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Api: oltre al miele, sanno contare e insegnano ad amare

 
 
«Prendemmo il sentiero degli alveari che d’estate impastano l’aria con un canto di fondo, basso sonoro di fabbrica che cava una goccia di miele da un giorno di fiori. È il canto di una volontà inesorabile di eseguire.»

Così Erri De Luca, in “ACETO, ARCOBALENO”. Così la sensazione evocata, il calore dell’estate sulla pelle, il ronzio sciamante di sottofondo e lo eseguire zelante tra i fiori. Una meticolosità commovente. Che si impasta ai sensi e suscita un inchino di stima. Verso di loro. 

Le api.
Che contano per l’umanità e che sanno contare.
Riconoscendo il numero zero.

In un recente esperimento svolto in Australia dai biologi del Royal Melbourne Institute of Technology (RMIT), in collaborazione con le Università di Molosh e di Tolosa, si è infatti dimostrata la capacità di questi nobili insetti di riconoscere il tondo numerico. Eccezionale scoperta che, in brevissimo tempo, ha varcato i confini della “terra dei canguri” per stamparsi sulle prestigiose pagine della rivista Science ed i cui risultati sono stati resi noti a Estoril, in Portogallo, alla trentacinquesima Conferenza internazionale di etologia Behaviour 2017.

La sperimentazione scientifica, condotta da Scarlett R. Howard, ricercatrice in Zoologia, Ecologia ed Entomologia (studio degli Esapodi, insetti in senso lato, incluse tutte le forme primitive) dell’Università di Melbourne, ha dimostrato la capacità delle api di percepire l’assenza di qualcosa come una quantità. Il numero zero, infatti, può venire compreso come un “nulla” opposto alla parte numerica estrema inferiore oppure rappresentato simbolicamente, abilità propria, quest’ultima, ai bambini di almeno quattro anni oltre che a primati, delfini e pappagalli.

Già nel 2008, un gruppo di ricercatori australiani dell’Università del Queensland, aveva addestrato le api a contare fino a quattro. Scarlett R. Howard si è spinta oltre, insegnando loro a distinguere fra due numeri.

Per dimostrarlo, in un primo step, su due piattaforme sono state sistemate da una a quattro sagome. Su quella con il minor numero di sagome è stato posto un liquido zuccherato, la piattaforma con il maggior numero di sagome è stata invece irrorata con del chinino, alcaloide naturale dal gusto amarognolo. La forma degli oggetti è stata variata più volte, per evitare che condizionasse la scelta rispetto alla quantità degli stessi. Dopo innumerevoli ripetizioni, l’80% delle api era perfettamente in grado di scegliere la piattaforma “zuccherata”.

In una seconda fase, le quantità delle sagome sono state variate in maniera casuale, arrivando a lasciare una piattaforma priva delle stesse, contrapposta alla seconda con un numero di oggetti variabile da uno a sei. La maggior parte delle api ha raggiunto con sicurezza la piattaforma con nessuna sagoma, seppur dimostrando una maggior lentezza nel riconoscere il numero zero, se confrontato con numeri molto bassi (fino a due o tre sagome). La maggiore velocità di riconoscimento dello zero, se rapportato ad una cifra numericamente più distante, conferma l’ipotesi che le api lo riconoscano come una quantità, al pari degli altri numeri. L’esitazione di scelta è infatti imputabile alla vicinanza ridotta che esiste fra una o due unità e non al fatto che uno dei due numeri sia uno zero.

La stessa modalità di apprendimento è riferibile alla mente umana, paragone che stupisce se si pensa che un’ape possiede un milione di neuroni rispetto agli 86 miliardi di unità neuronali proprie all’uomo.

L’importanza dell’esperimento in questione è ben spiegata, a Repubblica, da Giorgio Vallortigara, professore di neuroscienze al Center for Mind/Brain Sciences dell’Università di Trento:

«In prima istanza si potrebbe pensare, infatti, che le api e gli altri animali distinguano semplicemente tra ‘riquadro vuoto’ e ‘riquadro con forme’. In realtà le cose non stanno così. (…). Il tempo di reazione nel ‘riconoscere’ lo zero è tanto minore quanto più grande è l’altro numero con cui lo si confronta. Il che vuol dire che effettivamente le api (così come gli esseri umani) sono in grado di capire che lo zero è ‘più vicino’ all’uno che non al cinque. Lo studio ci fa inoltre capire che basta un sistema nervoso molto semplice (…) per sostenere il concetto di numerosità e quello di zero.»

La recente scoperta, oltre che di stimolante impatto entomologico, delinea nuove prospettive in ambiti scientifici differenti.

Adrian Dryer, professore associato presso la Scuola di Media e Comunicazione all’RMIT di Melbourne, come riportato da ANSA, ha affermato che «Se un’ape con meno di un milione di neuroni riesce a riconoscere lo zero, allora devono esserci modi più semplici ed efficienti per insegnare un concetto simile ai sistemi di Intelligenza Artificiale. Per esempio, per noi è semplice andare ad attraversare la strada quando non passa nessuno, per un robot questo inizia ad essere un compito davvero molto difficile.»

 

Il valore di essere uno Zero

Il numero zero, fondamentale nella storia della matematica e nella cultura scientifica in generale, che ha permesso l’introduzione dei numeri negativi ed il passaggio dall’aritmetica all’algebra, venne utilizzato per la prima volta dai Sumeri circa tremila anni fa, indicato, nella scrittura cuneiforme, con due incavi inclinati a rappresentare l’assenza del numero. Nonostante anche i cinesi ed i Maya ne intuirono il valore simbolico del “nulla”, senza però riuscire ad applicarne le proprietà nel calcolo, sarà la cultura Hindu, in special modo nella figura del matematico ed astronomo indiano Brahmagupta (598 d.C. – 668 d.C.), a sviluppare lo zero secondo un concetto più moderno.

Introdotto fra i numeri arabi da Muhammad ibn Musa al Khwarizmi (780 – 850, circa), matematico, geografo, astrologo ed astronomo persiano, ebbe paternità italiana ed occidentale in Leonardo Pisano, detto il Fibonacci (1175 – 1235, circa), matematico italiano, ritenuto uno fra i più grandi matematici di tutti i tempi. Lo ‘sifr’ arabo, in lui divenne lo ‘zephirum’ latino, quindi il ‘severo’ veneziano ed infine lo ‘zero’ attuale. Nel primo dei quindici capitoli del suo Liber abbaci (prima edizione nel 1202, perduta, seconda nel 1228) egli espose la numerazione posizionale indiana, ripresa poi dagli arabi.

L’impatto delle cifre arabe sulla civiltà occidentale, che all’epoca utilizzava numeri romani con un sistema di numerazione greco, basato sull’abaco, stravolse i tradizionali metodi di calcolo e, di conseguenza, non fu ben accolto, specialmente in ambiti bancari nei quali veniva ritenuto confusionario.

Il rapporto d’uguaglianza numerica dello zero con gli altri numeri, si concretizzerà solamente nel 1491, nel testo De Aritmetica Opusculum, meravigliosa opera, con tavole per le moltiplicazioni ed elementi di geometria, stampata a Firenze.

L’innovazione apportata da Fibonacci, seppur in precedenza lo zero fosse stato utilizzato da Gerberto di Aurillac (papa Silvestro II, 940 – 1003, circa), le cui conoscenze, all’epoca, rimasero nulle in quanto tenute segrete fra le mura di un convento, assume un’importanza che va oltre l’aspetto storico, restituendo il giusto valore, scientifico ed umano, all’interazione necessaria fra saperi provenienti da diverse culture, affinché la scienza possa definirsi tale nel linguaggio universale. La necessità di comunicazione e di confronto, diviene in tal modo la pietra miliare sulla quale erigere un sapere planetario che possa definirsi rispettoso dell’uomo in senso lato e delle sue idee, considerate nella loro oggettività e da ritenersi pure e preziose nelle loro differenti sfumature culturali, territoriali, emotive e personali.

Rispetto e riconoscenza da traslare al Pianeta, in una ripresa ancestrale di valori che rammenti d’esser parte di un ecosistema da non dimenticare, da accarezzare ed assecondare, ricevendone in cambio il dono della vita. Senza mai scordarsi d’appartenere ad un mondo animale spesso offeso e tradito, dal quale si è differenti solamente nel possesso di un intelletto superiore che, in troppi casi, per mal utilizzo, ha reso l’uomo inferiore a qualsiasi altro essere vivente.

Nella zelante operosità delle api, nel loro adoperarsi a servizio dell’intero alveare e nel donarsi in funzione della vita, sta, ove si sia disposti a coglierlo, il senso dell’esistenza.
Nel loro migrare, sta la sconfitta dell’uomo.

Sta nel mancato rispetto della biodiversità vegetale, che crea danni irreversibili agli ecosistemi, riconducendo alla modifica dell’habitat, divenuto inospitale, la principale causa di migrazione.

Uno schiaffo secco a chi, con dedizione ed amore, produce il siero più dolce del mondo.
Il miele.

 

L’essenza divina del miele

Api - https://terzopianeta.info
Sono almeno 50 milioni di anni che il cielo accoglie sciami d’api.
Sebbene l’uomo vi abbia posato lo sguardo 49 milioni d’anni dopo, del suo rapporto con le stesse si ha una prima traccia in una raffigurazione rupestre ritrovata in Spagna, a Valencia.

Del 2400 a.C. i primi cenni d’apicoltura degli Antichi Egizi, rinvenuti su dipinti. Il ritrovamento di vasetti contenenti del miele nelle loro tombe, testimonia l’approccio culturale, rituale e divino con l’alimento stesso, anticamente definito “cibo degli dèi”, ritenuto nettare miracoloso sia nella mitologia greca (secondo la quale Dioniso fu allevato a miele da una ninfa) che dagli antichi Latini.

Di Aristotele (384/383 a.C. – 322 a. C.) una delle prime ipotesi sulla produzione del miele, riportata nel trattato De Generatione Animalium.

«Il miele è una sostanza che cade dall’aria, specialmente al sorgere delle stelle e quando s’incurva l’arcobaleno (…), l’ape lo porta da tutti i fiori che sbocciano in un calice (…), essa bottina i succhi di questi fiori con l’organo simile alla lingua.»

Concezione “celeste” che si protrarrà fino al Medioevo, periodo durante il quale, grazie a Carlo Magno (742 d.C. – 814 d.C.), l’apicoltura avrà un grande sviluppo, specialmente in monasteri ed abbazie.

Avverrà solo in pieno sviluppo scientifico, fra il XVII ed il XVIII secolo, che la conoscenza degli alveari si sdoganerà definitivamente dalla visione aristotelica in voga fino ad allora, anche se sarà la chimica organica, nel XIX secolo, a concretizzare una descrizione definitiva delle tecniche apistiche.

Nel corso di secoli e millenni, il miele ha goduto di un protagonismo indiscusso, beneficiando l’umanità con proprietà terapeutiche, utilizzato come dolcificante e conservante, considerato alimento prezioso somministrato ai bambini delle fasce sociali più alte. Alimento sacro e di valenza divina, per lungo tempo ne fu riservato l’utilizzo esclusivamente alla nobiltà. Dolcezza, gusto e purezza, ne fecero l’omaggio ideale che Salomone volle offrire alla regina di Saba, Makèda, colei la cui bellezza non poteva che essere esaltata dall’unicità del nettare dorato. Si narra infatti ch’egli ne scelse appositamente le varietà più raffinate, ricoprendola d’attenzioni e conquistandola di gentilezza, aprendo le porte ad una storia d’amore senza tempo.

E senza tempo dovrebbe essere anche l’amor per la nostra terra, della quale innamorarsi facendosi bastare la semplicità della sua bellezza, così come «Per un indiano l’oro del sole basta e avanza.» (Violeta Parra)

 

Imparare l’amore dall’api

Nella magica atmosfera di Maggio, le api abbandonano la loro arnia alla ricerca di un luogo dove vivere e moltiplicarsi. La sciamanatura, così si chiama la loro migrazione, è un evento spettacolare che racchiude in sè un ciclo vitale e protettivo, essendo l’ape regina amorevolmente tutelata al centro dello sciame. La feconderà il fuco, maschio dell’ape domestica, detto anche pecchione.

La corteggerà con una serie di danze alle quali lei si unirà.

Essendo che le uniche api femmine a poter essere fecondate sono le api regine, considerata la sterilità delle altre, ecco allora che l’atto d’Amore viene protetto consumandosi in volo, lontano da qualsiasi pericolo. Un volo nuziale che l’ape regina percorre accompagnata dalle api operaie, dirigendosi verso i fuchi della colonia che, a fine corteggiamento, copuleranno con lei, fecondandola. La regina si accoppierà un’unica volta nella sua esistenza, con una quindicina di fuchi che, dopo la fecondazione, moriranno.

Lasciando la vita, nell’Amore.
Ne originerà dolcezza.
E allora, forse, riconoscere uno zero vale davvero molto.

Conta il sentirsi, il sapersi leggere a tuttotondo, con onestà, partendo dalla base di ciò che si è, dalla tabula rasa che ci è stata concessa in dono alla nascita per inciderne la vita. S’impara dalle api, dai poeti, dai pittori, dai musicisti, dagli artisti e dal genere umano in senso lato, dalla natura. Si apprende dai sensi, spesso soffocati ed annebbiati dalla ricerca di gesti eclatanti, negli atteggiamenti che fanno scalpore, che stupiscono, quando a stupire dovrebbero essere umiltà e garbatezza, in via d’estinzione insieme alle api.

Loro, che ci concedono d’apprendere il valore del rispetto e della collaborazione, sciamando unite su inclinazioni e necessità, a brusio compatto, simbiotico. Loro che si amano in volo per non rischiare d’esser disturbate, perché disturbar l’Amore, svilirne il senso, è il peccato più grave che si possa commettere. Ed all’umanità dei nostri giorni, quella istruita, quella tecnologica e saccente, quella erudita che tutto sa, alla quale è da sempre concesso il furto del loro prodotto, addolcito da un lavoro zelante ed inimitabile, non resta che chinare il capo, rivolgendo immensa stima ad esili esseri bicolori, tanto potenti nella sostanza e nell’esempio, d’esser in grado d’insegnare, con il loro vissuto, la lezione più importante di tutti i tempi.

Ecco che le api si adagiano sui fiori e ne colgono l’essenza senza modificarne l’aspetto. Si posano con delicatezza sui petali rispettandone la forma, sorseggiandone il contenuto e trasformandolo in oro commestibile. Ad esse è dunque concessa una nobiltà d’animo che strugge i sensi, un contatto privilegiato con una natura che sanno amare e dalla quale sono amate e nutrite, in un amorevole ciclo che del rispetto fa linfa vitale.

Api su fiore https://terzopianeta.info

«Andate nei campi e nei vostri giardini, e vedrete che il piacere dell’ape è raccogliere miele dal fiore. Ma è anche piacere del fiore concedere all’ape il suo miele. Perché un fiore per l’ape è la fonte di vita. E un’ape per il fiore è un messaggero d’Amore. E per entrambi, per l’ape e per il fiore, darsi e ricevere piacere è insieme ebbrezza e bisogno.»
(Khalil Gibran)

Fosse concesso all’uomo, di saper vivere in tal modo, fosse lo stesso in grado di corteggiare danzando e di amare volando, illuminando il proprio sguardo di riflesso lunare, annusando le stagioni, pettinandosi di vento ed assaporando dolcezza di parole.

Reimparando a vivere, in un certo senso, azzerandosi e rinascendo di poesia.

Sylvia Plath, mente di ferro, penna d’argento e cuore di cristallo, scrisse il più bel desiderio che si possa esprimere.

«E allora impara a vivere. Tagliati una bella porzione di torta con le posate d’argento. Impara come fanno le foglie a crescere sugli alberi. Apri gli occhi. Impara come fa la luna a tramontare nel gelo della notte prima di Natale. Apri le narici. Annusa la neve. Lascia che la vita accada.»