimentali torce, perigliosa pratica del passato tutt’ora esercitata da alcune tribù, fra le quali i Kirat Kulung e i Gurung, comunità indigene nepalesi ancor oggi tramandanti la rischiosissima tradizione di scalare l’Himalaya fino alle pendici dell’Everest, per raggiungere e staccare con un bastone, percuotendoli, gli enormi favi semicircolari, gliallognoli, ancorati sui versanti ed a strapiombo nel vuoto, costruiti dall’Apis laboriosa, nomenclatura binomiale coniata nel 1871 dall’entomologo britannico Frederick Smith (1805-1879), per classificare l’ape mellifera più grande al mondo e produttrice del cosiddetto “miele pazzo”, molto raro, costoso e necessitante d’accurata informazione previo assaggio, in quanto contenente graianotossina — tipica di rododendri ed altre Ericacee da cui la succitata specie attinge — che lo rende letale se preso in eccessive dosi, causando effetti psicotropi, allucinogeni e, nei casi più severi, avvelenamento.


Al netto di consuetudini mantenutesi immutate nei millenni, contatto dell’uomo si mitigò ed ingentilì, evolvendosi con l’avvento dell’apicoltura, della cui comparsa non si hanno datazioni precise, tuttavia studi antropologici e reperti archeologici confermando usanza da parte degli Antichi Egizi — oltretutto pionieri nell’idearne una variante nomade lungo il corso del Nilo, spostando le arnie secondo il susseguirsi delle fioriture ed ampliando scorte — così come delle abilità apistiche di Sumeri, Babilonesi ed Assiri menziona il Codice di Hammurabi, con leggi deputate a punire il furto di miele, rigorosamente tutelato nell’intera Mesopotamia.
Culture pre-classiche alle spalle, l’arte dell’allevar api conquistò Greci e Romani, la letteratura prolificando nel descriverne attraverso opere dedicate, proseguite nel tratteggiare quanto antecedentemente teorizzato da Aristotele (384/383-322) in De Generatione Animalium e ripreso, talvolta rivisto, da diversi autori, fra i quali Marco Terenzio Varrone (116-27) in De re rustica, Publio Virgilio Marone (70-19 a.C.) nelle Georgiche, Lucio Giunio Columella (4-70) in De re rustica, Gaio Plinio Secondo ‘Plinio il Vecchio’ (23-79) in Naturalis Historia, all’epoca ancor prevalendo una concezione divina del miele, ritenuto pioggia degli déi caduta in lauto omaggio dai Cieli e posatasi sui fiori, interpretazione dalla qual taluni si discostarono anzitempo, uno su tutti Lucio Anneo Seneca (4-65), nell’undicesimo libro delle Epistulae morales ad Lucillum supponendo che siano le api a lavorare e trasformare quanto raccolto, a loro tendendo onorante similitudine, nell’esporre filosofica saggezza: «Non dobbiamo limitarci a scrivere o a leggere: la prima attività, parlo dello scrivere, riduce ed esaurisce le forze; la seconda ti snerva e ti spossa. Bisogna, invece, passare dall’una all’altra e contemperarle in modo che la penna riconduca a unità quanto si è raccolto con la lettura. Dobbiamo, si dice, imitare le api che svolazzano qua e là e suggono i fiori adatti a fare il miele, poi dispongono e distribuiscono nei favi quello che hanno portato e, come scrive il nostro Virgilio, Accumulano il limpido miele e colmano le celle di dolce nettare. Non si sa bene se ricavino dai fiori un succo che è addirittura miele, oppure trasformino in questa sostanza saporita le essenze raccolte, mescolandole insieme e servendosi di una qualità del loro alito. Secondo certi studiosi le api non hanno la capacità di fare il miele, ma solo di raccoglierlo […] Ma per non allontanarmi dall’argomento in questione, anche noi dobbiamo imitare le api e distinguere quello che abbiamo ricavato dalle diverse letture, poiché le cose si mantengono meglio divise; dobbiamo fondere poi, in un unico sapore, valendoci della capacità e della diligenza della nostra mente, i vari assaggi, così che, anche se ne è chiara la derivazione, appaiano tuttavia diversi dalla fonte».

Approccio trascendente alla questione iniziò a gradualmente sgretolarsi nel Medioevo e vestire connotazioni più realistiche, nel periodo Carlo Magno (742-814) considerevolmente contribuendo a migliorare ed espandere l’apicoltura, decretando l’obbligo, per ogni podere a lui asservito, d’avere all’attivo un esperto in materia; in pieno Rinascimento il miele era l’unico dolcificante disponibile, perlomeno fino alla diffusione dello zucchero, che in breve ne divenne alternativa di consumo su larga scala, dacché più accessibile e meno dispendioso.
Dal principio del Novecento e con i maggiori strumenti messi in campo dalla Rivoluzione Scientifica, il miele ritornò in auge, con spiccato interesse per la specificità uniflorale che contraddistingue ogni genere, nelle rispettive fragranze.

Fin dalla notte dei tempi considerato inestimabile al punto da spingere Salomone a donarne all’amata sua Makèda, regina di Saba, nominato in testi sacri, trattati agronomici e filosofici, non di rado assunto a metafora o allegoria in citazioni, aforismi e canzoni, del miele letterati e poeti composero in prose e strofe, con ispirati inchiostri fecondando vergini pagine d’imperitura arte scrittoria, narrante lo splendore dei delicati, silenti, nodali equilibri tra fauna e flora, ancestralmente predestinati alla conservazione del pianeta.
In concomitanza all’uso curativo ed alimentare protrattosi per secoli, tanto all’ape quanto al miele veniva conferito un valore sacro, libinare, sotteso per l’appunto dalla convinzione che vi fosse un legame con l’Aldilà, non a caso popoli dell’Antichità utilizzandolo in riti funebri propizi al trapasso o in libagioni sacrificali, evocate di sovente in associazione alle ninfe sacerdotesse nella mitologia classica, pullulante di racconti e aneddoti in cui l’ambrata essenza — con la qual Zeus ed il figlio Dioniso sarebbero stati svezzati — regna sovrana e che nella simbologia in senso lato è emblema di purezza, virtù, gioia, prosperità, saggezza e quant’altro anche il sognarlo si dica si di buon auspicio.



Le api e il loro miele.
Il miele e le sue api.
Api ch’è stato dimostrato sappiano contare ma che non possono sapere quanto contino, incantino e purtroppo a volte scontino, per antropica noncuranza.
Api, che di leggi matematiche sbaragliano teoremi, dimostrando quanto il minuscolo non significhi minore ed appartenenti al solenne ciclo di vita che tutto lega e da cui tutto parte, “cose di ogni giorno” che “raccontano segreti a chi le sa guardare ed ascoltare”, scriveva Gianni Rodari (1920-1980) e cantava Sergio Endrigo (1933-2005) su musica di Luis Enrique Bacalov (1933-2017), brano dalla me piccina canticchiato non so quante volte ed anche ora che mi trovo adulta, mano stringo a quell’infante nel caldo abbraccio della Madre Natura che quant’è bello poter sfiorare quotidianamente, cogliendo nobili insegnamenti dal paziente tessere la ragnatela d’un ragno, dal fiero e lesto passo di formiche i cui corpi sorreggono pesi innimaginabili come fossero piume, dal timido levarsi di farfalle nella notte e di taltanta bellezza il regno animale m’offra ad occhi e cuore, gonfiandomi il petto di commossa gratitudine, la medesima rivolta all’ape perché se «per fare tutto ci vuole il fiore», senza di lei fiori non ci sarebbero e miele nemmeno.

Ode all’ape
Pablo Neruda
Moltitudine di api!
Entrano ed escono
dal carminio, dall’azzurro,
dal giallo,
dalla più tenera
dolcezza del mondo:
si getta in una corolla
precipitosamente,
per lavoro
fuoriescono vestite d’oro
e gli stivali gialli.
Perfette dalla cintura,
con l’addome rigato
da linee scure,
il piccolo capo
sempre pensieroso
e le ali bagnate:
entrano in ogni finestra odorosa,
spalancano le porte della seta,
penetrano nei talami
dell’amore più fragrante,
inciampano in una goccia di rugiada
come in un diamante
e da tutte le dimore
che visitano
estraggono il miele
misterioso,
ricco
pesante, spesso aroma,
liquida luce che cade a goccioloni,
finché collettivo al palazzo
ritorna
e nelle gotiche merlature
deposita il frutto
del fiore e del volo,
il sole nuziale serafico e segreto!
Moltitudine d’api!
Elevazione sacra dell’unità,
collegio palpitante!
Ronzano
sonori numeri
che plasmano il nettare,
passano rapide
gocce d’ambrosia:
è la siesta dell’estate
nelle verdi solitudini
di Osorno.
Sopra il sole
inchioda le lance
nella neve,
risplendono i vulcani,
ampia come i mari
è la terra,
azzurro è lo spazio,
ma c’è qualcosa
che rema,
è il bruciante cuore dell’estate,
il cuore di miele
moltiplicato,
la rumorosa ape,
il crepitante
favo
di volo e oro!
Api,
lavoratrici pure,
ogivali operaie,
fine, scintillanti
proletarie, perfette,
temerarie schiere
che nel combattimento attaccano
con pungiglione suicida,
ronzate,
ronzate sopra
i doni della terra,
famiglia d’oro,
moltitudine del vento,
scuotete l’incendio dei fiori,
la sete degli stami,
l’acute spire profumate
che raccoglie i giorni,
e propagate il miele
oltrepassando gli umidi continenti,
le isole più remote del cielo,
dell’ovest.
Sì: la cera innalzi sculture verdi,
il miele sparga infiniti lembi,
e l’oceano sia alveare,
la terra
torre e tunica di fiori,
e il mondo una cascata,
chioma,
aumento infinito d’alveari!

La felicità
Trilussa
C’è un’ape che si posa
su un bottone di rosa:
lo succhia e se ne va…
Tutto sommato,
la felicità è una piccola cosa.

Api nell’invisibile
Rainer Maria Rilke
Noi siamo le api dell’Universo.
Raccogliamo senza sosta
il miele del visibile
per accumularlo nel grande alveare
d’oro dell’invisibile.

Le api sono grosse gocce di miele
Nazim Hikmet
Le api sono grosse gocce di miele.
Le api portano le pergole al sole.
Le api son venute volando via dalla mia giovinezza.
Anche queste mele vengono di là
queste mele pesanti.
E questa strada di polvere dorata
e questi sassi bianchi in riva al fiume
e la mia fede nei canti
e il fatto che io non invidi nessuno
e anche questa giornata senza nubi viene di là
questa giornata azzurra
e questo mare che sta disteso nudo e caldissimo
e questa nostalgia
e i denti luminosi di questa bocca dalle labbra carnose
son venuti al villaggio caucasico
tra le zampette delle api come grosse gocce di miele
dalla mia giovinezza.
Dalla mia giovinezza che io ho lasciata non so dove
e di cui non mi sono potuto saziare.

Il canto del miele
Garcia Lorca
Il miele è la parola di Cristo,
l’oro colato del suo amore.
Il meglio del nettare,
la mummia della luce di paradiso.
L’alveare è una stella pura,
pozzo d’ambra che
alimenta il ritmo delle api.
Seno dei campi
tremulo d’aromi e di ronzii.
Il miele è l’epopea dell’amore,
la materialità dell’infinito.
Anima e sangue dolente di fiori
condensati attraverso un altro spirito.
(Così il miele dell’uomo è la poesia
che emana dal suo petto addolorato,
da un favo con la cera del ricordo
creato dall’ape nell’intimità).
Il miele è la bucolica lontana
del pastore, la zampogna e l’olivo,
fratello del latte e delle ghiande,
regine supreme dell’età dell’oro.
Il miele è come il sole del mattino,
con tutta la grazia dell’estate
e il fresco antico dell’autunno.
È la foglia appassita ed è il frumento.
Oh divino liquore dell’umiltà,
sereno come un verso primitivo!
Tu sei l’armonia incarnata,
lo spirito geniale dì liricità.
In te dorme la malinconia,
il segreto del bacio e del grido.
Dolcissimo dolce
Questo è il tuo aggettivo.
Dolce come il ventre di una donna.
Dolce come gli occhi dei bimbi.
Dolce come le ombre della notte.
Dolce come una voce.
O come un giglio.
Per chi ha in sé la pena e la lira
tu sei il sole che illumina il cammino.
Equivali a tutte le bellezze,
al colore, alla luce, ai suoni.
Oh liquore divino della speranza,
dove anima e materia unite
trovano il perfetto equilibrio
come nell’ostia corpo e luce dì Cristo.
È la superiore anima dei fiori
Oh liquore che hai unito queste anime!
Chi ti gusta non sa che inghiotte
lo spirito d’oro dì liricità.

Le Api
Luigi Orsini
Spunta l’aurora. Dal sottil forame
che custodisce il rugiadoso miele
escono le api, e il brulicante sciame
lasciano in fretta e l’alvear fedele.
Quasi che un vivo foco entro vi fosse,
saettan via come faville rosse.
Ed ecco il sole. Né la luce ardente,
paion un nembo di scintille d’oro:
si sparpagliano poi rapidamente
riprendendo ciascuna il suo lavoro:
si tuffano, né l’una a l’altra bada,
né le corolle grevi di rugiada.
Suggono l’api l’anima dei fiori
e ne fan miele di sapor soave:
recan messaggi d’innocenti amori,
né l’industre fatica è lor mai grave.
Dopo cento viaggi in un sol giorno
ultimamente a casa fan ritorno.
Sagge e laboriose api, voi siete
esempio a noi di volontà tenace;
n’apparite perciò festose e liete,
e manco a notte, il buon ronzio si tace.
Trascorrete così vostra giornata,
onorando il Signor che ve l’ha data.

L’Ape
Paul Valery
Quale che sia, e mortale,
e fina la tua punta,
il mio cestello tenero
non ti velo, ape bionda,
che d’un sogno di trina.
Pungi al seno la bella
mela, cui posa Amore
e vi langue o vi muore;
alla mia carne tonda
e ribelle che affiori
di me vermiglia un poco.
D’un alacre tormento
bramo l’offesa; meglio,
cresciuto e vivo, un male
che una sopita pena.
Illumini il mio senso
l’infima sveglia d’oro,
di cui se privo, Amore
perisce o s’addormenta.

L’Ape
Giovanni Pascoli
E disse ancora: «De le sue corolle;
ch’ape non vide, ch’ape non desia:
l’ombre lei gode, ed essa: altro non volle:
essere volle sopra un’ara pia
come l’incenso de l’incensiere,
di cui l’opra s’adempie in vanir via.
Ma non mancano calici a cui bere,
ciò di cui, paziente anima umana,
a te non piace che l’altrui piacere:
c’è la quercia che in aria s’allontana
e la viola che le resta al calcio,
e il fior d’assenzio e il fior di maggiorana.
E quale odore è mai del fior del tralcio!
odor che pare l’ombra del novello
vino che viene. E c’è l’amaro salcio.
In verità ti dico, anima: ornello
o salcio o cardo, ognuno ha sua fiorita;
amara o dolce; ma sol dolce è quello
che tu ne libi miele de la vita».

Georgiche, Libro IV
Publio Virgilio Marone
Tutte allor fuor le industrïose pecchie
Escon, pe i boschi e per le verdi selve
Peregrinando, e i rugiadosi fiori
Suggono, e lievi a vol radendo i fiumi
L’onda somma delibano, e pasciute
E prese poi da non so qual dolcezza
A nutrire, e a covar la prole, e i nidi
Tornano allora, e le tenaci cere
E il mel con arte a fabbricar si danno.
[…]
E de l’inverno memori al travaglio
Attendono l’estate, e tutti poi
Pongono in serbo ed in comun gli acquisti.
Altre al vitto provvedono, e pe i campi
Vanno predando i fiori, altre nel chiuso
Seno de gli alvëar con le stillanti
Lagrime de i narcisi, e con la gomma
De le cortecce resinose a i favi
Pongono i primi fondamenti, e a i muri
Stendono sopra le tenaci cere.
Educan altre i pargoletti figli
Speme del popol lor, purgano alcune
E condensano il mele, e tutte poi
Del nettare söave empion le celle.
Molte ancora ve n’ha, cui tocca in sorte
Di custodir la foglia, e stan le nubi
Queste a vicenda speculando, e i venti,
O il peso alleggeriscono di quelle
Che arrivano da i campi, o fatta schiera
Scacciano i fuchi, neghittoso gregge,
Lungi da gli alvëar: l’opera ferve,
E olezza il mele d’odoroso timo.
[…]
Non altrimenti, se a le grandi cose
Paragonar le piccole è permesso,
L’innato amor del mel fa l’api intente
Ognuna al suo lavor. Han le più vecchie
Cura de gli alvëari, e debbon esse
Munire i favi, e fabbricar le celle.
Stanche la sera e cariche di mele
Tornano le più giovani che in giro
Vanno pascendo il dì la casia e il timo,
Le corbezzole, il salcio, e il rosso croco,
Le pingui tiglie, e i pallidi giacinti.
Tutte han travaglio uguale, e ugual riposo;
Escono al primo albor, né indugio o tregua
Soffrono mai durante il dì, poi quando
Espero spunta in ciel tornano a casa
Le forze a ristorar: dense a la soglia
S’affollano aleggiando, e a i buchi intorno
Suona un confuso fremito e ronzìo;
Ma poichè tutte s’annidár, non s’ode
Voce la notte più; placida ognuna
S’adagia, e cheta s’abbandona al sonno.
[…]
Sovente errando a pascolar su l’aspre
Aguzze coti col frequente attrito
Consuman l’ali, e sotto il troppo peso,
E nel lungo lavor lasciano oppresse
E volontarie vittime la vite.
Tanto è l’amor de i fiori, e tal le infiamma
Senso di gloria a fabbricare il mele!

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