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Pitaya: storia e proprietà del frutto del Drago

 
Unico in peculiarità di morfologia, il frutto del Drago s’apre alla vista nella vivacità dei suoi colori, concedendosi in gradevolezza di sapore e divenendo alleato della salute nelle proprietà terapeutiche a lui caratteristiche, gentilmente prestandosi a coltivazione domestica e facendosi tramite per viaggi, tra fantasia e storia, nell’origine del suo nome.

Un tavolo, una sedia, un cesto di frutta e un violino;
di cos’altro necessita un uomo per essere felice?
Albert Einstein

Generalmente conosciuto anche con il nome di Pitahaya, o Pitaya, il frutto del Drago è scientificamente classificato come Hylocereus undatus ed appartiene alla famiglia delle Cactaceae, ovvero le succulenti piante nelle quali rientrano anche i cactus; esistono numerose specie d’Hylocereus, ma l’undatus, l’unica ad essere soprannominata “del Drago”, rimane la più diffusa.

Molto apprezzato nel continente asiatico, in particolar modo in Cina, e in vaste zone tropicali, culla d’origine del frutto fu tuttavia il territorio americano, più precisamente il Messico e la parte settentrionale delle Ande, entrando a far parte della dieta dei popoli precolombiani, come testimoniato dal rinvenimento in siti archeologici, di semi risalenti a duemila anni fa.

Prima descrizione venne redatta ad opera dell’entomologo e botanico inglese Adrian Hardy Haworth (1767-1833), che si riferì al vegetale con il nominativo di Cereus undatus, classificato in seguito nel genere Hylocereus dai botanici statunitensi Nathaniel Lord Britton (1859-1934) e Joseph Nelson Rose (1862-1928), la cui collaborazione professionale e di ricerca diede vita alla pubblicazione di numerosi articoli scientifici sulle Crassulaceae, altra singolare famiglia di piante succulente.

Lo stesso Britton fu il fondatore, nonché primo direttore, del The New York Botanical Garden, uno dei più antichi giardini botanici degli Stati Uniti, localizzato nel Bronx e dal 1967 patrimonio nazionale degli USA.

La pianta è epifita, ovvero in grado, con le sue radici aeree, di congiungersi a rocce o alberi ed è formata da lunghi rami cadenti che variano la loro lunghezza dai 6 ai 12 metri, presentando uno spessore d’una decina di cm circa e le areole, ossia le piccole parti che ospitano spine aghiformi nero-grigiastre, hanno un ampiezza di un paio di millimetri; la tonalità dei fiori, lunghi 25/30 centimetri per un diametro di 15/20, miscela sfumature bianco-verdastre e la loro produzione di nettare è finalizzata a sostenere la preziosa attività degli insetti impollinatori, spesso pipistrelli o farfalle notturne.

La fioritura avviene infatti di notte ed il frutto, ricoperto da foglie sovrapposte e dalla forma che richiama quella di un grosso carciofo, o vagamente somigliante al fico d’India, ha dimensioni variabili, intorno ai 5 a 12 centimetri di lunghezza, per 4/9 di larghezza, con un peso fluttuante fra i 150 e i 600 grammi; la buccia, di colore fucsia, ma anche viola oppure giallo, a seconda delle varietà, indossa una specie di squame verdi e porta spine appuntite e robuste che, ovviamente, vanno rimosse prima di destinare il prodotto alla vendita.
 
Unica in peculiarità di morfologia, la Pitaya o frutto del Drago, si dona appagando i sensi, oltre a celar in sé molteplici virtù dai positivi effetti sulla salute • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
 
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La polpa del frutto, al cui interno vi sono una moltitudine di minuscoli semini neri, è bianca nelle varianti più comuni, altrimenti rossa, in ogni caso però, si fa trovare soffice, densa e profumata, facilmente esaudendo i desideri del palato richiamando il gusto di alcuni generi di pere o kiwi, ma non è solamente l’appetibilità a far sì che sia alimento accattivante, difatti innumerevoli sono i benefici derivanti dalla sua assunzione.
 
Unica in peculiarità di morfologia, la Pitaya o frutto del Drago, si dona appagando i sensi, oltre a celar in sé molteplici virtù dai positivi effetti sulla salute • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
 
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Le proprietà del frutto del Drago

Annoverato tra i super food, a ragion di molteplici proprietà in grado di sostenere il benessere fisico, il frutto del Drago possiede valori nutrizionali estremamente salutari, a partir dall’importante coesistenza di proteine, carboidrati, fibre, minerali e vitamine, quali, nello specifico:

vitamina C: acido ascorbico con deciso potere antiossidante e stimolante l’assorbimento del ferro;

vitamina b1, o Tiamina: fondamentale per la conversione del glucosio in energia e, insieme alla vitamina b2, o Riboflavina, anch’essa contenuta nel frutto, importante sintetizzatrice dei processi energetici, quindi rilasciante l’energia necessaria allo svolgimento delle varie attività;

vitamina b3, o Niacina: toccasana nel miglioramento dei livelli di colesterolo nel sangue, fedele alleata della pelle e protettiva nei confronti della struttura mnemonica;

magnesio: essenziale nella coagulazione sanguigna e nel metabolismo di proteine, lipidi e glucidi, aiuta nella regolazione del battito cardiaco e nell’azione vasodilatatrice, oltre che essere di beneficio alla formazione ed alla crescita dell’apparato osseo;

calcio: metallo alcalino terroso fortificante di ossa e denti, nonché cobelligerante nel combattere stati ansiosi o depressivi;

ferro: assicura una corretta ossigenazione delle cellule, stimolando la produzione di emoglobina e di globuli rossi ed una sua scarsità provoca profondi stati di stanchezza ed apatia, oltretutto indebolendo il sistema immunitario in caso di eccessive e prolungate carenze;

fosforo: portentoso minerale presente in ossa e denti, la cui funzione, trovandosi lo stesso anche nel sangue e nei tessuti molli, spazia dal controllo del ph sanguigno, alla regolazione dei processi biochimici, fra i quali la ricezione del glucosio, l’assorbimento del calcio e vitamine varie ed inoltre risultando ottimale nel mantenimento della memoria o ancora favorendo il benessere psichico;

Delle proprietà sopra elencate, il fattore antiossidante è tra i più ricercati, in quanto nell’organismo umano si verificano numerose reazioni metaboliche, nel corso delle quali si formano i radicali liberi, molecole altamente instabili, possibili responsabili d’invecchiamento e danneggiamento di rilevanti strutture cellulari come le membrane plasmatiche, il Dna, perciò coinvolte nello sviluppo di svariate patologie, quali malattie cardiovascolari, neurodegenerative, neoplasie e da considerare inoltre, che a favorire l’incremento di tali atomi, vi sono anche cause esogene: sovraffaticamento, alcol, fumo, l’esposizione ai raggi ultravioletti e la quantità del loro antagonista, appunto contenuto nel frutto del Drago, da alcuni ricercatori è stata paragonata a quella delle portentose bacche, originarie dell’Amazzonia, prodotte dalla pianta di Açaí, ricche di Polifenoli e ed acidi Omega-3.

A livello gastrointestinale, dato l’elevato apporto di fibre, efficaci a mantenere in equilibrio la flora batterica, il consumo del frutto può assistere le normali funzioni digestive e migliorarle in coloro affetti da costipazione, ovviamente nell’ottica di uno stile di vita e di un’alimentazione quanto più sani, al fine di non vanificare il soccorso di queste preziose sostanze, per di più panacea durante regimi dietetici ipocalorici in virtù del loro noto potere saziante.

Mentre il ridotto tenore di zuccheri rende la Pitaya cibo ideale in caso di patologie diabetiche, il contenuto di grassi monoinsaturi interviene in antitesi alla colesterolemia, silente minaccia corporea che può degenerare nei più acuti e gravi eventi cardiocircolatori, qualora l’intasamento delle vene e l’elevamento degli stati pressori si prolungasse per molto tempo.

Oltre all’effetto immunoprotettivo, giovevole qualità dell’esotico frutto consiste nell’esser naturale antinfiammatorio, motivo per cui andrebbe principalmente consumato nei cambi di stagione durante i quali il fisico è maggiormente esposto alle conseguenze degli, spesso repentini, sbalzi di temperatura, allo stesso modo giovandosene come analgesico nella sopportazione dei dolori articolari o ancora nel velocizzare la guarigione di lesioni cutanee, in base alla suddetta capacità di stimolare la rigenerazione cellulare.

Se volete la vitamina C o il beta-carotene, non ricorrete al flacone nell’armadietto dei medicinali, ma al cestino della frutta o alla verdura verde in foglia.
Thomas Colin Campbell

 

Dalla tavola alla semina

Giunto a maturazione, valutabile semplicemente dalla morbidezza al tatto, il frutto del Drago, avendo scorza coriacea e non commestibile, deve essere aperto a metà e, data la consistenza cremosa della polpa, gustato al pari di una coppa di gelato, quindi senza necessità di preventiva sbucciatura ed al contrario utilizzandone il colorato guscio a mo’ di contenitore per variopinte ed esotiche macedonie, con la gustosa polpa tagliata a cubetti a far da protagonista, oppure ancora, adoperandola come ingrediente base di particolari ed alternativi dessert.
 
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Per gli amanti di frullati o cocktail, il frutto del Drago ben si presta sia ad un utilizzo singolo che in abbinamento con altri frutti, freschi o secchi che siano: di casalinga ricetta, benché la si possa trovare già pronta, è l’Agua de Pitaya, la cui preparazione prevede l’acquisto di quattro frutti del Drago rossi, succo di limone, mezzo litro d’acqua, menta fresca e due cucchiai di sciroppo di Yacon, altrimenti d’agave o miele: alla Pitaya, tagliata a cubetti e messa nell’estrattore di succo, andranno aggiunti l’acqua, lo sciroppo, il limone spremuto ed infine la menta.
 
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Alternativa altrettanto prelibata e semplice, si ottiene frullando un frutto del Drago, mezzo bicchiere di latte di mandorle, semi di vaniglia e se gradito, un cucchiaino di zucchero di canna, mentre d’ispirazione caraibica il Daiquiri Pitaya, mescolando la polpa di quest’ultima con del mango ed unendo poi la crema a 4,5 cl di rum bianco, 2,5 cl di succo di lime fresco, 1,5 cl di sciroppo di zucchero e ghiaccio tritato preventivamente shakerati.

Agli appassionati di giardinaggio è data possibilità di seminare, veder nascere il frutto del Drago, seguirne le fasi della crescita e, con un pizzico di fortuna, riuscire a cogliere alla vista la schiusa del fiore, che dura per sole due nottate; la penisola italica si presta positivamente alla sua coltivazione, ovviamente preferendo le zone ove il clima sia meno rigido, sebbene il vegetale, quando ben accudito, sia in grado di tollerare il freddo, purché non raggiunga temperature al di sotto dei -2° gradi e, all’opposto, non sopportando calure al do sopra dei 38 gradi, con un intervallo ideale compreso fra i 18° ed i 25°.

Differenti terreni si prestano alla sua coltura, siano essi salini o calcarei, a condizione che siano ben drenati, fondi ed abbondantemente provvisti di sostanze organiche, motivo per cui gli stessi andrebbero preventivamente concimati.

La pianta si dovrebbe collocare, per seme o per talea, in zona ampiamente soleggiata oppure, dove ciò non sia possibile, in parti di mezz’ombra, facendo attenzione a trovare il giusto equilibrio, ossia garantendo abbondante luminosità almeno per il primo anno, a garanzia della produzione fruttifera, avendo invece premura d’intervenire a sostegno e cura degli steli più giovani, qualora messi a dura prova da eccessiva potenza solare.

La differenza tra semente e talea sta principalmente nei tempi, essendo che i semi daranno i primi frutti dopo circa 7 anni, mentre con l’innesto di talea l’attesa sarà inferiore.

In quest’ultimo caso sarà sufficiente prelevare una propaggine, d’una ventina scarsa di centimetri, dalla pianta madre, inciderla obliquamente sullo stelo, lasciarla asciugare per circa una settimana ed infine provvedere a invasarla o interrarla; la crescita sarà molto celere ed i primi frutti si concederanno al mondo nel giro di un anno. Se si sarà optato per il vaso, non potrà ovviamente essere la sua postazione definitiva ma, nel periodo idoneo al trapianto, il vegetale andrà messo a terreno, essendone le future dimensioni alquanto notevoli.
 
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Per la coltivazione canonica servono semi freschi a tutela della capacità germinativa che scema in maniera direttamente proporzionale all’eventuale essiccazione; normalmente la prima germinazione avviene fra le due e le quattro settimane successive e si dovrà attendere che le alle neonate piantine siano spuntate almeno tre piccole foglie prima di valutare qualsiasi spostamento.

Per la cresciuta nei giardini, considerandone la tendenza strisciante, è da prediligerne uno sviluppo verticale che si potrà ottenere predisponendo il giusto sostegno al crescente tronco, quindi procurandosi dei robusti pali di legno lunghi almeno 3 metri, per una ventina di centimetri di larghezza, che andranno interrati per non meno di mezzo metro; la potatura andrà effettuata, da un lato, allo scopo di limitare l’eccessivo sviluppo della pianta, dall’altro tagliando i rami secchi per favorire una concentrazione dell’energia nella parte viva.

Il gesto più atteso ed appagante, la raccolta dei frutti, andrebbe effettuata fra luglio e dicembre, ben valutando il grado di maturazione degli stessi, solitamente quando la buccia assume una colorazione rosa intenso o giallo canarino, poi avendo cura di conservarli a temperatura ambiente e consumandoli nel giro d’una decina di giorni.

Essendo pianta rustica poco soggetta all’azione dei parassiti, l’attenzione nei suoi confronti va direzionata ad altre sue fragilità, ossia l’essere soggetta ad infezioni batteriche e fungine, che ne portano rispettivamente a marcire lo stelo e a formare macchie brune sui frutti; ulteriore accortezza è il non dimenticare che, essendo frutto a semi, risulta particolarmente appetibile per i volatili, dai quali va assolutamente protetto.

La meravigliosa bellezza della pianta la rende degna d’essere considerata in ambito ornamentale, dove effondendo nell’aria il suo avvolgente profumo e saturando gli sguardi della sua cromatica morfologia, rende giustizia alla generosa mano del suo creatore.

Vero che la forza della pianta è nelle radici; ma ciò che a noi interessa è il frutto. E la stessa forza sotterranea la valutiamo in ragione di quel che dà nella luce.
Ugo Bernasconi

 

La Pitaya e i draghi d’Oriente

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La Pitaya viene anche appellata Regina della notte in riferimento alla fioritura sotto la luna, ma l’epiteto “del drago” avrebbe origine in antiche leggende cinesi, come il racconto secondo cui il frutto era un uovo di drago, mentre per altra popolare credenza, fuoriusciva dalle fauci di draghi quando questi, vinti da guerrieri, esalavano l’ultimo respiro e il purpureo dono veniva prontamente offerto all’imperatore, in quanto ritenuto fonte corroborante forza e coraggio, in aggiunta al fatto che lo stesso, in punto di morte, avrebbe svelato la sua reale ed intima natura di drago, affrancandosi dalle materialità terrestri ed elevandosi ai cieli in piena libertà di spirito.

L’agganciarne le proprietà alla fantastica creatura, indiscutibilmente al centro della mitologia cinese ed in generale dell’Asia Orientale, sembra averne agevolato il consumo in maniera notevole; la maestosa bestia volante, uniformemente raffigurata dal cranio di coccodrillo con corna e criniera di cervo, muso decorato da baffi di pesce gatto e corpo di serpente dotato di quattro zampe di pollo, custodisce in sé la spiritualità feconda e creatrice dello Yang, ossia il lato bianco, integrato al nero dello Yin, che nell’ancestrale filosofia cinese rimanda al concetto della dualità la quale, altresì appartenente alla notte ed al giorno, trasla nel suo duale e contrapposto significato, ad ogni aspetto della natura, concezione peraltro alla base della religione del paese e del Taoismo.
 
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In aperta antitesi alla visione fortemente negativa occidentale del drago, fortemente negativa, soprattutto dopo l’avvento del Cristianesimo, nel folclore cinese esso è arcaicamente considerato simbolo di buona sorte e dunque, auspicando l’arrivo di piogge, venerato in particolare nei periodi di siccità.

La riproduzione dei dragoni cinesi si credeva avvenisse tramite fecondazione e successiva schiusa di una perla, in effetti raffigurata nelle loro fauci in molti dipinti e tale figura venne abbinata al potere dell’Impero cinese fin dal XII secolo a.C. — sebbene alcuni reperti archeologici ipotizzino già dal Neolitico la venerazione — periodo in cui cinque dragoni erano metafora per antonomasia del Figlio del Cielo, l’onorifico titolo dato ad alcuni imperatori e sovrani asiatici appartenenti alla remotissima dinastia Zhou, governante sul paese fra, appunto, il XII ed il III secolo a.C., allegoria poi ripresa anche dalla seguente dinastia Qing, seppur con lievi modifiche di significato.

Nella capillare, radicata e recondita tradizione cinese, l’attribuire proprietà terapeutiche ad un frutto che anche solo lontanamente rimembri poteri, virtù e valori dei propri avi, getta una sorta di solenne valore che, se da una parte si riconosce come naturale rimedio ristrutturante, protettivo e rigenerante, dall’altra surclassa la fisicità inconsciamente legando l’uomo al suo passato più lontano e divenendo anello di congiunzione fra civiltà che, soprattutto nell’era della globalizzazione, diviene risorsa di conoscenza nel contemporaneo rispetto d’ogni cultura.

Simultaneamente restringendone il discorrerne a livello esclusivamente palatale, visivo ed olfattivo, vien dunque da chiedersi se sperimentarsi nel gusto del frutto del Drago, ammirarne l’esplosione delle vivaci tinte interne ed esterne e riempirsi le narici della sua delicata essenza non possa divenire esperienza di condivisione fra i doni della natura, in armoniosa danza tra la sua fauna e la sua flora, sullo sfondo dei vissuti umani.

Lodato sii, mi Signore, per sorella nostra madre Terra, la quale ci sostenta e alleva, e produce diversi frutti così come coloriti fiori ed erba.
Francesco, Giovanni di Pietro di Bernardone